Umami – Laia Jufresa

Quando abbiamo a che fare con qualcosa che non riusciamo a domare, spesso proviamo a descriverlo, per metterlo a tacere, o al limite soggiogare sotto le mire di un linguaggio utilizzato in senso epistemologico.

Chi non ha tentato di espiare una sofferenza affrontandola con le parole?

Fa così anche Alfonso, uno dei protagonisti di Umami di Laia Jufresa, in libreria grazie a Edizioni SUR, quando prova a scandire il suo dolore su un pc soprannominato Nina Simone.

Se non riesco a raccontare con ordine, almeno voglio raccontare le cose importanti.

Incredulità, amarezza, disperazione, apatia: infinite sono le reazioni di fronte a un lutto improvviso. In Umami provano a spiegarlo cinque voci differenti, quelle di altrettanti personaggi che vivono nello stesso comprensorio dalla strana forma di una lingua:

Umami

Villa Campanario

Dalla strada si ha l’impressione di affacciarsi su una laringe: il lungo vialetto è fatto di un tessuto che sembra vivo, e il sole che batte sui muri grezzi sembra rugiada, saliva.

Attraverso salti nel tempo e cambiamenti del punto di vista, si articola il resoconto di 4 anni all’interno di Villa campanario, questa modesta zona di cinque case disposte come i gusti nel nostro palato: dolce, amaro, salato, acido e umami, quel caratteristico miscuglio di dolce e salato tipico dei formaggi o della salsa di soia.

Nessuno può metterti davvero in guardia ma i morti, o almeno alcuni di loro, si portano via con sé abitudini, anni, interi quartieri. Cose che credevi condivise ma in realtà erano tutte loro. Ed è giusto, dico io. Patti chiari, lutti lunghi.

In questo spazio forse angusto, sicuramente protettivo, ognuno, a suo modo, ha a che fare con una perdita importante a cui cerca di porre una fine – o al limite di trovarne un senso.

C’è Ana (soprannominata Agatha Christie), ragazzina impetuosa che porta il peso di una sorellina annegata inspiegabilmente. C’è Marina, una strampalata pittrice che inventa neologismi di colori in attesa che le ritorni la voglia di mangiare. Oppure c’è Pina, la cui madre è scomparsa lasciandole una lettera che il padre le ha nascosto.

Offrendo tali scenari di domestica infelicità, Jufresa imbastisce una delicata sinfonia dell’umanità indagando la morte e la perdita al cospetto della vita, ma con la leggerezza necessaria per non soccombere.

Sullo sfondo di un Messico lontano dagli stereotipi violenti, l’impossibilità di redenzione di fronte al lutto viene evidenziata dalla frammentazione della famiglia, cristallizzata per sempre nel momento della perdita:

Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra.

Attorno a questi cuori infranti a giornate quasi soddisfacenti si alternano giorni bui, in cui il fantasma dell’assente nuota nell’aria, sottinteso, ricordando che la vita dopotutto deve pagare il riscatto della privazione.

Umami_cover

È per quest’alternanza di accondiscendenza e brutale risveglio che il dolore viene associato all’umami, difficile da spiegare, così variegato da attraversare stadi differenti, dalla nostalgia alla disperazione, senza una logica. Senza uno scopo.

Si può dunque porre fine al dolore?

Con l’alternanza di voci diverse e l’utilizzo del tempo come materia plastica modellata proprio su questa dolenza, Jufresa sembra suggerire di no. Essendo universale, non veicolato dalla cultura né, tantomeno, dall’influenza del tempo, il dolore può sì cambiare, attenuandosi, ma non sparisce mai definitivamente.

La quieta scrittura della Jufresa oscilla tra due poli: da una parte le cose che accadono e dall’altra come esse vengono accolte. In mezzo c’è una costante e dolorosa rielaborazione (il racconto): una tendenza a scavare nell’interiorità che forse complica la narrazione ma la rende umana nel suo significato più stringente.

È per questo che Umami è principalmente la storia di come si indossa un lutto, ma non può essere considerato un romanzo sulla morte; è piuttosto basato sui vuoti e le disattese che essa crea: sulla possibilità, soprattutto, di testimoniarle contro una vita imperfetta, ma palpabile.

Cerchiamo tutti qualcosa che dia sapore alla nostra vita. Il dolore aiuta a mantenerci concentrati sul percorso migliore, ci nutre donandoci il carburante per stare svegli.

Per rimanere vivi.

 

Laia Jufresa, Umami, 
pp. 250,
 Edizioni SUR, 2017

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