Un complicato atto d’amore – Miriam Toews

Un-complicato-atto-damoreNomi ha sedici anni, e tanto basta per etichettarla come personaggio insoluto e scostante.

Ma Nomi ha sedici anni, è vero, e non è tutto: ha anche una rigida setta religiosa che tiene le redini della sua vita e metà della famiglia dispersa chissà dove. Tanto basta, quindi, per accomodarsi senza borie ad ascoltare la sua storia.

Il suo racconto elaboratamente satirico è plasmato dalla penna di Miriam Toews, che quella realtà l’ha vissuta davvero e che in Un complicato atto d’amore è finalmente riuscita a darle dignità narrativa.

È appena uscito in una colorata edizione Marcos y Marcos, a far compagnia a tutti gli altri titoli della scrittrice canadese, ma era già apparso tra le fila di Adelphi qualche anno fa.

Questo paese è così serio. Così silenzioso. Mi fa impazzire questo silenzio. Chissà se di silenzio si può morire.

East Village è il paesucolo in cui si installa questa società patriarcale claustrofobica che risponde alle leggi della religione mennonita – esattamente come la piccola cittadina di Steinbach in cui ha vissuto veramente la Toews fino all’età di diciotto anni. Un sopruso psicologico bello e buono per Nomi, che fin da piccola sogna di vivere a New York nell’omonimo quartiere, vivendo di musica e compagnie cool, magari facendo da manager a Lou Reed.

La realtà è piuttosto diversa: vivere nella sotto-setta più sfigata del mondo implica soccombere alla repressione ideologica e morale di una società governata da principi decretati nel sedicesimo secolo.

Da un po’ mi allenavo col look di quella che ride e scherza ma è devastata dentro.

Le soluzioni possibili sono due: assestarsi su una scia di indecente repressione, o dare segni di vita cercando di evadere da questa scatola d’oro.

Per farlo, Nomi sceglie un linguaggio sardonico – ma mai fescennino – e un atteggiamento provocatorio quasi fino al parossismo. In una vita in costante oscillazione tra il senso di colpa e l’accusa di peccato, la ragazza cerca di scegliere l’anarchia della normalità, lontana da ogni ipocrita e fastidiosa morale.

A differenza della madre e della sorella Tash che, in momenti diversi, hanno optato per la libertà clandestina: di notte hanno tagliato la corda e non si sono mai più fatte vive, lasciando a Nomi il peso di un padre distrutto da questa disintegrazione familiare e, con essa, del credo mennonita.

E dunque il tarlo resta: fuggire o restare?

La fedeltà per la figura paterna conduce ad un’unica, sofferente scelta: quella di continuare a (sopra)vivere in questa casetta sull’interstatale su cui scorrono solo tir pieni di animali pronti per la macellazione.

Perde ogni senso, in questo quadro desolante ma mai deprimente, la volontà di ribellione, in via definitiva capace solo di attirare ancor più questa ortodossia del male.

La Toews dipinge lucidamente il suo assioma definitivo: se una società è opprimente, la colpa è di chi si fa opprimere sotto il giogo di relazioni sociali e familiari inalienabili. E mostra che, al di là di qualsiasi ipocrisia, del sano egoismo è necessario per rimanere in piedi.

Senza amarezza, né ansia del traguardo:

Ma se possiamo morire senza neanche aver capito perché, forse possiamo vivere senza capire fino in fondo come.

Perché vivere significa lasciare indietro i significati, le esistenze, le circostanze, le conoscenze. Vivere è un complicato atto d’amore verso sé stessi: una costante, dolorosa, enigmatica abnegazione.

E tanto basta.

Miriam Toews, Un complicato atto d’amore, 
pp. 288, Marcos y Marcos, 2017

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