Intervista a Sandro Campani

Ho letto Il giro del miele non molto tempo fa e sono stata rapita dalle tessiture narrative del giovane Sandro Campani, che ho avuto il piacere di intervistare. Di storie d’amore ed eterne lotte con i padri, di passioni violente, di canzoni dei Baustelle che commuovono fino allo struggimento: sono alcune delle tematiche affrontate in questa lunga chiacchierata che mi ha riportato a casa.

  1. Approdare in Einaudi dopo le pubblicazioni di PlaygroundItalic Pequod deve farSandro Campani spuntare un certo sorriso sulle labbra: ci racconti il tuo percorso?

I Supercoralli Einaudi sono la casa che ho sempre sognato. Essere in questa casa mi dà felicità e responsabilità.

Per quanto riguarda il mio percorso, sono molto orgoglioso di far parte del catalogo Playground, che fu l’editore del mio esordio (anzi, fu un doppio esordio: l’antologia con cui s’inaugurava la casa editrice, nel 2004, conteneva anche un mio racconto, a cui seguì poi il romanzo nel 2005); è stata la mia prima esperienza di editing professionale, praticamente una scuola di scrittura intensa e faticosa: da quel primo libro ho cominciato a costruire la valle immaginaria dove s’incrociano i personaggi che ho portato avanti nei racconti usciti qualche anno dopo per Italic Pequod (Nel paese del Magnano, un libro a cui voglio tantissimo bene). Quella raccolta ebbe un po’ d’attenzione e vinse un premio: mi contattò Maria Cristina Guerra, che è la mia agente anche oggi, grazie a cui il mio terzo libro uscì per Rizzoli (e quello, ecco, è un romanzo per cui nutro un amore frustrato che a volte cambia di segno, è un testo con cui ho combattuto molto e di cui forse non mi sono liberato); infine, con Il giro del miele, è successa questa cosa bellissima, montare su un treno e andare a Torino. Mi sento abbastanza maturo per portarne la responsabilità senza farmi prendere dalle paturnie o dalla vanagloria.

  1. Il giro del miele è una storia di grande impatto emotivo e dal linguaggio lieve nella resa ma denso nei piani articolati delle espressioni di ciascun personaggio: da dove nasce l’ispirazione, e quante stesure hai dovuto affrontare?

L’ispirazione è nata da alcune immagini slegate che si sono imposte e non se ne volevano andare: la visione di una coppia racchiusa nella propria tenerezza in un rifugio alpino; la visita inaspettata di una lince – era davvero una lince? A me e mia madre parve di sì – che ci attraversò la strada una notte, in un luogo in cui io e il mio migliore amico d’infanzia, che non c’è più, passavamo molti pomeriggi; la visione di un ovile abbandonato dove alcuni faggi secolari muoiono in mezzo a un ammasso di lattine arrugginite e i ganci di legno ricavati dai rami scortecciati stanno appesi a un palo, impregnati di sangue secco; forse, anche la falegnameria che c’era nella mia borgata quando ero piccolo. Davide e Silvia sono stati i personaggi da cui ho cominciato, poi le loro famiglie (Silvia e suo padre Ermanno erano già presenti, con un piccolo ruolo, nel mio romanzo precedente, La terra nera). La prima stesura del romanzo, incentrata sulla loro storia, era in terza persona e conteneva già tutti gli altri – il padre di Davide Uliano, la sorella Giuliana, Giampiero – ma quando, su consiglio di Giulio Mozzi, sono passato alla prima persona, ho potuto fare quel lavoro di imitazione delle diverse voci che mi piace tanto, e il punto di vista di Giampiero ha fatto fiorire un mucchio di fatti inaspettati: i personaggi hanno preso vita, e dal loro confrontarsi è nata la storia. È vero, ognuno ha il suo tono, il suo ritmo nel parlare, le sue espressioni idiomatiche: è una cosa a cui cerco sempre di stare molto attento. Le stesure sono state tre, forse due e mezzo, potrei dire (che per i miei standard non è tanto): il lavoro più difficile e quindi divertente, non è stato tanto riassemblare in una cornice a flashback quella che prima era una vicenda lineare, quanto quello di tradurre in varie voci diverse fra loro vicende che prima ero io a raccontare.

  1. Rileggendo alcuni passaggi, mi è sembrato di intuire un certo amore per Pavese, oltre che per le dichiarate passioni per McCarthy e Steinbeck: quanto pesa il bagaglio ereditato da questi giganti? E come tenerne, se è giusto farlo, le dovute distanze?

Quelli che citi sono riferimenti molto importanti per me, fin da quando ero bambino, poi ragazzino, e a scrivere non ci pensavo. Erano i libri che mia nonna aveva in casa (per McCarthy invece la passione mi colpì a venticinque anni, con Meridiano di sangue). Tendere a dei modelli è naturale e necessario, allora meglio sceglierli altissimi, irraggiungibili, altrimenti non c’è gusto nel provarci! A parte Pavese, di cui magari posso osservare il giro di frase, il suono, gli altri sono americani letti in traduzione e io non ho la preparazione per leggerli in originale, il mio inglese è peggio che maccheronico. Perciò, già questa è una distanza. Poi la distanza è data dai tuoi limiti, dal tuo occhio che è solo il tuo: gli esempi ti aiutano a trovare la tua voce, ma non te la possono creare già pronta.

  1. Prima che una storia d’amore, Il giro del miele è la sintesi dell’eterna lotta con ililgirodelmiele padre: lo dimostra il trio irrisolto Uliano-Davide-Giampiero, entità che si muovono vicine ma mai sullo stesso binario, in cerca di affetti celati e approvazioni mai arrivate. Un tema così antico, che sviluppi senza cadere nella banalizzazione della retorica, racconta di esseri umani pronti a cadere negli stessi errori. Quali passi falsi possono essere evitati?

Esatto, è un tema antico, inesauribile e potente su cui scrivere, e un tema che sento: una di quelle tre, quattro storie a cui ci si accorge di tornare, riscrivendo variazioni; già La terra nera affrontava lo stesso tema: là era la storia di tre fratelli che alla morte del padre ristrutturano il rudere avuto in eredità – uno dei tre era Mario, che fa da comparsa sgangherata anche in questo romanzo. Abramo e Isacco, ma soprattutto la storia di Esaù e Giacobbe, la primogenitura usurpata, sempre quella storia, mi torna sempre addosso. Ho anch’io due fratelli più piccoli, magari dovrei dir loro di non preoccuparsi…

  1. E poi ci sono Davide e Silvia, la coppia felice – o almeno all’inizio, finché non arriva la lenta distruzione. Ho notato un’evidente delicatezza nel modo di insinuare la violenza nelle maglie di una coppia che si disfa: una scelta molto attuale seppur dimessa nei toni. È possibile interpretarlo come atto politico più che letterario?

Non mi andava di calcare, di cercare l’effetto, o la scorciatoia. Per questo non ho preso la strada della violenza esplicita. Ma c’è la possibilità della violenza. C’è un mondo in cui Davide, quasi casualmente, si inoltra, che è un mondo oscuro in cui Silvia non vuole mai più entrare. La delicatezza di cui tu parli mi ha permesso di restare con i personaggi per tutto quel tempo e lasciarli fare senza ridurli a stereotipi. Sarebbe stato poco rispettoso per il lettore, per i personaggi, e per il tempo che ho dedicato loro. Per il resto, ho scritto una storia, e spero ci sia vita dentro questa storia. Se c’è vita, ogni considerazione a posteriori è legittima, anche quella sociale. L’importante è che non ci sia stato un programma da parte mia, perché avrebbe significato ammazzare i personaggi appena nati.

  1. La storia d’amore tra i due ragazzi è raccontata dalla controparte maschile, che pure si rileva oggettiva nei limiti dello sguardo. Qui c’è Silvia che deve essere protetta da probabili scatti di violenza, ma che alla fine si salva da sola, lasciando Davide in balia dell’uomo che è diventato: ciò che resta è una donna che si rialza in piedi e un uomo distrutto dai rimorsi. Cos’è, dunque, il maschile e il femminile in letteratura?

Davide ha il suo carattere e i suoi problemi, e sì, anche un modo di comportarsi che deriva da quello che a un maschio è sempre stato chiesto: di considerare la chiusura e la durezza come aspetti della dignità. Un modo di comportarsi che a lui stesso provoca un gran male. Silvia ha le sue illusioni e le sue disillusioni, e sì, è forte. A loro è capitato così. Posso tentare insieme a te di trarne un insegnamento, o un ragionamento su certe caratteristiche tipiche, ma non ci ho pensato mentre scrivevo.

Raccontare la storia attraverso lo sguardo maturo, a volte commosso di Giampiero è stata una prova per me, che mi ha fatto amare molto di più Davide e Silvia: come se Giampiero facesse capire più cose anche a me, al loro riguardo; e sorprendentemente non ho trovato difficoltà nel tono di Giampiero, mi sono immerso subito nella sua voce. Il parlato slabbrato e inconsulto di Davide, le sue esplosioni logorroiche, dopo le quali si richiude in silenzio, è stato più difficile: c’era da stare molto attenti alla misura, con quel divagare emiliano ossessivo.

  1. Nel romanzo si palesa saltuariamente una lince dalla dubbia esistenza, esattamente come il dolore di Davide, che spesso si nasconde proprio quando merita di essere raccontato. E lo dimostra il fatto che dopo dieci anni dalla fine della storia con Silvia, lui decida di parlarne a Giampiero, con “occhi soggiogati da uno spirito che li aveva invasi e li stava facendo ammattire”, senza dire ad alta voce mai effettivamente quel che prova. Sembra quasi voler dire al lettore: “A cosa serve, in fondo, il dolore?” E per Sandro Campani a cosa serve il dolore?

A provare empatia, a mettersi nei panni degli altri. Se riesci a sentire la consistenza del male che potresti fare senza accorgertene, del male che gli altri sentono, puoi cercare di diventare una persona più attenta. Però il dolore, se ti crogioli a restarci immerso dentro, ti può rendere sordo ed egoista. Silvia, a un certo punto della sua vita, nell’adolescenza, ci ha un po’ flirtato, col dolore: poi ha pensato a quanto di posa estetica ci fosse nel suo comportamento, nelle sue catarsi da bamboccia, si è sentita stupida. Mi piace tantissimo l’atteggiamento pratico che Silvia ha maturato.

  1. Quello che forse, al di là di tutto, insegna Il giro del miele è che non si può mai venire alla resa dei conti con la propria coscienza senza perdere pezzi di sé. Un cambiamento che non è necessariamente negativo, ma che in qualche modo costringe a pensare l’uomo come un essere in costante perdita e ricostruzione. È così?

Mi piacerebbe, come risposta, ascoltarci insieme “Il futuro” dei Baustelle, che a mio parere è una delle canzoni più struggenti degli ultimi trent’anni. Mi viene da piangere ogni volta che la sento.

“Ho guardato la casa che una volta abitai. Perché quando te ne vai, è davvero come se capissi per la prima volta l’uomo che sarai. (…) Il futuro desertifica la vita ipotetica. Qui la vista era magnifica, da oggi significa che ciò che siamo stati non saremo più.”

Perdiamo di continuo qualcosa, qualcosa che ci sembra importantissimo e se ne va per sempre. Io, più passa il tempo e più mi sento conservatore nell’animo, più timoroso, e questo non so se vada bene. Bisogna evitare di indulgere nella malinconia, anche quando si scrive – altrimenti, prendi delle onde che ti portano lontanissimo, da nessuna parte: in fondo in fondo, vorresti tornare bambino e restarlo per sempre, punto e basta, ma non puoi stare a pensare continuamente a quello. Più che perdere pezzi, forse, si tratta di sistemarli, di accettarli per ciò che hanno lasciato e di provare a rimetterli a posto.

  1. Quali sono i tuoi progetti futuri? 

C’è una storia su cui sto prendendo appunti da due annetti, in cui torneranno alcuni personaggi a me molto cari fin dai tempi del Magnano, ha già preso corpo e fra qualche mese mi metterò a lavorarci. Prima della fine dell’anno, mi piacerebbe anche finire il quarto disco degli Ismael, il gruppo con cui suono da un bel po’ di tempo. È il tempo, proprio, il mio problema principale. Faccio un lavoro molto divertente ma molto impegnativo, che me ne lascia poco.

Ho poi altre due o tre storie che mi ronzano in testa: alcune potrebbero rivelarsi buone, altre non lo so, è troppo presto per capirlo. Una produrrebbe un libro breve, compatto, sulle novanta pagine, che è una cosa che prima o poi mi piacerebbe fare. Un’altra avrebbe bisogno di anni e anni di documentazione, teniamocela per la pensione.

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