Il medico della nave / 8 – Amy Fusselman

il-medico-della-nave-8Ancora una donna, ancora una tradizione letteraria diversa: dopo due romanzi e una raccolta di racconti, è tempo per Edizioni Black Coffee di aggiungere nel catalogo uno dei generi più apprezzati oltreoceano, la literary non-fiction.

Il medico della nave / 8 è firmato Amy Fusselman, eclettica scrittrice newyorkese proveniente da quella fucina creativa che è McSweeney’s.

Una volta, quando avevo dodici anni, papà ha provato a parlarmi dell’importanza delle azioni quotidiane. Disse che erano le azioni quotidiane a costruire la vita di una persona. Sedeva alla sua scrivania, quella su cui compilava gli assegni con un macchinario che imprimeva le cifre in rilievo sulla carta.

“Ogni giorno” disse “scrivi la tua storia”.

L’edizione fiorentina contiene due anime saggistiche: Il medico della nave e 8, due sottili memoir speculari e compositi.

Organizzato in frammenti esistenziali, il primo ruota attorno agli ultimi giorni di vita del padre della scrittrice. In un’alternanza disordinata – come lo è la vita, del resto – la Fusselman si divide tra le visite in ospedale, la lettura di brani di diario delle prime esperienze in nave dell’uomo e la rincorsa spasmodica all’efficace inseminazione artificiale da parte del marito.

Lì, lungo gli impersonali corridoi della clinica, si delinea la storia di una singola morte in rapporto – necessario – all’indagine della vita.

Colpisce che l’unica figura maschile a tutto tondo, cioè quella del padre, si sviluppi in absentia: ma è una distorsione temporanea, se analizzata alla luce di 8.

Il passato possiede una forza propria e tale forza contribuisce a farti acquistare velocità mentre sfrecci lungo la sottilissima linea chiamata presente. Non credereste mai a quanta forza vi scorre dentro nel momento presente. Vi alzate, vi lavate i denti, pensate al giorno dopo, al mese dopo, e vi dimenticate del pettorale fatto di gemme e ossa insanguinate che avete al collo, mentre il passato vi vortica intorno al cuore e il futuro vi corre intorno. Voi restate lì a lavarvi i denti – siete vivi, lo siete sul serio – ed è come se scivolaste a cento all’ora su un cavo teso attraverso un canyon. In sella a un monociclo.

Specularmente c’è per l’appunto 8, che si occupa di raccontare con dignità elegiaca l’elaborazione di un trauma importante: l’abuso infantile.

Manca, nei toni e nella disposizione strutturale del tema, l’accanimento voyeurista di stampo commiserevole, à la Amabili resti. Il rapporto con la figura maschile qui, è di ribaltato rispetto: non più il padre a dirigere la scena in sotterranea, bensì un pedofilo a pungolare dal passato turbamenti sepolti.

Con nuovi, potenti frammenti, la Fusselman organizza un’operazione di lucida dissezione narrativa, affrontando e svincolando la tradizione delle categorie aristoteliche: il passato diventa in questo modo un’entità che scorre fluida nel tempo e nello spazio, per raggiungere il presente e modellarlo su nuove inclinazioni, lacerando ogni certezza del perdono.

Sembra quasi che l’organizzazione stilistica asettica sia pensata per lo scontro con quella tematica, carica di pathos: i brevi paragrafi rischiano infatti di non generare empatia in chi legge.

Eppure, dopo, scatta la folgorazione: tali frammenti sono aforismi dilaniati, che raccontano più di quel che dicono. E il lettore realizza che tutte le volte in cui pensava di sfiorare solo per un attimo l’intimità dell’autrice, in realtà l’ha fatto entrando davvero in profondità.

I due memoir volgono dunque alla mimesis dell’incomprensione quotidiana, rivelando che i reali momenti di chiarezza della vita sono ben pochi, e spesso vengono confusi con altro. Esserne consapevoli è già qualcosa, ma forse non basta: è come essere l’unico studente di medicina in una nave nel profondo oceano, la cui unica strada è procedere a tentoni. E incrociare le dita affinché nessuno muoia.

Amy Fusselman, Il medico della nave / 8, pp. 208, Edizioni Black Coffee, 2017

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