Pralève – Lalla Romano

PralèveIn Val d’Aosta, a più di 2000 metri d’altezza, c’è Cheneil, luogo di villeggiatura estiva di Lalla Romano: località venerata per la sua pace limpida, che nell’urgenza della scrittrice doveva necessariamente trovare una corrispondenza letteraria.

Cheneil è stato così trasfigurato in Pralève: raccontato prima in un libro edito Einaudi con il titolo La villeggiante nel 1975, adesso torna negli scaffali grazie alla riedizione di Edizioni Lindau, a cui sono stati aggiunti tre racconti (A Cheneil d’autunno, Profili di pietra e Vetan).

La prima volta che salii a Pralève era in realtà una seconda volta.

È facile addentrarsi in questo borgo montanaro, attraverso pennellate emotive tratteggiate dalla sapiente, a volte altera, Romano, che è in grado di restituire le vere fattezze di un mondo sì appartato e solitario, ma mai solo.

Non è comodo, arrivare a Pralève. Non è neanche comodo starci, nel senso che mancano parecchi «conforti»; e questa è la seconda ragione del suo privilegiato isolamento: non meno ovvia e altrettanto insufficiente della prima. Conviene tralasciare le altre: è come cercare le prove dell’esistenza di Dio.

Con una sapienza descrittiva mirabile, la scrittrice traccia una geografia letteraria delle emozioni private. Lo fa con una scrittura che accumula luce e uno sguardo lieve sulle cose: si direbbe contemplativo, ma è privo di indolenza, sfumando nei territori dell’onirico.

Conoscere Silvia, Nanda, Elisetta, l’ingegnere, il pittore e tutti gli altri, permette di entrare nella logica che regola la montagna, e cioè quella mesta solitudine incoraggiata dal paesaggio e dalle stesse persone:

Che a Pralève si fosse trapiantati in una dimensione diversa l’avevo capito subito. Si era liberi, o meglio, liberati; ma anche si faceva parte di un ordine. Tale condizione doveva provenire non soltanto dal carattere naturale del luogo, ma anche da quello della comunità formata dagli abitanti, nativi e di passaggio.

Procedendo per epifanie, la scrittrice rende la montagna un luogo che trabocca di poesia sommessa, utilizzando un soggetto in qualche modo circoscritto, ma senza l’impronta vedutistica che incastra la prosa nei limiti della caricatura.

Immersa nella delicatezza dell’essenzialità, la sua è una scrittura che disvela l’impronta personale, quasi con umiltà, sicuramente con letizia.

La ricostruzione dell’ambiente diventa, qui, lo stimolo per il racconto di un passato sempre attuale: il momento della narrazione si fa privato, dettato da quei vincoli interni che superano le logiche del tempo materiale e di quello previsto dall’incedere narrativo.

Resta tangibile l’avanzare descrittivo, che attinge direttamente nell’umana dignità.

Lo fa tratteggiando con arguta pacatezza sia le persone (“il suo sguardo era distaccato e triste, quasi sofferente. Ma era una tristezza che non chiedeva comprensione”) sia i luoghi, raggiungendo per entrambi una raffinata rarefazione (“Le ombre sono di un viola intenso, il rosa diventa arancio, i rari squilli di luce ora sono una fanfara: nel silenzio intatto, siderale”; oppure: “vi era qualcosa di battagliero, nel cielo, una purezza quasi insostenibile”).

Ci si salutava con l’intesa – tacita – che avremmo cessato di esistere fino all’anno venturo. Forse perché ignoravamo tutto l’uno dell’altra, ma non esclusivamente per quello; veramente qualcosa si spegneva – si nascondeva – in noi quando lasciavamo Pralève.

Allo stesso modo è difficile non tornare sulle pagine appena concluse, con la sensazione di ritrovare, anche se solo per qualche momento, anche se solo per qualche riga, quella testimonianza di umanità sospesa che continua a rivivere nella penna di Lalla Romano.

Così diventa difficile sentirsi esseri umani estranei nel mondo. Ed è tutto ciò che Pralève può lasciarci in eredità.

Lalla Romano, Pralève e altri racconti di montagna, 
pp. 144, Edizioni Lindau, 2017

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