Il nostro mondo morto – Liliana Colanzi

Il nostro mondo morto - Liliana ColanziDalla Bolivia con furore (inquieto) arriva la voce di Liliana Colanzi, da poco edita in Italia per Gran Vía Edizioni con la fulminante raccolta Il nostro mondo morto.

Si tratta di otto racconti di piccolo taglio che intervengono personalmente nell’immaginario della letteratura latinoamericana, modificandolo per sempre.

Diceva mio nonno che ogni parola ha il suo padrone e che una parola giusta fa tremare la terra. […] Sai che succede a chi dice bugie?, insisteva il nonno, scheletrico, minacciandomi con il bastone: La parola lo abbandona, e chi rimane senza può essere ucciso da chiunque.

Morti che tornano a tormentare i vivi sulla terra, ondate di depressione che si abbattono sulle città spingendo al suicidio, bambini in gita che scoprono l’esistenza degli alieni, una madre che tutto sa e tutto vede con l’Occhio che perseguita una figlia pietrificata dalla sua presenza, lo spirito di un indio ucciso con una sassata che si impadronisce del corpo dell’assassino: questi racconti non sono di certo animati da macchiette. Qui è tutto fuori dalla norma e allo stesso tempo immerso nella stravagante monotonia del quotidiano.

Abbandonato il realismo magico di Gabriel García Márquez, aggirato il realvisceralismo di Roberto Bolaño, Colanzi spariglia delle carte della realtà e definisce le nuove regole del gioco.

Riflette in maniera acuminata su personaggi alle prese con forti pressioni psicologiche e, pur non indugiando mai troppo a lungo con lo sguardo, riesce a immortalare una densa descrizione della loro vita psicologica, restituendo al lettore un clima di miserevole agitazione.

Tutto ciò che è vivo soffre, no?

Il suo realismo rispetta dunque il patto della sospensione dell’incredulità, ma lo fa con un ritmo personale, rendendo la finzione letteraria un luogo di coerente magia: imbastiscono queste trame ossessioni senza tempo e sortite nell’inconscio più remoto, tensioni che consumano fino all’emaciazione e squarci d’irreale giustificato nella quotidiana amministrazione della vita, fino a svelare la banalità dell’inquietante.

Eravamo satelliti che girano in eterno attorno a cose perdute.

Con una scrittura fluida fino allo spasmo della liquidità, Colanzi organizza il rapporto con la dimensione orale della mitologia in un manifesto letterario senza angoscia e senza paura. E ammanta di malinconia lo strato delle sue parole, forgiate con centellinata determinazione per descrivere un dolore più ampio, dai contorni poco netti.

La parola è un fulmine, sussurra uno dei suoi protagonisti: ed è proprio così. La scrittura della boliviana lo è davvero, quando attraversa la notte di tempesta squarciando il cielo in due. Ma non teme nulla: la sua penna è come l’antica tecnica giapponese del kintsugi, ripara i pezzi con cicatrici di luce. E le sue storie vengono liberate per sempre.

Liliana Colanzi, Il nostro mondo morto, 
pp. 128,
 Gran Vía Edizioni, 2017

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