Via Gorkij 8 Interno 106 – Marcello Venturi

Di Marcello Venturi non si sente parlare così spesso: solo i topi che hanno frequentato le168568 biblioteche di Lettere come me hanno familiarità con questo nome modesto e introverso, quasi schivo. Eppure la sua importanza non è per nulla secondaria: ha lottato nella Resistenza antifascista prima, si è dedicato al giornalismo e a una letteratura impegnata poi – ad esempio, ha collaborato al Politecnico di Vittorini.

Tra i vari libri di guerra che ha scritto appartiene, ma al contempo se ne distacca per peculiarità intrinseche, Via Gorkij 8 interno 106, uscito nel 1997 e poi scomparso dalle librerie italiane: adesso è finalmente riedito dalle Edizioni Lindau, con una postfazione di Giovanni Capecchi e – in quarta di copertina – un entusiastico parere di Lalla Romano.

Camminare con Julia per le vie di Mosca era, per l’ospite, come avere a fianco una scheggia di luce, di intelligenza, che attenuava il grigiore e la noia delle visite guidate.

Le storie intestine di guerra e di soldati in cerca di una dignità per la nazione cedono il posto ad una figura emblematica del Novecento, la linguista russa Julia Dobrovolskaja: con leggiadria Venturi abbandona per la prima volta le tinte neorealiste e riesce a mescolare la materia civica con la memoria personale e gli affetti privati.

La donna, infatti, era un’amica intima dello scrittore toscano: la sua era la più stimata voce russa degli scrittori italiani.

La storia che Venturi sciorina con ammirazione – non in un biografismo compassato ma in una sapiente rimescolanza letteraria – è quella di una donna straordinaria, capace di passare dagli studi universitari con un certo Vladimir Propp al pericoloso lavoro di interprete durante la guerra civile spagnola tra il 1938 e il 1939. Le insidie della vita però erano appena iniziate: infatti, dopo essere stata arrestata con l’accusa di alto tradimento, fu condannata a tre anni di colonia penale, dalla quale ne uscì stordita.

Uno dei particolari della vicenda che Venturi si premura di raccontare ha delle tinte sinistre: quando infine la Dobrovolskaja riuscì infatti ad allontanarsi dal campo, l’unica cosa che disse fu per l’appunto “uscivo dal campo”, e non un più ottimista “riacquistavo la libertà”, perché sua convinzione era che:

[…] la libertà non può essere riacquistata là dove non è mai esistita.

Anzi, nel lasciare il campo la sua impressione più forte era quella di abbandonare un determinato carcere per penetrare in una prigione senza confini, e si sentiva destinata ad avere per sempre gli occhi barrati dalla paura dell’ignoto.

La disillusione del Partito l’annichilì: a questa sofferenza etica si legano le vicissitudini del giovane Venturi, anch’egli costretto ad allontanarsi dalla stessa ansia del futuro che caratterizzò la sua gioventù.

E l’unica soluzione che la donna riuscì ad abbracciare fu l’insegnamento della lingua italiana. Solo all’inizio degli anni Ottanta riuscì a fuggire da una Russia più opprimente che mai, rintanandosi a Milano fino alla sua morte, avvenuta qualche mese fa.

Ora l’importante era dimenticare il passato. Fermarlo, non potendolo cambiare. E, nei limiti del possibile, cambiare il futuro.

Due vite parallele, che si sfiorano con delicatezza: la vita del militante antifascista trova affinità con quella della donna dal caschetto biondo amata da Hemingway in Per chi suona la campana. La routine di un’esistenza sospesa nell’insicurezza del tempo staliniano, una vita di compromessi con il silenzio politico, un atroce disinganno della realtà favolistica che la fede dogmatica dell’infanzia le aveva promesso: è Julia Dobrovolskaja che parla di Marcello Venturi, è Marcello Venturi che autorizza sé stesso ad essere Julia Dobrovolskaja.

Un’elegante narrazione intessuta di piani storici, lessicali e umani stratificati e complessi rende giustizia alla storia di una donna fuori da ogni canone, alla rappresentazione di un’amicizia senza intralci e all’ammissione di un’ammirazione intellettuale senza pari.

Venturi riesce nell’intento di rendere morale l’oggettività senza tempo di una Storia crudele, il cui trait d’union è l’identificazione nell’oppressione di un regime invadente, tutto alla luce di una mestizia terrena.

Fino a giungere alla verità ultima: forse non ci salverà la politica, né le ideologie, ma l’amicizia certamente sì.

Marcello Venturi, Via Gorkij 8 Interno 106, 
pp. 176,
 Edizioni Lindau, 2016

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