Gilgi, una di noi – Irmgard Keun

Gilgi, una di noi – Irmgard KeunL’ossessione del successo è, in definitiva, la chiave del fallimento: è questo il tema di fondo di un prezioso recupero di casa L’Orma Editore. Si tratta di Gilgi, una di noi, un concentrato di energia che porta la firma di Irmgard Keun.

Uscito nel 1931 nella Germania prebellica, il testo fu presto bandito, finendo nel 1933 nella lista della Letteratura nociva e inopportuna ad opera del partito nazionalsocialista.

Riuscì nonostante tutto ad arrivare in Italia per Mondadori, ma in un’edizione così abbondantemente censurata da risultare mutilata: adesso è finalmente ritornato negli scaffali italiani con una nuova traduzione integrale a cura di Annalisa Pelizzola.

No, non ha tempo da perdere, neanche un minuto. Vuole andare avanti, deve lavorare. La sua giornata è piena di impegni di ogni genere, tutti incastrati gli uni sugli altri. A malapena resta un buco microscopico per riprendere fiato ogni tanto. Lavoro. Una parola dura. Gilgi la ama per la sua durezza. 

Erano gli anni della diffusione dell’ideale della Neue Frau: la donna cominciava a rifiutare l’etica imposta dalla società, ascoltava solo la propria fermezza morale e con ostinazione modellava la sua indipendenza.

Un decisivo scontro culturale con la filosofia sociale dominante degli Anni Trenta nella fredda Colonia, in cui l’ordine e l’asprezza scandivano i ritmi della società.

Nessuno fa volentieri ciò che sta facendo. Nessuno è volentieri ciò che è.

Con spirito – quasi incosciente – d’intraprendenza, Gilgi si affaccia ai vent’anni con un senso dell’autonomia invidiabile: libera da ogni preconcetto, lavora sodo, risparmia al centesimo e si concede pochi (ma rilassati) momenti di divertimento.

“Sono felice se riesco ad andare avanti con le mie forze”: come un congegno ben oliato, la ragazza è in grado di mantenere in perfetto ordine gli impegni e i doveri giornalieri. Ma non le manca la gioia di vivere: quando non lavora, ad esempio, ama ascoltare il jazz. Ed è, soprattutto, uno spirito sagace e scanzonato, che attraversa la quotidianità sì con risolutiva fermezza, ma con toni beffardi e sereni.

Così libera da destare vergogna in famiglia, che d’altronde non è quella naturale: allo spegnere delle candeline, la ragazza scopre infatti d’essere stata adottata.

Spregiudicata ma consapevole, si avvia così verso i lidi di una nuova vita.

Miseria e povertà forse non sono neanche il peggio. Il peggio è che a questa gente è stato sottratto ogni senso di responsabilità. Il peggio è che alcuni di loro si sentono quasi a proprio agio nell’«io non posso farci niente», si adagiano nell’idea che la loro miseria sia soltanto colpa di altri come fossero chiusi in una bara. Assassinano la virtuosa consapevolezza della loro pigrizia e imperfezione, lasciano che la voglia di vivere e la forza di desiderare muoiano lentamente dentro di loro – non possono certo farci nulla. E se l’effettiva colpa altrui copre un minuscolo granello della loro colpa… forse quello è il peggio, quella è la fine, quello vuol dire essere morti…

Ed è un dato incontrovertibile: Gilgi si muove nel mondo non avendo mai paura di rischiare.

Eppure quando incontra Martin, uno spiantato scrittore bohémien, le regole che governano la sua vita vanno in frantumi: l’amore la travolge, costringendo a cedere il passo al senso dell’ignoto e dell’ingovernabile.

Essere una persona – che cosa significa? Che non ci si può nascondere nella collettività, che si è soli. Questo bisogna imparare: bisogna imparare a essere una persona, bisogna imparare a sapere che una risata costa mille lacrime, sapere che un’ora di felicità va pagata con mille ore di dolore…

Improvvisamente Gilgi rivela a sé stessa la vastità della sua natura, svelando moltitudini whitmaniane che la costringono a sgretolarsi e ricomporsi in costante mutazione.

L’amore le si rivela come il sentimento della vulnerabilità, che la induce a perdere il controllo della sua persona, delle sue azioni e delle sue ambizioni. Ora esposta alle schermaglie sentimentali, la ragazza assurge a simbolo dello spirito del tempo, bistrattato e soffocato dalle sue stesse aspirazioni.

È la dimensione adeguata per approfondire tematiche pungenti, come l’aborto e il suicidio, che vengono qui sciorinate come un rosario obbligatorio da sgranare.

Con arguto cinismo e frenesia, la voce irriverente della Keun racconta la storia di una donna dilaniata dall’ambizione e offesa dal patriarcato sociale.

Stare al passo di Gilgi è stancante: la strada dell’autodeterminazione femminile, d’altronde, insegna che solo le delusioni sono i veri insegnamenti. E che per stare nel mondo senza esserne travolti bisogna imparare a rispettare sé stessi e le proprie credenze, fino all’ultimo respiro.

Irmgard Keun, Gilgi, una di noi, pp. 240, L’Orma Editore, 2016

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