Terminus radioso – Antoine Volodine

terminusradioso_copertinaApri la prima pagina, ti immergi istantaneamente in un’atmosfera concitata: correndo ti addentri in una steppa dalla florida vegetazione, al tuo fianco c’è un uomo dal cranio rasato, ha degli stivali pesanti e un liso cappotto lungo. Lo osservi, sempre correndogli accanto, e non capisci.

Solo lentamente inizi a prendere coscienza di quel che succede: è crollata una città, e quest’uomo (insieme a un altro ragazzo e una donna bellissima) sta penetrando il cupo, silenzioso e vuoto territorio che la circonda, noto per l’alto tasso di radioattività.

Sono le premesse affannate di uno dei libri con la copertina più bella di sempre: Terminus radioso del francese Antoine Volodine, fresco di stampa per i tipi di 66thand2nd, nella traduzione di Anna D’Elia, e vincitore del Prix Médicis 2014.

Il nome di Volodine ha recentemente fatto capolino in Italia grazie alla pubblicazione di Angeli minori a cura de L’orma – anche se Clichy aveva già tradotto due titoli qualche anno fa – ma è un autore attivo da una trentina d’anni, vanta una nutrita serie di pubblicazioni a nome di vari pseudonimi (di cui lo stesso Volodine fa parte) ed è noto in patria per l’invenzione del cosiddetto Post-esotismo: “una letteratura che unisce indissolubilmente l’onirico e il politico”.

Oggi è il primo giorno della tua espiazione. Ce ne saranno decine di migliaia così, tanto per iniziare, e dopo altre centinaia di migliaia. Di giorni di disperazione. Di notti di paura e sfinimento. Hai afferrato, Schulhoff? Il tuo inferno comincia oggi. E lì rimarrai fino alla morte, solo che non riuscirai mai a morire.

In un mondo contaminato dalle esplosioni di migliaia di centrali nucleari durante la Seconda Unione Sovietica, l’unico ambiente protetto dalla radioattività è il kolchoz Terminus radioso, custodito da Nonna Udgul, una strana donna immune alle radiazioni, e dal presidente Soloviei, un uomo dalle tinte fosche e dai poteri sovrannaturali, che gli permettono di penetrare nei sogni altrui. Insieme a loro tre ragazze: Myriam Umarik, Hannko Vogulian e Samiya Schmidt, in apparenza le figlie di Soloviei.

Il mondo è dunque imploso: dopo l’apocalisse nucleare la Russia è ridotta a brandelli e anche se è stata ricostituita una nuova iconografia sovietica che annuncia pace e sicurezza nei campi di lavoro, l’orlo dell’abisso è sempre vicino.

Futuro prossimo, propaganda di regime, catastrofe ambientale, depressione sociale. Sarebbe facile etichettare Terminus radioso come romanzo distopico, ma l’architettura narrativa del post-nucleare volodiano è un flusso narrativo copioso in bilico tra angoscia e rassegnazione, qualcosa che supera il genere e lo rimanda, più che altro, a una narrativa speculativa in grado di riconsiderare il passato.

Abbandonando ogni genere di sterile classificazione, se non quella da sé stesso inventata, Volodine si addentra in meandri puramente narrativi, che procedono per accumulazioni sintattiche e ridefinizioni tematiche in continua trasformazione. Un riscatto dalla critica qualunquista che non giunge mai come boriosa superiorità, ma è una capacità intrinseca di ri-narrare il mondo e l’esistenza umana.

Che questo triste esempio vi sia d’esempio. Qualunque evasione è votata alla catastrofe. Fuggire dalla nostra collettività significa gettarsi nelle fauci del lupo. Significa affrontare da soli terribili momenti di paura e di dolore, come se non ne avessimo già abbastanza quando siamo insieme. L’evasione non ha alcun futuro. Si può dire e chiosare quanto si vuole, nulla può sostituire il campo di lavoro, nulla è salutare e necessario quanto il campo di lavoro.

In questo nuovo mondo immaginato da Volodine il socialismo è ancora vivo, con tutti i suoi difetti (tra tutti, la stretta sorveglianza ideologica): la consapevolezza che ci sia, nel campo di lavoro, un vantaggio che nessuno dei precedenti tentativi di società ideale è mai riuscito a mettere a punto, porta a considerarlo “l’unico luogo al mondo in cui il destino non delude nessuno”. Sulle soglie di questa limpida nostalgia della prima URSS si intravede un umorismo di fondo moderato, che nasce da un senso tangente di sconfitta politica.

È così che la lotta per la liberazione delle sovrastrutture non spoglia la struttura ideologica del mondo, che lo mastica prima e lo rigetta poi in una veste nuova, labirintica e catastrofica. Post-apocalittica, per l’appunto.

Le storie che si intrecciano in questo universo devastato e orripilante riescono ad urlare una sola domanda: dov’è la salvezza? Se l’evoluzione della scienza, la coscienza ecologica, il superamento del capitalismo, le guerre e i genocidi del XX secolo non hanno innescato una vera rivoluzione, nemmeno questo eterno rifiuto del mondo occidentale potrà riuscirci.

Terminus radioso non presenta nessuna profezia dalle tinte psichedeliche, ma è un’istantanea approfondita e prolungata della confusione dell’uomo: qual è la realtà? E come si riconosce dal sogno? L’unica vera risposta corrisponde all’estinzione dell’umanità.

Una perversa polifonia rende il libro un corpus narrativo composito sul tema del superamento del fallimento umano, che in ultimo si rende esso stesso una devianza dell’umanità. Volodine sposta continuamente il raggio d’azione, procedendo per suggestioni oniriche che condizionano la materia narrata in costante divenire: una cifra poetica che ammalia e disturba. E che conduce all’ultima delle verità: l’uomo è da sempre, e per sempre, solo con sé stesso.

Antoine Volodine, Terminus radioso, 
pp. 540,
 66thand2nd, 2016

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