La memoria di Old Jack – Wendell Berry

lamemoriadioldjack_coverWendell Berry è ormai un’istituzione della letteratura agricola americana: è il cantore dello spirito atavico, l’intellettuale dalle radici contadine, il narratore della comunità tradizionale. Un uomo dal carisma fattuale, che ha fatto dell’ambientalismo il suo strumento di lotta contro il mondo e dell’etica rurale il suo motore narrativo.

Edizioni Lindau ha avuto la lungimiranza di portare in Italia, in opere come Un posto al mondo, Jayber Crow o Hannah Coulter, il suo piccolo mondo contadino: Port William, centro cittadino immaginario, è infatti lo sfondo e il co-protagonista di tutti i libri fin qui pubblicati – a cui si aggiungono due raccolte di saggi: Mangiare è un atto agricolo e La strada dell’ignoranza.

Adesso lui era il più vecchio, e la memoria più antica apparteneva a lui. Ora tra lui e la tomba non c’era più nessun altro.

Ne La memoria di Old Jack, ultima pubblicazione dell’autore in casa Lindau, la vita del vecchio Jack Beechum è agli sgoccioli: è una delle ultime afose giornate di settembre, è l’inizio degli anni Cinquanta, nell’aria c’è profumo di tabacco e Old Jack è seduto su un polveroso portico. Sa che sta per morire: è la sua ultima occasione per ripercorrere mentalmente le tappe di un’esistenza passata tra piccole soddisfazioni, tanti sacrifici e molte sconfitte.

Lì seduto avanza nella realtà navigando tra i ricordi della sua esistenza senza incanti narrativi, ma attraverso una lente umoristica e spietata.

Adesso, quando sedeva a pensare, o trascorreva i pomeriggi a camminare e pensare, o a lavorare e pensare, c’era soltanto un chiodo fisso: più terra. Voleva più terra. Un individuo che perde la stima di sé stesso ha bisogno di più terreno sotto i piedi: per risollevarsi, può giungere a fare del mondo intero un punto d’appoggio.

Un uomo è il mestiere che fa?

Probabilmente non è una regola generale, ma per Jack tutto si riassume nell’agricoltura. È la sua vera natura, e a raccontarcelo sono i fatti della sua vita, più di qualsiasi parola che possa dichiararne l’amore: siamo infatti ancora dentro Port William, è vero, ma stavolta la prospettiva è quella di chi la sta per salutare per sempre, e non c’è tempo per gli infiocchettamenti. Jack è un uomo ostinato, probabilmente affetto da quella demenza senile che coglie sempre impreparati, e avverte l’incontrollabile necessità di fare un bilancio della sua esistenza senza l’opaca patina del perbenismo.

La sua storia si riassume facilmente in pochi avvenimenti: attraverso le gioie che si tramutano in fallimenti, come l’amore per la moglie Ruth, da cui si poi è separato, o mediante il ricordo delle perdite più importanti, come quella del figlioletto nato morto o dei fratelli maggiori uccisi in guerra, avvenimento per cui il nucleo familiare non si è più ripreso.

Una vita come tante, verrebbe da dire, e per questo non meno degna d’essere ricordata.

Ora Jack è di nuovo in paese in pieno sole, seduto sulla panca inondata di luce e avvolta dal cielo sfolgorante – espulso dal passato come un profugo tremante da un dolore antico troppo antico da sopportare. Si alza e risale la strada in direzione dell’hotel. Adesso la strada ondeggia sotto di lui. Il paese s’inclina come una nave che affonda, sospesa sull’abisso. Un velo la copre.

La vita non va quasi mai come vorremmo andasse, Old Jack lo sa bene e non rimpiange il suo passato intricato ma dignitoso: chiude gli occhi con coraggio, come un monito all’attenzione per le piccole cose. E il suo è anche un incoraggiamento: si collezioneranno molte sgradevolezze nella vita, e la chiave del successo non sta nel modo in cui si affronteranno ma nell’accettarle senza lasciarsi calpestare.

E questa, come tutti i paradossi della vita, è la saggezza di un uomo rude, fatto e finito dentro i suoi limiti:

Un individuo, pensa Old Jack, non può fare a meno di essere ignorante, ma non per questo deve essere stupido. Lui può sapere qual è il posto della sua vita, rimanervi vicino ed essergli fedele.

Attraverso la narrazione per lunghi e prepotenti flashback si costruisce, com’è peculiare in Berry, anche la storia di Port William e dei suoi cittadini: i Coulter, i Feltner, gli Hazlett e Jayber Crow. Una cittadina legata per sempre da un filo invisibile e che urla tutto il suo rancore nei confronti dell’egocentrismo disumanizzante che caratterizza la società odierna. Port William non esiste: non perché è solo una città letteraria, ma per una questione più sottile. Perché un tempo c’è stata veramente, e adesso è scomparsa nell’avanzamento spietato della tecnologia, nella globalizzazione standardizzante che riduce tutto in serie.

Abbandonare Port William significa dunque abbandonare uno stile di vita.

In questo paradiso perduto la complessità dei rapporti umani si smonta quando vengono meno le pretese della coralità: a raccontarlo è una prosa vibrante e cristallina, che guarda al passato come un presente migliorabile.

La memoria di Old Jack è un romanzo sul potere della memoria e sull’importanza del rimanere nelle pieghe dei ricordi: qui non c’è mera rassegnazione nel racconto, piuttosto uno strato umido di malinconia che si stende su ogni cosa, come fosse un manto innevato.

E quando cade la neve, si sa, tutto è un po’ più magico.

Wendell Berry, La memoria di Old Jack, 
pp. 240,
 Lindau, 2016

Annunci