Intervista a Marco Rossari – Goodbook.it

Ho letto Bob Dylan – Il fantasma dell’elettricità appena edito da Add editore in occasione del progetto L’editore del mese di marzo di Goodbook.it. Si tratta dell’interessante iniziativa della famosa piattaforma online, che dall’inizio di quest’anno ha deciso di creare ogni mese, in collaborazione con alcuni bookblogger, un focus su un editore indipendente italiano.

Dopo l’intervista di Laura de Il tè tostato all’editrice Francesca Mancini e la recensione di “Joseph Pulitzer – L’uomo che ha cambiato il giornalismo” di Valentina de La biblioteca di Babele, ho intervistato Marco Rossari, autore di questo memoir/confessione sul mito di Bob Dylan.

goodbook add

1. Una passione lunga una vita: è quella nei confronti di Bob Dylan, maestro del cantautoriato statunitense, che è sfociata naturalmente nella collana INCENDI di Add editore nel titolo Il fantasma dell’elettricità. Si tratta di una collana che offre ai lettori la possibilità di farsi contagiare dagli interessi altrui, proponendo “guide appassionate a percorsi di conoscenza”. Come nasce il progetto di questa specifica narrazione combustibile? Da quale necessità deriva?
 
bob-dylan-WEBProprio come racconto nel libro, una sera sul tardi stavo tornando a casa e mentre ascoltavo una canzone minore, anzi la registrazione secondaria di una canzone minore, ecco che il fantasma – here comes your ghost again, cantava Joan Baez – è tornato e mi sono ritrovato a chiedermi perché non avessi ancora scritto qualcosa di più appassionato e viscerale intorno a lui, perché mi fossi limitato a qualche articolo, qualche racconto. Da lì il pensiero che fosse arrivato il momento per tirare fuori tutto, la mia vita e la sua, finché Add non mi ha proposto di scrivere qualcosa per loro e la cosa più naturale è stata rovesciare per terra tutto quello che avevo sulla scrivania e scriverlo di getto.
 
2. Il narrato prende le mosse da un sogno che ha per protagonista il menestrello di Duluth e termina con una dedica freudiana: “Al mio unico figlio, il tuo amato Bob Dylan”. Il fatto che gran parte del libro si sviluppi come una lunga confessione ad un agente stradale lascia intuire che questo percorso narrativo abbia a che fare più con la scoperta di sé stesso che della travagliata storia di Dylan. È così?
 
Esatto. D’altra parte scoprire Dylan è impossibile, lo dice anche nella sua autobiografia: nemmeno lui ha più bene idea di chi sia, si sono sovrapposte troppe parole, troppe immagini mutevoli e inclassificabili. Di conseguenza, se si vuole scrivere qualcosa di diverso, diventa necessario ricorrere a se stessi, alla propria esperienza, alle proprie lacrime, per parlare invece di tutti quanti. La confessione è rivolta a un poliziotto, ma potrebbe essere rivolta a un gruppo di autoaiuto dylaniano o al dio della musica e dell’arte.
 
3. Chiederle cosa significa per lei la musica di Bob Dylan condurrebbe ad un’unica risposta, quella esplicata lungo tutto Il fantasma dell’elettricità. E pur essendo chiara la tesi che Dylan è un universo, è materia in continua espansione e ritrazione, è una vita parallela alla tua, è impossibile credere che non esistano delle canzoni preferite. Se in questo momento dovesse scegliere una sola canzone che rappresenti Dylan in tutta la sua essenza, che possa ancora raccontarle qualcosa di nuovo, che riesca a commuoverla con il messaggio che cela, quale sarebbe?
 
È la scelta di Sophie, maledizione. Per pudore nel testo non ho voluto affrontare un pezzo magnifico (magnifico? ma che dico) come Love Minus Zero, forse una delle sue canzoni a me più care, ma non riesco a venirne a capo. Ad ogni modo tutto il canzoniere di Dylan è un lungo romanzo dove trovi spunti nuovi a ogni lettura, pardon volevo dire ascolto. I versi risuonano in esergo ai libri, nel linguaggio comune, sui muri, in un tweet, in un articolo. Li vedi muoversi come le sue canzoni. Per questo è difficile scegliere qualcosa, perché Dylan – come ho scritto – è continua mutazione.
 
4. Nel libro si parla di “Dylanologi, dylaniati, dylaniani”, termini che lasciano presagire un’ossessione e una venerazione che supera l’amore e la stima. Quali sono le differenze tra queste categorie? Si tratta di un’allusione a un fanatismo di cui bisogna aver paura?
 
Molta paura. Ma non sono – non siamo – tutti uguali. Ci sono veri e propri fanatici, enciclopedisti, sessionografi. Nel libro li ho catalogati per genere. Poi è sempre bello trovarne di nuovi. Di recente sono stato a presentare il libro a Biella e io e il presentatore, un uomo il cui incontro con Dylan era stato suggellato dalla morte del padre, siamo rimasti ore a parlare e a perderci di nuovo dietro a questo spirito, tanto che l’incontro è diventato una commovente riflessione collettiva. Io mi limito a essere uno dei tanti, ma – come ho scritto – ci sono periodi in cui lo ascolto ossessivamente e periodi in cui lo ascolto svogliatamente. Il problema è che sono del tutto indistinguibili.
 
5. Nel corso del libro, lei si lancia spesso in certe riflessioni sulla scrittura cantautoriale di Dylan, al punto che la sua spiccata peculiarità di impermanenza fluida lo conduce ad essere collocato nella grande tradizione novecentesca del non-finito: Kafka, Joyce, Musil.
Marco-Rossari2La deriva è quindi scontata: quanto questi ascolti hanno poi influenzato il suo modo di scrivere? C’è davvero una linea di demarcazione tra la scrittura letteraria e quella musicale, al punto da dover gridare allo scandalo per l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura? Nell’era della post-postletteratura, ha ancora senso definire i contorni del racconto in maniera così netta?
 
 
Sì, quando parlavo di non-finito forse ho esagerato un po’, e infatti il mio personaggio è abbastanza ubriaco. È una domanda, quella della sua influenza sul mio modo di scrivere, che in effetti non mi sono mai posto. Di sicuro ho imparato la capacità retorica, la pulizia, lo stile, ma anche il ricorso alla poesia, alle immagini, così istintivo e così riuscito. Se ascolti bene The Lonesome Death of Hattie Carroll vedi benissimo la capacità quasi incantatoria di questo ragazzino nello snocciolare una storia, ma anche un sermone e una parabola e un’idea di letteratura. È più bravo di Brecht. Così anche per scrivere il mio libro ho fatto ricorso spesso alle immagini, ad esempio per descrivere quel prodigio che è la sua voce, perché se è vero che Dylan ha scritto testi letterariamente rilevanti (tanto che lo scandalo per il Nobel è un po’ da parrucconi), è vero che la sua forza artistica ed estetica risiede anche nell’impasto con l’emissione vocale. È dall’incontro tra queste e altre pulsazioni etiche ed estetiche che nasce quel crocevia artistico e intellettuale e culturale che per convenzione chiamiamo “Bob Dylan” e che suscita reazioni tanto scomposte sia in chi lo ama che in chi lo odia. No, i contorni non hanno mai avuto senso. La letteratura è sempre post-post-post: lasciamo le etichette alle librerie.
Annunci