Rosso Parigi – Maureen Gibbon

rosso-parigi_copertinaOgni relazione sentimentale è a suo modo unica e irripetibile, ma certe relazioni sono più importanti delle altre: è la Francia magnetica dei café tra Secondo Impero e Terza Repubblica, e davanti ad una vetrina avviene l’incontro tra due personalità destinate a cambiare il destino dell’arte pittorica. Si tratta di Édouard Manet, non ancora famoso, e di Victorine Meurent, una ragazza di diciassette anni impegnata a ritrarre, senza grandi risultati, un gatto appollaiato ad una finestra.

La giovane donna è vestita di stracci e indossa stivali verdi tipici delle prostitute, ma ha la pelle diafana, accentuata da arruffati capelli rossi, e sfoggia un sorriso enigmatico: ciò che basta ad attirare l’attenzione del pittore.

Sono queste le premesse di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, appena edita da Einaudi nella collana Supercoralli, che si premura di raccontare la storia vera della model de profession di Manet, con cui intrecciò una profonda – quanto edificante – storia d’amore.

Il corpo che lui vede è una cosa, io sono un’altra. So che c’è una differenza. Lo capisco. Ma via via che passa il tempo divento sempre più brava a diventare ciò che lui desidera. Che io desidero. Un matador, una cantante di strada, una donna di mondo avvolta in una vestaglia di seta rosa: qualunque cosa. Non è solo questione di cambiare costume e abbigliamento: posso scegliere che faccia fare modificando i miei pensieri.

Dipanando le trame di una storia immersa nel piacere della carnalità e negli insegnamenti misurati dell’arte pittorica, la Gibbon offre una piccola epica di quel processo mitico che è l’educazione sentimentale.

Victorine, musa di un giovane Manet sedotto e particolarmente ispirato, diventa presto la protagonista delle opere che più hanno scandalizzato la morale dell’epoca, tra cui Colazione sull’erba e il provocatorio Olympia. L’artista la dipinse, infatti, nove volte, nonostante il fascino non convenzionale della ragazza: diversa dalle bellezze del suo secolo – donne raffinate, apparentemente fragili, d’alta estrazione espressa nei tessuti eleganti delle vesti – lei era ammiccante, inquieta, dai capelli scarmigliati, in pace con un corpo

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Colazione sull’erba – Manet 1863

tutt’altro che esile. Dagli occhi sprigionava una sicurezza che trasmetteva un senso di serenità interiore, ma che ha destato le ire dell’oligarchia intellettuale parigina; nei quadri ad olio si è offerta in una nudità che ha oltraggiato e ha sconvolto; all’artista parigino ha offerto uno sguardo limpido che ha rivoluzionato le convenzioni pittoriche: Victorine, quando si concedeva, lo faceva con tutta la sua irriverente essenza, ed è per questo che può essere considerata una pedina decisiva nella rivoluzione artistica in direzione impressionista.

Ma ora qualcosa è cambiato.

Mi espando. Occupo diversamente lo spazio, sento diversamente l’aria dello studio. Provo a riempire la stanza.

E se mi riesce, mi trasformo. Non sono più solo la persona che vedo nei suoi occhi. Sono più audace, più esperta.

E fare esperienza è sempre stato il mio più grande desiderio. Con il ragazzo con cui avevo passato la notte fuori a quindici anni, con l’uomo per il quale me n’ero andata di casa, con il soldato dalle lunghe ciglia che mi teneva appiccicata alle cosce e mi baciava da farmi male alla lingua. Perché non ho mai dato retta alle raccomandazioni delle persone più anziane, neppure da piccola. Ho sempre voluto oltrepassare la soglia. Superare i miei limiti. Ogni tanto mi succedevano cose scioccanti. O dolorose. Ma intanto ci facevo l’abitudine. E ad alcune non sono mai riuscita ad abituarmi. Era il prezzo da pagare per fare esperienza.


L’intensità della prima storia d’amore, quando l’amante è anche mentore e artista ispirato, quando il sesso non è peccato ma fa parte del processo creativo, quando soprattutto le prospettive di vita cambiano improvvisamente: è questo il vortice complesso e sensuale che si palesa al centro di una narrazione in delicato equilibrio tra ragione sentimentale e ispirazione pittorica.

La Gibbon, infatti, spesso si limita a evocare un’atmosfera specifica, invece di raccontarla minuziosamente: è in questo senso che può essere accostata alla stessa corrente impressionista dello stesso Manet, offrendo al lettore una resa della realtà per impressioni visive e vincendo il tentativo di ricondurre ad un’unità tutte le sfaccettature della vita di un’artista che ha rivoluzionato il modo di intendere la pittura.

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Olympia – Manet 1863

Forse lui mi ha dato le parole per dire i colori e le ragioni per considerarli importanti, e forse è grazie a lui che mi sono resa conto di amarli. Ma non mi ha dato i colori. Quelli li avevo già dentro.

Ma la vera protagonista del romanzo non è l’arte di Manet né la Parigi come centro vitale e culturale di tutta Europa, bensì Victorine, colta nel delicato processo di crescita sentimentale e intellettuale, in grado di usare il sesso come metafora della seduzione dell’arte e della vita, senza mai essere volgare. E capace, soprattutto, di capire che la vera brillantezza cui aspirare non è quella dei colori della tavolozza, ma quella della vita reale, al di là della tela.

E chissà se Victorine sia riuscita davvero a vincere questa sfida.

Maureen Gibbon, Rosso Parigi, 
pp. 248,
 Einaudi, 2016

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