Perdutamente – Ida Amlesù

perdutamente_coverNon so bene quale sia la magia che si cela dietro narrativa.it, la collana di narrativa italiana di Nottetempo che da anni offre un felice spaccato della letteratura contemporanea nazionale.

Dico di non sapere, ma in fondo lo so: quella magia ha le sembianze di Chiara Valerio, dal cui cappotto sono stati tirati fuori veri talenti, tra tutti basti citare Gabriele Di Fronzo. E l’ultima arrivata nella nutrita scuderia della casa editrice, di nuova pianta stabile milanese, è Ida Amlesù, esordiente con l’impeccabile Perdutamente.

Non capivo la mia diversità. Ero stata montata al contrario, con i desideri a rovescio.

Inizia con la risoluzione di un matrimonio fuori dalle righe, questo romanzo suddiviso in tre atti lunghi come un sospiro. Ed è la storia di questa figlia, una ragazza senza nome, e del suo disorientamento, in una vita trascorsa a vedere le cose oltre le cose, quelle che spesso non esistono mai.

Il mondo pieno di paure tangibili si srotola lungo il cammino della giovane stancamente in fuga dalla vita vera:

Sfogliavo le pagine dei libri e cercavo me stessa. Non mi trovavo mai. Alla carta chiedevo una tregua, una specie di sollievo dalla fatica di essere. Non avevo idea di dove mi avrebbe portata quella ricerca, né di che faccia avesse il pezzo che mancava al mio cuore – leggere era un po’ valzer un po’ un Tetris, tutte quelle parole in corsa verso l’incastro perfetto, che dicevano Sono io, guardami, sono io quello che ti manca.

Una storia di solitudine, si direbbe, di quelle che iniziano e si concludono nella ricerca del senso dell’esistenza. Ma Perdutamente è qualcosa di più.

È l’amore senza soluzione per il musicista diabolico Volodja, è la creazione di un padre di cartone, è una chiacchierata indolente con lo spettro di Marx, lontano dal capitale politico. È una passeggiata nella fredda Mosca alla ricerca di una nuova casa da abitare in due, è una pacifica convivenza con le ossessioni che divengono malattie. È una battaglia emotiva senza fine, è un suicidio (im)motivato dai percorsi irrisolti della vita. È una storia che tiene delicatamente traccia del dolore.

Com’era successo che avevo vent’anni? Il tempo di chiudere gli occhi – un attimo, giusto un attimo – il tempo di pensare al tempo sprecato e scoprire di colpo il dubbio, il sospetto, che la vita vera sia la vita stessa, che non ci sarebbe stato schiocco capace di riportarmi indietro, che il tempo sia una manciata di sassi sul fianco di una collina ripida – una volta che è andato, è perso e ha il suono e l’odore, forse, di una fisarmonica, se una fisarmonica mai ha avuto un odore.

Non c’è ampollosità nella ricerca del tempo perduto, anzi: sotto le trame di questo romanzo di formazione si cela una commedia atipica, che si articola in un linguaggio lieve e metaforico.

Sganciandosi da qualsiasi presunta paternità dotta, Ida Amlesù offre infatti una rielaborazione narrativa della diversità, muovendosi in uno sviluppo drammaturgico incastrato tra episodi dilatati e corse attraverso il tempo.

Il risultato è una personale – quanto segreta – epica letteraria della sofferenza, oltre che una surreale indagine della superficie della vita, ammantata di un’oscurità somatica rischiarata dalla neve russa.

Con la grazia di chi si muove in silenzio tra i contorni sfumati della narrazione e l’eleganza di chi incastra con pudore pezzi di sé dentro una storia onirica, Ida Amlesù ha orchestrato con la potenza di un’energica musicalità (lo rivelano frasi che suonano come intrecciata al cotone aspro del letto sfatto) una prosa mirabilmente sinfonica e innocente.

Perdutamente è per questo motivo un testo senza sbavature, incorniciato in una lirica offuscata dall’opacità della vita. E per questo più vera.

Forse siamo noi, pensavo, creature imperfette. Abbiamo spinte furiose verso l’indefinito, ma non possiamo averlo, chiuderlo in un sacco come vorremmo – e siamo, per questo, condannati al dolore.

Ida Amlesù, Perdutamente, 
pp. 128,
 nottetempo, 2017

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