Gli innocenti – Oswaldo Reynoso

gliinnocenti_coverÈ un libriccino così piccolo, ma ha una potenza primordiale, di quelle che urlano e che trasudano una classicità dirompente. È Gli innocenti, l’opera d’esordio del peruviano Oswaldo Reynoso, una raccolta di cinque racconti pubblicata in Italia per i tipi di SUR nella bella traduzione di Federica Niola.

L’esergo, che accompagna nell’ingresso del mondo narrato da Reynoso, lo inquadra con fierezza e porta la firma di Jean Genet:

Avevo sedici anni […], nel mio cuore non lasciavo nessun posto dove potesse trovare asilo il sentimento della mia innocenza.

Una narrazione che si preannuncia tribolante è infatti preceduta dall’avvertimento della prefazione di Matteo Nucci: il libro che avete in mano brucia. E non c’è esortazione che possa assorbire meglio l’entità de Gli innocenti.

Pubblicato in un lontanissimo 1961, la piccola raccolta fu inizialmente accolta con lo sdegno della raccolta provocazione: cinque storie di ragazzi inquieti, sbandati ma ingenui, poveri e avidi di vita, alla ricerca di una sessualità che sembra ancora lontana dall’essere finalmente conquistata.

Il Principe, Faccia d’angelo, Carambola, Ciambella e Rossetto sono ragazzetti che vivono alla giornata, muovendosi tra un bar e all’altro, con un’indimenticabile colonna sonora: quella ciarlante dei jukebox a gettoni. Hanno un unico modo per superare le giornate calde, ed è a suon di parolacce, grazie all’aiuto virile di alcol e sigarette, tra gli odori pesti delle strade, il rumore chiassoso dei clacson, le partite a biliardo nei quartieri malfamati e i furtarelli amorali.

Devo sempre fare a botte per dimostrare che sono un uomo.

C’è di certo un’impronta pasoliniana nello sguardo del lettore che segue questi ragazzi di vita tra le strade sudicie di Lima, un sottoproletariato che non cerca il cambiamento perché non sa di volerlo.

Non c’è tuttavia niente di abietto, né di perverso negli occhi dei ragazzini della strada: per loro, la vita è questa cosa che si tira su tutti insieme, con fatica.

E non c’è rabbia né senso di sconfitta in questa realtà obbligata. Non c’è indignazione nelle loro movenze impacciate né voglia di riscatto nei loro gesti quotidiani: i cinque sono innocenti proprio perché non conoscono altro che la loro condizione. Ed è tutto ciò che basta.

Nello sfondo di queste giornate improvvisate si staglia un Sudamerica polveroso e marginale, spesso sordido, che regge il peso, selvaggio e violento, del sole.

E lo scrittore peruviano non poteva dipingere meglio il ritratto di una generazione che si cela ancora nelle pieghe dell’umanità latina.

La lingua di Reynoso è forse l’elemento più interessante di questa narrazione: ha movenze liquide ed è semplice e cristallina, ben lontana dal lirismo barocco tipico del realismo magico; eppure, eppure risulta circondata da una grazia splendente.

Le storie sono raccontate, dunque, in un linguaggio piano – che però non arriva mai a raggiungere il livello di oralità della strada – che si alterna a monologhi più ricchi, seppure mimetici della mente adolescente dei protagonisti. Fino alla creazione di un’espressione che altri non può essere definita se non reynosiana, e cioè autentica e sensuale:

Il semaforo è una caramella alla menta: mentasquisita. Ecco, rosso: palla da biliardo sospesa nell’aria.

Le storie si muovono, infatti, tra illuminazioni sintattiche che consentono al racconto di prendere direzioni impreviste e, quantomeno, elegiache.

Sento, non so dove, una fiacchezza morbida, come se fosse cotone. Adesso mi risale dalla gola e non riesco a trattenere uno sbadiglio delizioso, voluto, che mi fa lacrimare.

E le tinte espressionistiche finiscono per impreziosire ancor più il racconto:

Sembra che i corpi siano coperti di miele e le camicie si appiccicano addosso, tiepide.

Alla luce di questa sbandierata felicità dell’innocenza, non c’è una morale che Reynoso nasconde – come insegnerebbe Dostoevskij – tra le righe.

Non può esserci un’etica perché si svolge tutto alla luce del sole, non nascondendo remoti significati. Non ci sono dietrologie qualunquiste, è semplicemente la vita che avanza.

È questa fottuta vita che ci divora:

«Don Mario, le spiace se le chiedo una cosa?»

«No, chiedimi pure».

«Da che cosa la libera il gioco, don Mario?»

«Sei ancora giovane, non puoi capire. Quando la vita ti avrà segnato, capirai che tutti gli uomini che vivono “intensamente” come me nascondono un segreto. Può essere una donna o… che ne so. Ma lo portiamo nascosto qui, Carambola, nel cuore. E ci sono giorni in cui il cuore pesa troppo e sembra che debba scoppiare e allora bisogna liberarsi e si gioca o si beve fino a ubriacarsi».

Oswaldo Reynoso, Gli innocenti, SUR, pp. 80, 2016

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