Lions – Bonnie Nadzam

Il secondo libro pubblicato da Edizioni Black Coffee è Lions di Bonnie Nadzam, già nota al pubblico italiano con Lamb per l’ei fu collana di Edizioni Clichy.

Una storia dalle tinte meno vivide e apocalittiche de Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman, che aveva coinciso col debutto della casa editrice di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, eppure anche questa storia racchiude tutta la filosofia della nuova Black Coffee.

Lions_NadzamImmagina il profondo dell’America: polvere, cieli immensi, accento cantilenante. E soprattutto: vacuità – di spazio, tempo ed essere.

Immagina una vita che è l’attesa stessa del movimento: come la vivresti?

L’avevano chiamata Lions, un nome figlio di un’inventiva sfrenata e di irragionevoli speranze. Ma erano rimasti delusi. Di leoni non se ne erano mai visti. Anche ora c’è solo questa terra, una cotenna di polvere ed erba lucente. Il vento la sferza senza sosta, soffia sull’artemisia e sugli edifici deserti e sulle case segnate dal tempo, svuotando quelle che non sono già sgombre. Piatta come lo scantinato dell’inferno e vuota come il cielo sconfinato che la sovrasta. 

Poco più di cento individui popolano una piccola cittadina sull’orlo del collasso, vittima della disperazione economica: Lions, paesello sull’interstatale che attraversa il Colorado, fonda infatti le sue radici su una comunità agricola incarcerata – paradossalmente – in pianure aride e improduttive. Qui tutti sorridono, ma non sono felici: nessuno riesce a sottrarsi dal velo di apatia che, quasi fosse un sortilegio, si stende sulla città.

Al punto tale che non si capisce se fantasma sia Lions o gli abitanti stessi che si barcamenano tutti insieme, un misero giorno dopo l’altro. D’altronde:

[…] a Lions la vita non era fatta per essere vissuta. Scivolava tra le dita.

Con un andamento più cinematografico che letterario, Nadzam descrive con piglio da ancestrale nenia l’arrivo di uno straniero senza nome in questa landa di miseria e desolazione. La sua morte inaspettata scuote alcune delle coscienze, tra cui quella di Leigh, diciassettenne insofferente che sogna di fuggire da Lions con la scusa del college.

Il suo ragazzo, Gordon, non sembra però approvare la sua linea d’azione: la colpa è la repentina trasformazione subita dal dolore del cordoglio del padre, morto lasciandogli un’officina da gestire e una famiglia da mantenere.

In un’atmosfera quasi mitologica s’inserisce questa dicotomia sentimentale, segnata dall’ansia di Leigh di non diventare prigioniera di un eterno presente e dal giogo feroce della responsabilità che Gordon si infligge. Ognuno accusa l’altro di manchevolezze che sono solo fantasmi delle proprie insicurezze, e non c’è scampo allo scontro tra le due parti.

Con tinteggiature di particolari tipiche delle narrazioni poetiche, Nadzam racconta le sorti di questi due ragazzi vittime del caso, illustrando le esistenze di Lions in un canto elegiaco e sommesso. Imbastisce una prosa che mentre vira all’allegorismo si impregna di malinconica osservazione del vuoto: quello generato dall’ossessione ambiziosa – tutta americana – della costante ricerca dell’affermazione personale, molto spesso destinata al fallimento.

Con i tratti di un’epopea disgraziata, la storia di Lions è dunque un ritorno al passato mitico ma fallimentare, è una vicenda che sedimenta e riporta spaccati di una vita martire delle sue stesse logiche affamanti.

È la scoperta definitiva che, chiunque tu sia, ovunque ti trovi, la vita è rovente nulla.

Bonnie Nadzam, Lions, 
pp. 288, Edizioni Black Coffee, 2017

 

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