Intervista a Thais Siciliano

Thais SicilianoHo letto Parole nella polvere qualche mese fa, quando l’inverno milanese era alle porte ma concedeva ancora domeniche assolate.

La voce preminente del Cimitero che mi ha accompagnato in quei giorni non ha mai ceduto il passo all’angoscia o a visioni tetre: i protagonisti chiacchieroni mi hanno anzi tenuto compagnia e divertito. E hanno infarcito il testo di una complessità difficile da districare.

Mi sono quindi chiesta quale mole di lavoro si celasse dietro la traduzione di Máirtín Ó Cadhain: alle mie domande ha risposto Thais Siciliano, che è parte del team dei quattro traduttori del capolavoro gaelico.

  1. “Gli chiedevano come si fa a tradurre, e Rímini diceva no, no, tradurre non è qualcosa che si fa, ma qualcosa che non si può smettere di fare”: è la visione della traduzione di Alan Pauls. Cosa significa per te calarsi nell’ingranaggio della traduzione?

Significa calarmi in panni altrui, pensare e scrivere in modo diverso da come lo farei personalmente, rinunciare al mio punto di vista per assumere quello dell’autore, più o meno faticosamente. Ci sono libri che ti prendono per mano e si traducono quasi da soli, altri che proprio non si prestano a essere tradotti, vuoi perché non sono efficaci neppure nella lingua di partenza (e la traduzione è il modo migliore per cogliere i difetti di un testo), vuoi perché lo sono fin troppo, e ogni scelta, ogni compromesso, diventa un sacrificio. In ogni caso, tradurre significa mettersi al servizio di un autore, ma non in modo passivo: sono necessarie continue decisioni, prese di posizione e la capacità di decidere quando è ora di smetterla di limare ogni frase.

  1. Parole nella polvere è un libro complesso che ha causato non poche difficoltà: la versione italiana non si poggia infatti sul testo originale, che è in gaelico, ma su tre traduzioni inglesi differenti – di cui una variante americana. Cosa vuol dire lavorare su un testo attraverso una lingua di mediazione?

In questo caso particolare ha implicato una bella dose di lavoro extra, visto che come hai già detto le traduzioni inglesi erano ben tre. Ci siamo basati su quella che esperti linguisti irlandesi ci hanno segnalato come la più affidabile e vicina al testo originale, ossia Graveyard Clay di Liam Mac Con Iomaire e Tim Robinson, ma abbiamo tenuto sempre sott’occhio anche le altre, e in alcuni casi le differenze erano veramente sorprendenti, segno che la traduzione è in fondo molto soggettiva.

In generale per tradurre un libro ci si basa sulla sua versione originale, e questo è certamente il metodo ideale e più corretto, ma talvolta non è possibile: in questo caso, l’autore Máirtín Ó Cadhain ha scritto il suo Cré na Cille (letteralmente “La creta del cimitero”) nel dialetto parlato in Connemara più di sessant’anni fa, ormai in disuso: sarebbero stati necessari anni di studi, viaggi e consulenze per poter tradurre direttamente dal suo irlandese, e come puoi immaginare non è una scelta sostenibile per un editore. Ci siamo comunque rivolti a diversi studiosi irlandesi per le questioni più controverse e per essere certi di aver colto il sapore del linguaggio originale.

  1. Non c’è solo l’ostacolo della lingua – che pure è intensamente vernacolare: ad animare Parole nella polvere è una storia fortemente dialogica inserita all’interno di un cimitero del brullo Connemara. O meglio, sottoterra: il contesto così particolare, che non lascia respiro a contestualizzazioni dei personaggi/defunti, ha generato difficoltà così complesse da richiedere il lavoro di quattro traduttori diversi (oltre a te, Luisa Anzolin, Laura Macedonio e Vincenzo Perna). Come si è sviluppato – e quanto è durato – questo lavoro di squadra?

La durata non è molto indicativa, poiché il lavoro si è protratto più a lungo del previsto anche in attesa di un finanziamento alla traduzione proveniente dall’Irlanda. Inoltre noi quattro traduttori attualmente abitiamo in tre città diverse, pur essendo partiti tutti da Torino, quindi la difficoltà di incontrarci ha inciso sulle tempistiche. Diciamo che ci è voluto all’incirca un anno di lavoro, ma non continuativo.

Parole nella polvere - Máirtín Ó CadhainDopo le consuete ricerche sul testo e le discussioni preliminari, ognuno di noi ha tradotto due capitoli dell’opera, per poi passarli a un compagno per la revisione. Una volta raggiunto un accordo, le due coppie si sono nuovamente scambiate i capitoli, in modo da arrivare a un testo il più possibile uniforme. Oltre alle infinite discussioni via mail, ci siamo incontrati diverse volte per appianare le divergenze e per prendere decisioni su questioni come i soprannomi dei personaggi e le frasi ricorrenti, oltre al tono generale del dialogo. Quando abbiamo ritenuto che il testo fosse sufficientemente lavorato e omogeneo, l’abbiamo passato a Paola Quarantelli, editor di Lindau, che ha provveduto a una lettura generale con un fondamentale occhio “esterno”, sebbene avesse lavorato con noi anche durante le fasi preliminari.

  1. Il contesto culturale differente su cui si pone l’assunto del testo può generare alienazioni di significato. Si pensi ad esempio al rapporto con la morte (lì intesa come occasione di festa) o alla visione rurale della vita (ragionata su scambi di lotti e traffico di bestiame): in quest’ottica ci sono stati degli ostacoli nella tua interpretazione? Ed eventualmente come ci hai lavorato su?

Sicuramente l’universo di Ó Cadhain è molto diverso dal nostro: vita contadina, miti e leggende irlandesi e influenze storiche sono intrecciati alla narrazione in modo piuttosto stretto. Sono state necessarie ricerche lunghe e talvolta snervanti, passando da un testo all’altro, per arrivare a comprendere cosa intendesse davvero l’autore, perché avesse fatto riferimento a un certo personaggio, evento o proverbio e poter dunque prendere una decisione traduttiva.

In questo il confronto fra noi traduttori è stato fondamentale: quello che sfugge a una persona emerge più facilmente se il testo viene riletto da altre quattro, le quali possono accorgersi di eventuali incongruenze o di frasi che sembrano avere poco senso. Il lavoro di squadra, sebbene abbia allungato di molto le tempistiche e talvolta abbia portato a scontri all’ultimo sangue su virgole e aggettivi, è stato imprescindibile sia per dirimere le questioni più complicate, sia per riuscire a rendere al meglio la pluralità delle voci di questo sperduto cimitero del Connemara.

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