Il giardino dei cosacchi – Jan Brokken

ilgiardinodeicosacchi_coverLa carriera di un buon lettore inizia spesso intorno ai sedici anni, quando un vecchio tomone impolverato ereditato dall’intellettuale di famiglia finisce tra le sue mani e segna un nuovo modo di interpretare il mondo. Il tomone, nemmeno a dirlo, porta la firma di Dostoevskij ed è rivendicato da questo nuovo lettore del mondo come il libro della vita – fino al termine dell’adolescenza, perlomeno.

Immaginate la seduzione di questo incontro fatale dal vivo: improvvisamente la vita acquista una piega diversa.

È ciò che è successo al barone russo Alexander von Wrangel: appena sedicenne assiste alla mancata esecuzione della pena capitale assegnata allo scrittore, revocata sul patibolo a pochi momenti dalla fucilazione. Accusato di essere parte attiva della cerchia del socialista Michail Petraševskij, che dileggia lo zarismo, Dostoevskij è dunque spedito in Siberia e condannato ai lavori forzati.

Qualche anno dopo, il barone Alexander è nominato pubblico ministero e procuratore agli affari statali di Semipalatinsk, il distretto siberiano dove Fëdor sta ancora scontando la sua pena: l’incontro è inevitabile, e il legame tra i due diventa presto inossidabile.

Ciò che mi stupiva di Fëdor Michajlovič era la sua indifferenza davanti ai fenomeni naturali; non lo toccavano, lo lasciavano freddo. Era completamente assorbito dallo studio dell’uomo con tutte le sue qualità, debolezze e passioni. Il resto per lui era d’importanza secondaria. Cercava e investigava fino a percepire la più piccola piega dell’animo umano. Sezionava come un anatomista, incideva sempre più a fondo, non era contento finché non metteva a nudo il cuore e l’anima. Una montagna era solo una montagna, anche se si chiamava la Montagna dei Serpenti. L’assurdo, l’incredibile e lo sconcertante li trovava nell’uomo.

Jan Brokken, che già in Anime baltiche (di cui vi ho parlato qui) aveva raccontato la famiglia von Wrangel, si è imbattuto nei diari di Alexander e nello scambio epistolare con tale F.M., cioè Fëdor Michajlovič: Il giardino dei cosacchi edito Iperborea è il racconto del rapporto, quasi sconosciuto ai più, tra queste due individui solitari e complicati.

Un russo vive in dissidio costante con la Russia, altrimenti non è un russo. Toglietegli però la Russia e morirà di morte lenta.

Dopo quattro anni con una catena di ferro tra i piedi, Dostoevskij non è più un uomo: ha già pubblicato in passato, ma attualmente gli è stato proibito di pubblicare libri per ben dieci anni. Gli orrori del campo l’hanno completamente privato della coscienza intellettuale e, ancora peggio, della fiducia nella società.

Ma il destino gli regala il giovane Alexander, con cui stringe un’amicizia salda, basata su stima reciproca e analogie fortuite, come l’innamoramento di due donne sposate con figli: Fëdor in particolare venera Marja l’intellettuale, una donna forte, che parla il francese e scrive poesie. La loro storia d’amore, ostacolata da distanze geografiche e convenzioni sociali, viene raccontata con discrezione e dedizione da Alexander fino all’agognata notte di nozze, che volge però rapidamente in tragedia.

Per sopravvivere alle ingiustizie dell’esilio, il barone prepara per lo scrittore un rifugio in mezzo alla steppa nel Giardino dei cosacchi, una vecchia dacia che diventa un luogo di pace lontano dal clima di putrefazione dell’Impero.

È qui che Alexander convince Fëdor a rivelare la drammatica vita nel campo, deriso dai veri assassini, costretto a un lavoro fisico che spezza la schiena: ne nasce Ricordi della casa dei morti, che sciocca l’intellighenzia russa e s’impone da subito come pietra miliare della letteratura mondiale, per la sua forza autentica del racconto.

Alexander lo descrive come un uomo curioso, dall’animo del giornalista, che vaga e pone domande a chiunque: le persone incontrate trovano immediatamente posto nei suoi romanzi, e per Dostoevskij non può essere altrimenti.

D’altronde, pur quando i due smettono d’essere amici, Alexander ritrova in quei libri pezzi di sé, piccole storie della sua vita e soprattutto le vecchie conversazioni (Quando leggo i romanzi di Dostoevskij, le parole si mescolano ai ricordi) tra lui e lo scrittore.

Per lui l’essenziale si celava negli aspetti malvagi e corrotti delle persone, il resto lo considerava mera apparenza.

Con la delicatezza dello scrittore e l’accuratezza dello storico, Brokken dipinge il ritratto del grande Dostoevskij nel periodo più brutale della sua vita: l’esilio politico in Siberia. E attraverso il rapporto emblematico e radicale con Alexander riscatta la storia del ritorno all’umanità di Dostoevskij, non priva di ombre e dissidi.

Il giardino dei cosacchi è per questo motivo un limpido incrocio tra cronaca letteraria, biografia e romanzo storico; non è però, si badi bene, un semplice elogio dello scrittore russo, qui raffigurato anche nell’impietoso egocentrismo che spesso lo caratterizzava.

È piuttosto una storia consapevole e struggente sulle radici private dei grandi romanzi di denuncia sociale che hanno reso Dostoevskij più grande di sé stesso e, per questo, immortale.

Compresi perché prendeva le distanze dal suo protagonista: voleva evitare la pietà. Era uno che provava compassione quasi per tutti, ma trovava umiliante se la si mostrava nei suoi confronti. Se avesse descritto un prigioniero politico condannato ingiustamente, il libro si sarebbe pericolosamente avvicinato a una denuncia contro il trattamento iniquo che aveva subito. E non era quello che cercava. Voleva descrivere la vita di un forzato che subisce maltrattamenti perché è nobile e dignitosa, ma che non ha intenzione di perdersi d’animo e nel lavoro pesante vede un modo per rafforzarsi fisicamente. A questa strategia di sopravvivenza non si addiceva l’autocommiserazione.

Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi, pp. 416, Iperborea, 2016

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