Famiglie ombra – Mia Alvar

Siamo tutti professionisti dell’emigrazione: ognuno, a proprio modo, ha già vissuto l’esodo dei sentimenti e delle affezioni.

Lo sa bene Mia Alvar, nata a Manila e trasferitasi prima nel Bahrein e poi negli Stati Uniti: la sua esperienza è l’infinitesimale tassello della diaspora della dittatura di Marcos, ora esplosa in Famiglie ombra, una portentosa raccolta di short stories targata Racconti edizioni.

Condividere il dolore aiuta a dissiparlo.

Famiglie Ombra - Mia Alvar

Il volume si apre con Kontrabida, una storia che ha nel complesso rapporto tra figlio e padre, presente poi nei racconti successivi in modalità diverse e complementari, la corrispondenza emotiva dell’espatriato nei confronti della sua terra d’origine.

Brutalmente esorcizzato è qui il nucleo tematico, infatti, dell’influenza che un genitore può esercitare sui propri figli, che si ripropone attraverso sfumature differenti culminanti nell’ultimo racconto (Milagros).

Con una solidità narrativa più vicina al romanzo che alle short stories, Alvar coglie l’essenza delle Filippine attraverso storie di gente comune: un farmacista che torna al capezzale del padre, una ragazza che perde il fratello in Medio Oriente, una donna che indaga nel passato del marito, un ragazzino senza gambe che fa amicizia con una strana ragazza.

Ma lo sguardo narrativo non ristagna in un cieco campanilismo, anzi si allarga in cerchi concentrici sempre più larghi: c’è l’Undici Settembre, ci sono modelle americane in cerca del senso della vita, c’è un occidentalissimo sgretolamento di convenzioni sociali per colpa di una donna sessualmente libera.

Gravita dunque su questa raccolta un importante assunto: l’incertezza del futuro è materia universale, pur rimanendo centrale la storia filippina, esaminata attraverso lenti aderenti alla realtà, ma che godono di volta in volta di particolari punti di osservazione: è l’ineludibile tentativo di connessione con il mondo.

Ed è anche il canto dell’ambivalenza dell’identità, raccontata attraverso storie di lotte personali, spesso inserite in contesti socioeconomici in difficoltà, sebbene Famiglie ombra sia soprattutto la dichiarazione tangibile e assoluta di riscatto.

Però ti devo avvisare. Puoi anche andartene, ma i luoghi hanno la capacità di non lasciarti. […] Non potrai mai dimenticare cosa è successo qui, a prescindere da dove andrai o da quanto ti sforzerai.

Nella Grecia antica lo sapevano bene: la nostalgia di casa è un ritorno (nostos) al dolore (algos).

Per sconfiggerla, Alvar affronta impavida la realtà che la circonda e tutto ciò che le manca per essere definito casa, senza cedere a facili sentimentalismi. Ma illuminando, invece, il legame con il passato: lo fa mettendo in equilibrio la storia pubblica, la versione sociale, e quella privata, la versione dolorosa di un’esistenza scissa per sempre.

La sua fiction non promuove cause politiche ma costringe ad acquisire una prospettiva diversa: sta tutta qui la potenza della sua scrittura empatica.

L’immersione diventa dunque totalizzante, grazie all’incredibile fascinazione della potenza narrativa, che è vivida e compatta; soprattutto mai superflua, perché racconta con competenza tutto quello che è necessario sapere di una storia.

Si tratta di un tipo di cesellatura raffinata e complessa, se si riflette sul fatto che la lingua inglese con cui sono stati scritti i racconti non è la lingua madre della Alvar. In un certo senso, la donna è la versione filippina di Emil Cioran quando abbandona il tagalog, operando un taglio di netto distaccamento dalle origini.

Ma il suo non è mai un tradimento, né uno strangolamento della genesi: la nuova lingua è la strada della resurrezione, il punto di contatto con un mondo altro ma non per questo alieno.

In Famiglie ombra Alvar racconta di sé stessa e della solida consapevolezza che nella transizione c’è sempre qualcosa che si perde ma anche qualcosa che si acquista.

E l’equilibrio dove sta?

Non esiste: la vita privata trascolora sempre nella vita pubblica, e viceversa.

Lo dimostra perfettamente l’ultimo racconto, una storia di lotta sindacale che muove le fila del passato filippino per perdersi dentro una realtà privata dolorosa e angosciante.

E lo svela, infine, la copertina (della talentuosa Elisa Talentino): non è il cuore ad affondare le radici in una nuova realtà, ma è la realtà che si radica nel cuore di chi vive con gli occhi spaesati ma affamati nella speranza della prima volta.

E sembra dunque chiaro che la conciliazione con storia, ambiente e coscienza vada cercata solo dentro sé stessi, l’unico luogo in cui si cela l’identità più vera.

Mia Alvar, Famiglie ombra, 
pp. 453,
 Racconti edizioni, 2017

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