Il corpo che vuoi – Alexandra Kleeman

Il corpo che vuoiHo letto Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman – che inaugura il catalogo di Edizioni Black Coffee – con l’aria contrita di chi è costretto a raccogliere pezzi di sé nel mondo disincantato.

L’ho letto lasciandomi trascinare nella malia di un sogno vivido, in cui venivano disposti l’uno accanto all’altro quei fenomeni della modernità che sono l’alienazione, la conformità, la solitudine, il consumismo, la vanità come mercificazione.

E non ne sono ancora del tutto fuori.

Le persone sono creature fragili: esistono solo se osservate da una certa prospettiva e a una certa distanza. Se sbagli posizione potresti perderle di vista completamente.

C’è una ragazza, nota come A, che vive in un sobborgo americano non meglio identificato insieme a B, una coinquilina che a definirla problematica le si farebbe un complimento. Entrambe si nutrono unicamente di arance e ghiaccioli alla frutta (più un colore che un cibo) per inseguire le forme del corpo perfetto, mentre C, fidanzato di A, preferisce poltrire davanti a una tv che lo sfama di video porno e reality show di dubbio gusto.

Sullo sfondo ci sono le pubblicità allucinatorie della Kandy Kake, la merendina più buona del mondo, preoccupanti sparizioni improvvise di uomini e l’espansione di una setta alimentare che all’urlo di Non sei tu ma ciò che mangi. Scegli bene. promuove la purificazione dello spirito attraverso le purghe e l’emarginazione.

Con una prosa perturbante, la Kleeman predispone le regole di un viaggio – tutto personale – attraverso lo specchio, in cui il dentro viene portato alle estreme conseguenze e il fuori vacilla di fronte alla perdita della coscienza.

Ed è chiaro il suo intento di raccontare quella faticosa necessità contemporanea di affermarsi attraverso il corpo che deve sottostare alle regole di un canone estraneo: A infatti non si sottrae alla disciplina dell’affamarsi, ma anzi porta nel mondo come un vessillo il suo evidente strato di denutrizione.

Una fame disperata mi si agita dentro. La pelle è una prigione. All’improvviso vorrei rivoltarmi come un calzino, riversarmi all’esterno e iniziare a staccarmi dei pezzi a morsi, nutrirmi.

Il rapporto tra la fame e il cibo si riversa sulla narrazione come una sorta di distopia: ci sono dei veri terroristi dell’alimentazione (niente a cui l’ortoressia odierna non possa in effetti giungere), suadente frutta geneticamente modificata, merendine così buone da essere necessariamente chimiche.

Il cibo è un arrogante nemico e non un nutrimento: cosa vuol dire possedere un corpo femminile in questo secolo?

Per A significa avere un’unica concessione, cioè nutrirsi di miracolose creme idratanti: nessun simbolismo, qui c’è solo totale abnegazione verso una bellezza non aspirata ma solo subita.

La narrazione arzigogolata e allucinatoria di A può in questo senso essere intesa come il resoconto delle sovraeccitazioni mentali da denutrizione e la sua sconfitta diventa la sconfitta della società, in cui disconnettersi dal proprio corpo è la chiave surreale con cui affermarsi.

Ho visto le poche cose di cui mi importava dimenticarsi di me. Ho visto la vita per cui non ero fatta rimarginarsi intorno alla mia assenza, come una ferita.

Mi tocco la faccia. Stringo la pelle fra le dita, la tiro. Non capisco cosa sia andato storto.

Il mondo come volontà e rappresentazione, o meglio: il mondo come raccolta delle ossessioni di una modernità che mentre giudica si accomoda sull’assetto dell’apparire.

E più ci si incastra in questa ricerca più ci si assottiglia, diventando spettri dell’immaterialità: A, B e C non hanno nomi proprio perché non hanno coscienze, identità, sogni, nemmeno un passato. Esistono nel presente senza una proiezione e sono vittime della loro stessa, terrificante interscambiabilità.

Una persona in teoria dovrebbe desiderare di essere una persona migliore. Le persone migliori hanno una scorta di sé che gli avanza, sono disposte a donarla agli altri, qualcosa da cui possono separarsi e prendere le distanze. In me invece le varie parti si staccano e basta, si allontanano e aspettano che accada qualcosa.

In un mondo in cui i colori superpop esplodono fino alla nausea e le urla della tv non coprono il silenzio interiore ma lo creano, le ossessioni diventano l’unica via per personalizzare la propria storia. Che l’uomo sia un animale tragico lo profetava già, d’altronde, Zapffe: nascondersi dalla verità è la scelta saggia che ognuno interpreta a suo modo.

A opta per un’anoressia dello spirito che la sfianca e non risolve il problema dell’identità irrisolta: paradossalmente il suo mestiere è quello di correggere bozze, ma non riesce mai a migliorare sé stessa. Forse perché non vuole farlo.

O probabilmente perché non sa di poterlo fare.

Il corpo che vuoi è un romanzo americano a tutto tondo, per quella vastità territoriale corrispondente alla vacuità dei sentimenti, per i sobborghi di periferia alienanti, per la televisione come schermo del mondo, per quel doversi mettere in mostra come logica superiore a ogni necessità dello spirito. Ma soprattutto per quel senso di piccolezza che obbliga alla ricerca della felicità, spesso senza successo.

Con una scrittura cerebrale e mistificatoria, Alexandra Kleeman costruisce un apparato narrativo con cui disseziona le paure della contemporaneità, illustrando la vulnerabilità dell’essere umano di fronte alla percezione di sé stesso. E con la sua storia lucida e inquietante esplora i vuoti del subconscio umano e spiega perché aspirare alla perfezione è il più fallibile dei comportamenti umani.

 

Alexandra Kleeman, Il corpo che vuoi, 
pp. 304,
 Edizioni Black Coffee, 2017

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