Il nido – Tim Winton

nido-lightIl burbero Tom Keely ha l’umore a terra, lo sguardo perso nel vuoto per via dell’abuso di psicofarmaci e un vago sapore di alcool tra le labbra; si sveglia nel suo nido in cima agli appartamenti del Mirador, un grattacielo sgangherato di Fremantle – nel West Australia – e come accade ultimamente non ha granché voglia di vivere.

Ex ambientalista che in passato ha accusato di corruzione un parlamentare e per questo si trova senza alleati, come se non bastasse Keely sta anche uscendo da un doloroso divorzio ed è indigente.

Siamo nati per perdere.

Sono queste le premesse in media res de Il nido, l’atteso ritorno di Tim Winton per i tipi di Fazi editore, con una storia sulla complessità dell’umanità e dei rapporti familiari.

Una situazione che si complica con l’incontro di Gemma, una donna che appartiene al suo passato, e Kai, un bimbo introverso e dagli ambigui modi di fare. Il legame che li unisce ha contorni poco chiari, inumiditi dalla foschia della desolazione e destinati al supplizio della perdita.

Il clima teso si sbroglia su uno schema bifasico basato sull’alternarsi di veloci (ma virtuose) narrazioni e di lunghi dialoghi diretti che snelliscono le rigidità di questa storia di possibilità di redenzione e di occasioni perdute.

Ad emergere è in primo luogo la costante dualità del concetto di nido familiare, che si instaura sottilmente tra le maglie della storia: Keely è cosciente che va costruito, ma ben presto diventa ancora più importante che vada difeso. Con quali mezzi e attraverso quali sacrifici, lo scoprirà durante il tragitto.

La realtà è che questo protagonista dall’animo cupo si porta dentro un fantasma gigante: è la figura mitologica del padre Nev, modello d’integrità ineguagliabile. Un confronto che non regge e che rende vano ogni tentativo di salvare il mondo all’ombra del grande eroe:

Suo padre.

Di nuovo.

Sempre.

Il padre.

Keely tornò verso casa trafitto ma più o meno in sé, come se la franchezza di Wally l’avesse momentaneamente ricomposto.

Frustrato dal fatto che, alla fine, tutto girava sempre intorno a quello. Faith diceva che bisognava ricordargli sempre di avere anche una madre, un genitore che non era morto da trentacinque anni.

Eppure restava lì. Quel buco a forma di padre che aveva dentro, caldo, profondo e più reale di qualsiasi altro concetto che riuscisse a esprimere.

Neville Keely. Il giovane orso consegnato all’eternità. Come se la sarebbe passata, se fosse sopravvissuto? In quell’era dominata dai rettili e non dagli orsi?

Anche alla luce di un irrisolto rapporto paterno, Keely è dunque un antieroe cinico e stanco, che incarna verosimilmente un paradosso: pur avendo un recente passato da ambientalista di rango, non sa come volersi bene. Né come amare le persone.

E allora, come si diventa buoni senza mai essere stati dalla parte dei cattivi?

La soluzione narrativa di Winton è quella di non cedere alla retorica dei buoni sentimenti, non facendo sconti sulla malignità di una società che non prova neanche a redimersi. Nella riflessione sulla morte in solitaria degli ideali, lo scrittore australiano architetta così un ordito di sottotrame che confluiscono nel disegno più grande di una storia dai risvolti universali.

E il messaggio più grande lo lascia in sospeso, come un’eredità che solo noi dobbiamo essere in grado di raccogliere:

Credi in quello che vuoi. Pensa quello che vuoi. Ma è per quello che hai fatto, che sarai giudicato. Anche se alla fine farai un enorme casino. Provaci, fino alla morte.

Tim Winton, Il nido, 
pp. 307,
 Fazi editore, 2016

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