Intervista a Ida Amlesù

Ho un legame particolare con gli esordi di casa nottetempo e nemmeno Perdutamente si è sottratto all’incanto che governa i suoi compagni di collana. Ho fatto una chiacchierata con la voce fresca e vorticosa di Ida Amlesù: sugli ideali di letteratura, sul dolore e la solitudine, sul significato della scrittura e sui progetti futuri.

  1. La prosa matura di Perdutamente rivela una salda consapevolezza letteraria. Quali idatesti hanno caratterizzato la tua esperienza di lettrice? Qual è il tuo ideale di letteratura?

Ho imparato a leggere presto, da sola. A scrivere pure, nessuno ricorda mai bene come o perché. Sono cresciuta in una casa un poco vuota, i libri mi hanno tenuto compagnia fin dall’infanzia. Il primo che ricordo è Piccole Donne, l’ho letto a sei anni, mettendoci un anno intero. Da bambina avevo una gran passione poi per le storie lacrimevoli. Di quegli anni ricordo molti classici, Canto di Natale, Gli eredi del Circo Alicante, quasi tutto Dino Buzzati, un tentativo senza senso di leggere i Promessi Sposi in quarta elementare (posso dirlo adesso senza vergogna: allora non capii niente). E ancora Il Giornalino di Gian Burrasca, Jane Eyre, Polissena del Porcello, e più in generale Bianca Pitzorno, Giana Anguissola, Calvino e Gianni Rodari (mio padre me li leggeva prima di andare a dormire, oppure al telefono), e il libro più amato, il Diario di Anna Frank. Non credo sia mai stato scritto un libro più vero sulla giovinezza.

Più che un ideale di letteratura, ho un ideale di libro, ed è un libro che non finisce. Ma non è ancora stato inventato, perché noi scrittori siamo dei cialtroni.

Aspetto pure con impazienza il grande libro dei bugiardini, ma qualcuno mi ha detto che forse è già uscito.

Crescendo, sono venuti Balzac, Dumas padre, Edgar Allan Poe, Agatha Christie, Dostoevskij. Può sembrare strano, ma hanno molto in comune. Ho sempre avuto un debole per i gialli, vedo misteri dappertutto. Specie dove non ci sono.

Porto Gogol’ in palmo di mano, e gli umoristi Il’f e Petrov, e ho un certo amore malato per Dmitrij Gorchev. Di Wodehouse mi emoziono anche solo a parlare. Chi ho dimenticato? Senz’altro molti, ma aggiungo così, alla rinfusa, Paul Auster, Garcia Marquez, Tolstoj, Chiara Valerio, Italo Svevo. E i poeti: Verlaine, Apollinaire, Blok, Achmatova, Cvetaeva, Montale, Dino Campana, Giovanni Pascoli.

  1. Quello con nottetempo è un esordio in piena regola: quali tappe hai dovuto attraversare prima di giungere alla pubblicazione?

Non ho idea, in verità, di come sia un esordio in piena regola. Diciamo che le cose hanno preso la piega che con me prendono spesso: si sono intralciate, si sono annodate, si sono risolte in modo inaspettato.

Avevo mandato un manoscritto, di un altro libro, un giallo, nel 2013. Il romanzo non era pronto, o faceva schifo, delle due non so; ma Chiara Valerio mi disse che c’erano delle cose interessanti e di riscriverlo, e io già allora tendevo a fare quello che Chiara Valerio dice. Al terzo o quarto giro di scrittura era già passato un anno e mezzo, e mi scocciai. Pensai che se quello non era un libro bello abbastanza, era tempo di scriverne uno. Otto mesi dopo mettevo la parola fine a Perdutamente.

Dopo di che l’ho riscritto tredici volte, da brava nevrotica. Ma tant’è.

  1. La protagonista del romanzo è una giovane donna senza nome, spaesata e spesso alla deriva. Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio ferito dal mondo? E come è nato?

Io non so mentire.

Non so nemmeno inventare. Credo che ogni personaggio sia per forza autobiografico. È come recitare – tu non sei il personaggio, ma il personaggio è te. È una parte di te. Anche Volodja, anche il Santo, anche il gatto.

Ammiro chi sa creare storie di fantasia e parlare in terza persona.

Detto ciò, non credo che il mio personaggio sia ferito dal mondo. Il libro si chiama Perdutamente, e perdutamente è una qualità. La protagonista ha la capacità invidiabile di toccare sempre con mano il fondo, e mai annegare. Il suo sguardo sul mondo è dall’interno, dalla profondità delle cose e delle circostanze. La tristezza le viene dall’essere sola con la sua visione del mondo. Cerca di risolvere misteri, di mettere insieme i pezzi. La realtà le si presenta scomposta e illogica, lei non la capisce. Ma tenta comunque di ricomporla, il che si riflette nella scrittura – scissa, frammentata nel primo atto, e man mano che si procede progressivamente fluida, unita. Il mio personaggio non è mai vittima, non è mai vinto. Il suo è un “Non capisco, dunque sono”.

In un certo senso, anzi in tutti i sensi, considero Perdutamente un giallo. Scoprire cosa succede, e come, e perché – questo è il senso.

  1. Il rapporto tra la musica e il testo è evidente: la tua passione per il canto lirico si palesa attraverso il modo in cui hai strutturato la narrazione. Ci sono state delle influenze musicali specifiche durante la stesura?

Perdutamente nasce come un’opera – tre atti, due intermezzi musicali (probabilmente ballati). L’idea era che tra un atto e l’altro, mentre i personaggi si riposano dietro le quinte, i temi trattati tornassero in scena con altro volto e altro costume, liberamente, disponendosi in figure artistiche e danzando.

Volendo poi entrare nello specifico, la parte chiamata Pietroburgo l’ho immaginata come uno dei balletti russi di Djagilev, e il Diavolo per me aveva le fattezze forti e un po’ selvagge di Nijinsky. Ricordo di avere letto da qualche parte come Nijinsky mettesse nella danza un’immediatezza, una violenza quasi, di gomiti e pugni e salti, così quando l’ho immaginato farlo in piedi sull’acqua di un fiume mi sono detta: ecco, è lui il Diavolo.

In alcune scene ammetto che la musica è precisa, ed è di Prokof’ev.

  1. La storia d’amore di Perdutamente si pone ben lontano dagli schemi salvifici canonici:perdutamente_cover è piuttosto uno specchio delle insicurezze della protagonista, che si scontra spesso contro una chiusura emotiva non indifferente. Qual è la tua visione dell’amore in letteratura?

Non ricordo nessun buon libro in cui l’amore rientri in schemi salvifici. Forse solo Delitto e Castigo, se salvezza possiamo chiamare un duplice omicidio, una confessione in preda alla febbre e un certo numero di anni di lavori forzati in Siberia.

Per andare a disturbare Tolstoj – il quale non lo merita affatto, ma insomma – potremmo trarre dal discorso su tutte le famiglie felici e infelici una conclusione: che la felicità sia in sé un poco sempre uguale, mentre il dolore è vario e interessante.

  1. Il racconto della protagonista si pone sotto l’egida della solitudine che scaturisce da una diversa sensibilità emotiva: si incorre, infatti, in alcuni pianti ed è spesso presente il termine dolore. A quale soluzione narrativa si può giungere – se è consentito – per superare questo ostacolo?

Ovviamente, con anni e anni di pianti.

Credo dipenda tutto dalla natura di un personaggio. Se il personaggio è nobile, il dolore è nobile. In caso contrario possiamo andare tutti a tirarci i piatti appresso a Forum.

  1. La tua narrazione si muove per immagini, più o meno fugaci, che conservano un senso di premura della scrittura. D’altronde tra le pagine si legge: Alla carta chiedevo una tregua, una specie di sollievo dalla fatica di essere. Cosa vuol dire per te scrivere?

Scrivere è un inferno senza redenzione.

Leggere è molto meglio.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri?

Non so fare progetti. È il fastidio delle regole che me lo impedisce. Preferisco uccidermi di lavoro inutile piuttosto che avere un piano.

Però sto scrivendo qualcosa. Non so cosa. Non so mai di che si tratta finché non l’ho scritto.

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