La terra si muove – Roberto Livi

La-terra-si-muoveTra gli esordi di casa Marcos y Marcos è stato recentemente pubblicato La terra si muove, del marchigiano Roberto Livi. Si tratta di un piccolo concentrato di ironia, che di diritto si inserisce nel solco della migliore tradizione di Paolo Nori.

Di questa città non mi piace niente. Ogni volta che vedo un turista che scatta una foto penso: “ma cosa sta facendo?”.

C’è qui un protagonista mesto, uno di quelli che etichetti come una brava persona solo perché della sua esistenza non fa proprio nulla, prediligendo la stasi a qualsiasi altra forma di vita.

Trascina i suoi giorni abitando con la madre – anziana e quindi un po’ stordita – in una casa che improvvisamente comincia a scivolare sopra una frana. L’eredità di un padre che ha sempre lavorato sodo è il risultato della sua stessa taccagneria: le crepe dei muri si allargano impercettibilmente, ma costantemente, giorno dopo giorno dopo giorno.

La soluzione, pur semplice, non è facile da far digerire alla madre: è necessario trasferirsi in città, abbandonando la magica Monteccicardo così amata dalla vecchia.

Quella che potrebbe però rivelarsi l’occasione giusta per ripartire da zero e conoscere nuove persone, si trasforma in un’ennesima delusione. La movida di Pesaro non è esattamente viva, e quando la decisione è quella di spostarsi in Romagna per bere una birra, l’incontro con una donna equivoca dalle gambe lunghe e dal nome straniero è servito.

Ho un bel ricordo di quel periodo. Stavo così bene che ero arrivato al punto di pensare che forse Dio, se c’è, è nella distrazione.

Più che un romanzo è quasi un racconto lungo, La terra si muove. Con una rapidità tipica delle narrazioni brevi, infatti, rivela in piccoli capitoli le grandi, futili gesta del quotidiano con una gran dose di ironia tratteggiata di cinismo velato.

Stupisce, soprattutto, la derisione della quotidianità raccontata senza predeterminazioni, restando solido però un approccio in chiave leggera, mai ridondante o addirittura avvilente.

Gli episodi umoristici rivelano la piega più umana del protagonista, che si nasconde di fronte alla sua vera natura e che non arriva mai alla fine di sé stessa. La sua staticità bonaria si contrappone alla casa in movimento: è chiaro che le crepe incarnano simbolicamente tutta la precarietà di una vita da cui fuggire, ma senza eccessive ansie.

Non mancano i risvolti amari di questa pratica narrativa votata al divertissement; lo dimostra l’eterna insoddisfazione nei confronti del paesello vuoto prima, e della città provincialotta poi. Il luogo come estensione, o meglio proiezione, della propria costante manchevolezza nei confronti della vita viene narrato con un’acutezza quasi sociologica, incarnando il male di vivere della generazione reclusa in provincia.

Attraverso una voce già matura, così lineare e pacata, il racconto si sviluppa con un lessico sì colloquiale, ma con un’originale nota di guizzo della monotonia di grande spessore.

D’altronde, sembra suggerire Livi, la vita è un pendolo che oscilla disordinatamente tra l’insoddisfazione e la risata, cambiando spesso di segno senza annunciarsi:

Dopo tanti anni di esperienza, una cosa sul dolore l’ho capita. Ho capito che per non sentire il dolore bisogna imparare a saltare nel momento giusto.

Come quando da piccolo mi portavano al mare, e quando c’era il mare mosso arrivavano delle onde che erano come delle frustrate, che mi facevan male e mi facevano anche bere l’acqua salata. Poi ho imparato che per non sbattere contro l’acqua bisognava saltare un momento prima dell’arrivo dell’onda.

Col dolore è la stessa cosa, questo perché secondo me anche il dolore è fatto a onde.

Roberto Livi, La terra si muove, 
pp. 224,
 Marcos y marcos, 2017

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