Divagazioni a margine su Emil Cioran – L’autore, il pensiero, lo stile

emilcioranNel lontano 1911 nasce Emil Cioran nella bucolica Transilvania, quando ancora la regione non fa parte della Romania ma appartiene all’impero austro-ungarico: una condizione di non appartenenza s’impernia immediatamente nella coscienza del giovane, spesso sofferente a causa di un’iterata insonnia che gli rinfaccia l’inutilità del senso del tempo, colpevole del fatto di non passare mai.

Dopo un’intensa formazione su Dostoevskij e i magnifici tre francesi Voltaire, Diderot e Rosseau, si laurea con una tesi su Bergson, presto rinnegata “perché egli non aveva compreso la tragicità della vita”.

“Questo libro è stato per me una specie di liberazione, di esplosione salutare; se non lo avessi scritto, certamente avrei messo fine alle mie notti”: nel 1934, poco più che ventenne, dà alle stampe Al culmine della disperazione, un libro d’ispirazione nietzschiana, permeato dall’ansia che qualcosa di terribile possa succedere e che lo porta ad anticipare, in qualche modo, il disastro della vita.

La struttura aforistica del libro e la sostanza negativa delle riflessioni testimoniano che il filosofo urlatore (come ama definirsi Cioran stesso) non è un banale teorico ma un pensatore della propria sofferenza, di cui è partecipe e concausa: è per questo che l’unica forma possibile per lui diventa l’aforisma, interpretato come un vertiginoso e amaro gorgoglio dell’insensatezza dell’esistenza.

Nonostante il disprezzo per qualsiasi forma di idealismo, dopo un paio d’anni in Germania al ritorno in patria simpatizza, non aderendovi completamente, per la Guardia di ferro, un movimento romeno di riforma nazionalista e antisemita dalle sfumature mistiche: una passione da lui stesso definita aggressiva e disperata e da cui, negli anni ’50, si distacca. “L’entusiasmo è una forma di delirio”, scrive in una lettera al fratello.

Dopo qualche pubblicazione d’impronta politologica (La trasfigurazione della Romania e Sulla Francia) nel 1937, come molti degli intellettuali e degli artisti dell’epoca, si trasferisce a Parigi per il resto della sua vita, ottenendo lo stato di apolide alla fine della seconda guerra mondiale: non mette più piede in patria ma sa bene che “siamo tutti inseguiti dalle nostre origini”. Non a caso frequenta, lontano dai frivoli salotti parigini, gli amici di una vita, cioè Eugène Ionesco e Mircea Eliade.

165167“Che assurdità! A cosa serve tradurre Mallarmé in una lingua che nessuno conosce?”

Durante una sessione di traduzione, prende una decisione irreversibile: da quel momento scriverà in francese. L’improvviso cambio di lingua opera in lui un mutamento radicale, che lo costringe a cedere il passo a “parole cariche di stanchezza e di pudore” e ad abbandonare “la superba scompostezza” della sua lingua per “una sintassi di un rigore e di una dignità cadaverica”.

Scegliere di operare questo cambio implica una netta liquidazione del passato, un segnale di cambiamento che non coincide con la scelta di una nuova terra cui appartenere, ma al contrario è la volontà di precipitare dentro una lingua senza radici.

Per il semplice fatto di accettare di vivere, ogni essere vivente merita la propria condanna.

Divagazioni (finalmente giunto in traduzione italiana presso i tipi di Edizioni Lindau) è l’ultimo scritto in lingua romena – presumibilmente tra il 1945 e il 1946 – un’opera di transizione verso un altro modo di architettare il pensiero: questa traballante transitorietà è insita nella sua stessa natura, un ordinato coacervo di riflessioni sparse su traiettorie diverse della vita.

È una raccolta di aforismi apodittici e corrosivi sulla vita come fallimento supremo, sull’arte del disinganno, sull’inesistenza della felicità. Qui un cinismo senza pari scaglia anatemi contro il mondo e sull’esistenza, intesa come costrizione alienante, mentre imprecazioni per epitaffi si capovolgono in frammenti di filosofia, esplosioni da non disinnescare.

Ciò che stupisce, più dell’acuta apostasia della vita, è il fatto che la raccolta non è pensata come un esercizio di negazione, ma è essa stessa una negazione viscerale dell’arte di vivere.

Quanto al rosicchiare il midollo della vita, vi è un verme più spietato di tutti gli altri, più efficace degli animali striscianti, più diligente delle tarme e più crudele dei lombrichi visibili e non – è l’Inferno trapiantato in te, è la Tristezza.

Divagazioni, si diceva, porta alla fase (definitiva) francese e segna pertanto l’abbandono del vitalismo, rivelando una ribellione di fondo per l’annullamento e uno scetticismo sempre più nero. Da questo momento la forma si fa più ancora più icastica e sillogistica, e lo sguardo analitico sul mondo, già disperato, arriva a un nichilismo spinto e a un rifiuto della realtà:

Essere è un verbo che si coniuga nell’irrealtà, e che perviene alla dignità di sostantivo solo con l’abolizione del nostro desiderio.

simic_1-111110Al 1949 risale Sommario di decomposizione, l’opera di debutto nella lingua d’adozione: dal lirismo tagliente, è il segno di un avvicinamento al misticismo e, contemporaneamente, la dichiarazione di arresa all’inutilità di ogni gesto culturale; seguono testi dall’impronta marcatamente nichilista, in qualche modo programmatiche fin dal titolo: Sillogismi dell’amarezza, La tentazione di esistere, L’inconveniente di essere nati (in cui raggiunge le vette più alte dell’aforismo), Squartamento – in Italia di adelphiana memoria.

Se c’è un fil rouge che lega la produzione pre e post Divagazioni è la costernazione della coscienza del nulla, una vertigine degli abissi esposta in pensieri frammentari e neri, ma pur sempre lucidi.

Cioran non arriva a una risoluzione, non può e non vuole: la filosofia, d’altronde, non serve a trovare risposte ma è un modo di porsi domande.

Getterò le mie parole nello spazio, affinché nel loro errare caotico nessuno possa più raccoglierle in un significato; così che finisca per sempre lo sforzo di sconfiggere l’enorme stupore o di alleggerire il gemito dello spirito sbalordito nelle distese inconsolabili, e nessuna mente possa mai più radunare il vocabolario scaraventato nel vuoto per trovare ancora un nome alle cose del mondo e un nome al mondo stesso e, che tutto ritorni al tempo in cui nessuna parola limitava nessuna creatura, che tutto ritorni all’indicibile generale in cui giacevo, quando non mi ero ancora incamminato verso la vana superbia della parola.

Emil Cioran, Divagazioni, 
pp. 112,
 Edizioni Lindau, 2016

Questa settimana troverete altre divagazioni su Cioran su questi blog, enjoy!

Il lunedì dei libri – Federica Guglietta

Non riesco a saziarmi di libri – Diana D’Ambrosio

Un antidoto contro la solitudine – Andrea Sirna

Scratchbook – Maria Di Biase

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