Intervista ad Assia Petricelli

Poco tempo fa vi ho parlato di Cattive ragazze, un graphic novel che mi ha rapita per la semplicità con cui riesce a portare alla luce il femminismo senza cadere nella retorica ma offrendo, anzi, storie di donne coraggiose spesso dimenticate dalla storia. Ho fatto quattro chiacchiere con Assia Petricelli, sceneggiatrice del graphic, per capire qual è stato il processo della ricerca, da cosa e da chi si è fatta ispirare e come è giunta a dare vita a questo collage originale.

  1. Raccolta di biografie illustrate di donne rivoluzionarie e coraggiose, Cattivepetricelli ragazze segna un nuovo tassello nella storia del graphic novel in Italia, unendo la godibilità del disegno al coraggio di un racconto che illustra il mondo femminile al di là degli stereotipi. Come nasce questo progetto?

Come spesso accade nelle cose belle, all’inizio di Cattive ragazze c’è un incontro casuale: quello mio e di Sergio Riccardi con Della Passarelli di Sinnos Editrice. A quei tempi , parliamo del 2012, Sergio ed io, che avevamo pubblicato solo brevi racconti a fumetti in rivista, stavamo ragionando sulla possibilità di una prima pubblicazione di dimensioni più importanti, mentre Della aveva intenzione di inaugurare una collana di graphic novel; così ci ha chiesto se ci andava di proporre un progetto. Noi non avevamo mai pensato ad un fumetto per ragazzi, ma Della ci era piaciuta e ci piaceva la Sinnos. Così ho cominciato a rifletterci e mi sono domandata cosa avrei voluto leggere a 12-13 anni: la risposta è arrivata subito, storie di donne, di donne forti, protagoniste delle loro vite. Quello che mi era mancato a quell’età. Se avessi avuto dei modelli diversi in cui rispecchiarmi, dei modelli di donne non necessariamente moglie e madri, accondiscendenti, ancelle dei maschi – pensavo – avrei sicuramente fatto meno fatica a trovare la mia strada, a scoprire e costruire quella che volevo essere. Ma allora quelle storie non me le raccontava nessuno, non le trovavo in famiglia, non c’erano nella narrativa che leggevo – con l’eccezione della mitica Jo March di Piccole donne – pochissime erano nei cartoni animati che vedevo in tv. Soprattutto non apparivano nei libri che studiavo a scuola, nei manuali di letteratura, di storia, di scienze, di arte, come se le donne per millenni non avessero fatto altro che accudire figli e pulire case. Solo anni dopo, crescendo, ho scoperto la verità: le donne che cercavo c’erano, ma me le avevano tenute nascoste. E sebbene siano passati alcuni decenni dalla mia infanzia, cambiamenti radicali in questo senso non ce ne sono stati e ancora le più giovani faticano a riconoscere e liberarsi degli schemi in cui la cultura patriarcale le ingabbia. E così ho immaginato Cattive ragazze, per la me di un tempo e per le ragazze di oggi.

  1. Le quindici protagoniste sono un tripudio di nazionalità, appartenenze storiche, campi del sapere e persino di notorietà: qual è stato il processo che l’ha portata a scegliere proprio queste donne?

Fin da subito ho deciso che le storie che volevo raccontare dovevano rispondere ad alcune caratteristiche, che abbiamo sintetizzato nel sottotitolo del libro, “audaci” e “creative”. Donne che avessero avuto il coraggio di mettere in discussione stereotipi e tradizioni consolidate, reinventando l’essere donna per se stesse e per quelle che sono venute dopo di loro. La parola-chiave è “desiderio”. Le cattive ragazze non sono eroine – mi dà un certo fastidio quando vengono definite così – sono donne comuni, che hanno voluto inseguire i propri sogni e nel farlo hanno sfidato il potere e per questo sono state additate, derise, condannate, come tutti e tutte coloro che inseguono un sogno di liberazione. E sono donne che lottano insieme ad altre e ad altri, perché il mondo non si cambia da soli, guai a credere
alle storie che raccontano questo. Inoltre era fondamentale che fossero vicende di donne che ce la fanno, sono stufa del cliché della vittima. La cattive ragazze scelgono, si organizzano e realizzano i propri desideri. Hanno compagne e compagni di lotta, mai tutori. Così, partendo da questa premessa, mi sono messa a cercare: ho letto, ho visto film, ma soprattutto ho chiesto ad altre donne di raccontarmi le figure femminili che per loro avevano significato qualcosa. Mi sono ritrovata con un elenco sterminato e ho dovuto fare la cosa più difficile di tutte: scegliere. Ho privilegiato le vicende meno note e, anche quando ho deciso di includere personaggi celebri, l’ho fatto perché mi interessavano alcuni aspetti non particolarmente conosciuti: ad esempio il bellissimo e modernissimo rapporto tra Marie Curie e suo marito Pierre. Inoltre ho prestato molta attenzione alla varietà, poiché volevo restituire il senso di una ricchezza di possibilità – e così abbiamo l’artista, la giornalista, l’attivista politica ecc… – e al contempo mi sono guardata dal cadere nella trappola di una narrazione troppo centrata sull’Occidente, che sarebbe stata menzognera e fuorviante: in particolare negli ultimi anni le donne del cosiddetto “Sud del mondo” sono state protagoniste di straordinari movimenti di liberazione e ci tenevo a raccontarle.

  1. C’è una storia che rimpiange di aver dovuto escludere?

Sono tante le figure di donne che amo, che sono state anche molto importanti nel mio personale percorso di vita, ma che non sono in Cattive ragazze. Tra queste certamente Simone de Beauvoir, Rosa Luxembourg, Eleonora Pimentel Fonseca, Virginia Woolf, e ne potrei citare altre ancora. Alcune le ho dovute escludere perché le loro vite presentavano sviluppi troppo tragici, altre perché erano difficilmente riducibili al particolare format che avevamo stabilito, oppure semplicemente per far spazio ad altre storie, temi, regioni del mondo. Mi sono arrovellata a lungo sulla selezione finale, ma non ho rimpianti, anzi sono molto soddisfatta. Le mie cattive ragazze sono queste quindici, non potrebbero essere petricelli-riccardialtre.

  1. La scelta del formato è particolarmente felice: quattro tavole per ogni storia – in modo da lasciare il medesimo spazio a tutte le narrazioni – una brevissima quanto esaustiva introduzione iniziale a corredo di un ritratto ammiccante, una chiusura ad effetto, molto spesso un’affermazione della protagonista rivolta direttamente al lettore. Inserito in questo schema, il graphic risulta così focalizzato sul messaggio: la tenacia delle donne. Si tratta di una scelta operata insieme all’illustratore Sergio Riccardi? Cosa significa dover lavorare ad un progetto editoriale in due?

Creare in due è divertente e stimolante, ma anche molto faticoso, richiede umiltà, capacità di ascolto e mediazione. Sergio ed io condividiamo tutte le scelte dei nostri lavori. Siamo pignoli e insicuri, ciascuno dei due pretende molto da se stesso e dall’altro, così discutiamo tantissimo. Possiamo permettercelo perché lavoriamo gomito a gomito, siamo una coppia anche nella vita e i nostri progetti nascono spesso tra una colazione, un cambio di pannolino e una corsa al supermercato. Ci confrontiamo in tutte le fasi del lavoro. Io gli racconto le mie idee, lui mi aiuta a focalizzarle, a capire cosa funziona e cosa no, gli comunico anche le mie visioni, le immagini che mi affiorano alla mente, spesso le costruiamo insieme con le parole prima che sulla carta. Quindi Sergio sviluppa i personaggi e le ambientazioni , mentre io lavoro alla sceneggiatura. Quando è terminata, la leggiamo insieme. Le mie sceneggiature sono piuttosto dettagliate, con tutte le indicazioni sulla struttura della tavola e su quello che vediamo in ogni vignetta. In questa fase Sergio già abbozza un primo storyboard, in diretta, e ne discutiamo insieme. Quindi riscrivo la sceneggiatura. Procediamo fino alla fine in questo modo. Il lavoro dell’uno influenza tantissimo quello dell’altro, spesso modifico delle scene o addirittura alcune caratteristiche dei personaggi dopo aver visto i disegni di Sergio. E’ un lavoro bellissimo.

  1. Ufficialmente è stata da tempo dichiarata la parità dei sessi, ma in molti settori – persino in un paese sviluppato come l’Italia – c’è ancora una certa perplessità nel considerare la donna al pari dell’uomo. E poi sono vivi ancora tanti, troppi pregiudizi. Qual è, secondo lei, il principio più importante cui la generazione femminile dovrebbe ispirarsi al giorno d’oggi? E, soprattutto, qual è la cattiva ragazza che più la rappresenta?

La parità dei sessi esiste sulla carta, ma non nella realtà delle nostre relazioni, nella quotidianità del lavoro e della vita domestica, nelle forme di rappresentazione, educazione e produzione culturale. Basti pensare all’immagine della donna nei mass media, alla persistenza della divisione dei ruoli, alla violenza sulle donne come dato strutturale della nostra società. C’è tantissimo ancora da fare. Il rischio più grande è l’illusione, molto comune tra i più giovani e le più giovani, ma non solo, che tutto sia già stato ottenuto e che non ci sia più nulla per cui lottare. Questa illusione ci sta facendo tornare indietro, corriamo il pericolo di disperdere un importante bagaglio di conoscenze e battaglie, l’eredità lasciataci dai movimenti femministi degli anni Settante e Ottanta. Il suggerimento che mi verrebbe da dare alle ragazze di oggi è quello antico del “partire da sé”, di ascoltare i propri sentimenti, emozioni e desideri, di dar loro spazio e voce, di non farsi distrarre dal frastuono di modelli e imperativi, spesso allettanti, sempre fortemente condizionanti, che vengono da fuori. È proprio quello che hanno fatto le nostre cattive ragazze. E poi leggere, informarsi, porsi domande, non dare mai nulla per scontato, come ci dice la nostra Nawal El Saadawi. Gli stessi suggerimenti li darei ai ragazzi. Abbiamo tanto bisogno di una presa di coscienza e di una messa in discussione anche da parte degli uomini, altrimenti non andiamo da nessuna parte.

Per quanto riguarda la cattiva ragazza, non saprei indicarne una che mi rappresentiCattiveRagazze_copertina, ma di certo in ognuna di loro c’è qualcosa di me, come è inevitabile che sia.

  1. Il graphic è uscito già tre anni fa, ma è ancora sulle scene editoriali – complice anche la vittoria del Premio Andersen – e ne è anche stato tratto uno spettacolo teatrale. Alla luce di questo grande successo, è previsto un Cattive ragazze – Parte secondaE, più in generale, ha altri progetti in cantiere?

C’è una domanda di riserva? Questa è la domanda più gettonata in tutti gli incontri che facciamo e quella che più temo. Di solito rispondo di no, ma in verità non lo so. Chissà, forse, non adesso, di certo non nella stessa modalità del primo, non avrebbe senso. Per il momento mi sembra più importante che altri e altre vadano alla ricerca e raccontino le proprie cattive ragazze, è quello che facciamo nelle scuole, mi piace che il nostro libro funga da stimolo, mica possiamo fare tutto noi?!

Di progetti in cantiere ne abbiamo diversi. Dopo Cattive ragazze siamo stati costretti a fermarci un po’, purtroppo non viviamo di questo lavoro e abbiamo dovuto dare priorità ad altro, soprattutto ci siamo dedicati a un megaprogetto di amore, nostro figlio. Però adesso ci siamo rimessi in marcia e contiamo di uscire con un nuovo lavoro nel prossimo anno. Vogliamo parlare ancora alle ragazze e ai ragazzi, di identità, modelli e relazioni, ma in maniera molto diversa da come abbiamo fatto con Cattive ragazze. Speriamo di riuscirci.

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