Istanbul Istanbul – Burhan Sönmez

Ogni città ha una doppia anima: Istanbul di sopra, ad esempio, disordinata e caotica, brulicante di vita e fulgente dei colori delle spezie e dei tramonti sul Bosforo, ha il suo corrispettivo sotterraneo, una Istanbul di sotto dilaniata dal dolore patito dai carcerati e dalle violenze sistematiche e terribili, in cui l’unico colore che si intravede in mezzo al buio tetro è il sangue di chi viene punito senza pietà.

istanbulistanbul_copertinaIstanbul Istanbul è la doppia città che si è fatta teatro della narrazione di Burhan Sönmez, attivista turco molto conosciuto in patria, che in Italia è appena stato pubblicato dalla romana nottetempo.

Secondo il Dottore, Istanbul era un’isola che si stava riempiendo di peccati che un giorno l’avrebbero portata ad affondare. I peccati non erano mai gli stessi, cambiavano in continuazione. Per questo la città non era un luogo conosciuto, ma un luogo che le persone imparavano a conoscere giorno dopo giorno. Il suo mistero faceva crescere il suo desiderio di cambiamento, alimentava la sua brama di attaccarsi al futuro. Quando l’oggi si faceva vago, anche la realtà diventava vaga cedendo il posto ai simboli.

Nella città turca dei giorni nostri, un gruppo eterogeneo di uomini è segregato in una delle infinite celle edificate nei sotterranei di Istanbul: Demirtay lo studente, il Dottore, Kamo il barbiere e il vecchio Küheylan, rivoluzionario d’antica data. D’estrazione sociale diversa, d’età differente, di orizzonti culturali dissimili, in comune hanno solo la colpa di aver agito – in qualche modo – contro lo Stato.

L’unica possibilità per i quattro di espiare la lunga notte turca si palesa attraverso il più dolce degli espedienti: il racconto. Nei momenti di pausa tra una tortura cruenta e l’altra, infatti, i quattro si ritrovano a cedere alle lusinghe della bellezza della narrazione per tenere quanto più lontano possibile le tenebre della brutalità.

Ed è quindi nella Istanbul di sotto che la natura della realtà si frammenta nuovamente in due: è infatti sempre presente la concreta tangibilità della cella e dei suoi supplizi, ma s’insinua anche la verità dell’immaginazione fervida, di quella che intreccia i ricordi del loro passato lontanissimo – quasi storico, praticamente atavico – alle narrazioni classiche della tradizione favolistica araba e occidentale (tra tutti i riferimenti, ovviamente, vanno segnalati Le mille e una notte e il Decamerone).

Eravamo felici di come stavano andando le cose. Finché non ci portavano via per torturarci, ci bastava stare seduti l’uno accanto all’altro, chiacchierare e dormicchiare come conigli. Non confrontavamo la nostra felicità con quella del mondo sopra di noi. Il mondo sopra era una vecchia, lontana memoria. L’unica unità di misura nella cella era il dolore. Per noi l’assenza di dolore significava felicità. L’avevamo accettato. Se ci avessero lasciati così, saremmo stati felici.

L’affabulazione ha inizialmente per i carcerati lo scopo puro e semplice dell’intrattenimento, ma ben presto il racconto si fa espressione del desiderio più forte di tutti: evadere dalla disumana realtà, mischiarsi con le acque del fiume e scorrere via. È in questo senso che Istanbul Istanbul appare subito come un libro sull’attesa di qualcosa di cui si ha coscienza che non accadrà mai; e il senso che i quattro uomini danno a questa spasmodica, spaventosa attesa si palesa nell’incanto del racconto che plasma incessantemente la realtà.

L’elemento più affascinante di questo tipo di narrazione dentro la narrazione è senz’altro il senso del tempo, qui amplificato dalla sua stessa assenza, che finisce per coincidere con il flusso di coscienza degli abitanti della cella e che elegge a protagonista assoluta dei racconti la contraddittoria ma pur sempre affascinante città di Istanbul, così pregnante di vita da diventare il baricentro dell’equilibrio mentale di chi vive nella terrificante, fredda, lugubre gabbia sotterranea. È nei molteplici racconti dei quattro carcerati che Sönmez redige una precisa mappa della Istanbul immaginifica e maestosa che appartiene all’immaginario di chi ci ha vissuto e di chi non ci vivrà mai più.

La cosa strana di Istanbul era che preferiva le domande alle risposte. Poteva trasformare la felicità in incubo, oppure al contrario iniziare la giornata con un gioioso buongiorno dopo una notte senza speranza. Prendeva forza dall’incertezza. Dicevano che questo era il destino della città. Il paradiso in una strada e l’inferno in un’altra potevano improvvisamente scambiarsi di posto.

Istanbul Istanbul, il libro, e Istanbul Istanbul, la città turca dalla doppia anima, vengono così a coincidere, ed entrambe si trasformano in arzigogolata cornice di mille romanzi.

È la storia di chi vuole rassicurare sé stesso di fronte alla paura. È l’esegesi della parola viva che sfida la morte. È il romanzo di formazione (della coscienza). Ed è, principalmente, l’esempio più vivace dello sconfinamento della letteratura nella denuncia politica senza la perdita di spontaneità o letterarietà.

Alla fine di un’estate tormentata, che ha visto tra i suoi avvenimenti più importanti il golpe fallito in Turchia, la destituzione dell’apparato intellettuale turco, gli arresti a tappeto immotivati, appare sempre più chiaro che la questione turca non possa essere relegata entro i confini del suo stesso Stato; e una riflessione metatestuale così raffinata come quella di Sönmez è fondamentale per porre le basi di una lotta contro l’incoscienza, la violenza, la corruzione, il male, che sono ancora – purtroppo – i vincitori di tutti i mondi esistenti.

Nella cella, la vita si ripeteva. A mano a mano che il buio girava sopra di noi, le nostre parole descrivevano la stessa persona, percorrevano la stessa città e si aggrappavano alla stessa speranza. Tuttavia, affrontavamo ogni giorno fiduciosi che fosse diverso. Ci guardavamo come se fosse la prima volta che ci vedevamo. Quando ci accorgevamo che i nostri sogni, così come le nostre sofferenze, si replicavano da soli, restavamo in silenzio. Se la felicità aveva un limite, l’infelicità era invece illimitata? Se ridere aveva un limite, la sofferenza era illimitata? Ogni giorno cercavamo un pretesto per ridere e quando sentivamo che anche le nostre risate diventavano ripetitive, capivamo di aver varcato un’altra soglia.

Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul, 
pp. 320,
 nottetempo, 2016

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