Intervista a Demetrio Paolin

DemetrioPaolinLa Shoah è l’evento che ha segnato il Novecento e che, in qualche modo, ancora riverbera e influenza le generazioni successive: renderlo oggetto narrativo rimanendo fedele alla verità storica è un compito delicato e assai compromettente, ma Demetrio Paolin in Conforme alla gloria (Voland, 2016) ha trovato una soluzione equilibrata, affidando a più voci e quindi a punti di vista diversi lo svolgersi di un racconto annientante, senza cadere nel grottesco o nella retorica della memoria, bieca e onestamente vuota.

La storia di Rudolf Wollmer e della scomoda eredità del padre, un ex SS fedele alle teorie naziste fino all’ultimo respiro, si intreccia con quella Enea Fergnani, un sopravvissuto a Mauthausen ora tatuatore, e di Ana, una giovane ragazza che porta nel corpo i segni del disturbo alimentare più tenace di tutti: l’anoressia.

  1. Assente dalla scena editoriale solamente da due anni – Non fate troppi pettegolezzi, edito LiberAria, è infatti un saggio del 2014 – lei ha recentemente dato alle stampe un romanzo dalle tinte storiche pungenti: Conforme alla gloria per la casa editrice Voland. Qual è stato il suo percorso editoriale? E, soprattutto, quali dettami morali l’hanno impegnato nel lungo concepimento e, di conseguenza, nella lenta stesura di questa storia?

Conforme alla gloria è il mio secondo romanzo. Il primo – Il mio nome è Legione – usciva per Transeuropa nel 2009, nel momento in cui io già da un anno ammucchiavo materiale su questo libro che covavo nella mente e a cui non avevo mai avuto il coraggio di metter mano; ma è stata la pubblicazione di Nftp ad aiutarmi a per far decantare la materia, per farmi anche ragionare su certi temi paralleli tra il romanzo e i saggi. Questo mi ha aiutato a non perdermi dentro la selva del romanzo che andavo componendo. Il percorso editoriale è stato direi normale e finanche banale. La mia agente, Valentina Balzarotti, ha letto i libro e le è molto piaciuto; così l’ha proposto a una serie di casa editrici, alcune hanno detto a vario titolo no. I loro dinieghi sono stati utili perché ci hanno fatto capire che Conforme alla gloria era un romanzo che aveva una sua identità e questa identità paradossalmente rendeva il romanzo ostico alla pubblicazione. Infine il romanzo è capitato nelle mani di Daniela Di Sora a cui il libro è piaciuto moltissimo e il romanzo è uscito nel marzo di quest’anno. Ciò che ho apprezzato di più di Daniela e di Valentina, che insieme a Giulio Mozzi sono stati i “lettori” più entusiasti del testo, è stato appunto l’aver compreso che Conforme alla gloria non voleva essere un romanzo su di un tema “commerciale” (l’olocausto, la deportazione etc etc) , ma un tentativo di confrontarmi con il tema del male, mettendo in fila tutte le mie ossessioni narrative (il corpo, il dolore, Dio, il rapporto vittime e carnefici). Quando lo scrivevo, non volevo produrre qualcosa di bello, ma sentivo la necessità di dire qualcosa di intimamente vero.

  1. Qual è il suo rapporto con la letteratura concentrazionaria? È stata parte della formazione scolastica, un bagaglio che nel tempo l’ha costretto a fare i conti con la Storia, o ha fatto recentemente parte delle influenze dirette nel corso della scrittura?

Ho iniziato a occuparmi in maniera scientifica della letteratura concentrazionaria durante l’Università. Mi sono laureato su Primo Levi e Se questo è un uomo. Proprio questo lungo apprendistato accademico mi ha fatto comprendere che la letteratura della concentrazione poteva essere un modo per leggere il ‘900 e non solo. Più mi addentravo nello studio di quel periodo e dei libri su quei temi più comprendevo come in realtà il vero nucleo tematico fosse: l’uomo. E di cosa deve parlare la letteratura se non dell’uomo? E mi pareva che proprio la forma del romanzo, il miscuglio di fatti reali, veri e verisimili, potesse essere la migliore struttura per raccontare quel periodo.

  1. Conforme alla gloria è un romanzo che già all’interno del suo titolo dimostra in qualche modo un’incoerenza con sé stesso: da una parte una terminologia asettica, tipicamente scientifica, e dall’altra un termine quasi sacro. Cos’è la vera Gloria di questo romanzo, e come le si può essere conformi?

Nel testo La Gloria rappresenta un quadro di pelle umana, che Heinrich Wollmer, una SS a Mauthausen, realizza e che il figlio Rudolf ritrova durante un trasloco. In che modo siamo conformi a questo orrore? Beh, diciamo che siamo biologicamente conformi in quanto il quadro è fatto della nostra stessa sostanza, noi siamo il materiale del quadro. Quindi La Gloria parla di noi, parla del nostro essere umani, di questa cosa terribile che è l’uomo, il suo essere un enigma a se stesso. C’è poi un secondo livello di conformità che è artistica ovvero il tentativo estetico di esorcizzare ciò che ci spaventa. Non so se lei ha mai visto i graffiti nelle grotte degli uomini primitivi. Da cosa nasce il bisogno di rappresentare le scene di caccia? Io spesso mi sono chiesto il perché e la risposta che mi sono dato è semplice: l’uomo che le ha disegnate ha paura e per vincere il terrore di quello che ha vissuto, e da cui ha trovato rifugio nella sua grotta, lo duplica, ne fa una copia conforme all’originale e lo riproduce. Questo fanno Enea e Ana nel romanzo spaventati dal male che trovano e che vivono su di sé provano a esorcizzarlo ricopiandolo…

  1. Nel corso del libro è chiara la presenza del Male della Storia, che genera follia eConformeAllaGloria.copertina che, soprattutto, agisce e influenza il Male privato in maniera tentacolare e suadente: a tutto ciò pare non esserci una via di salvezza. Cos’è il Male per lei? È davvero impossibile sfuggirgli?

Per la mia esperienza umana, che è poca cosa, io penso che sia impossibile. Il male è consustanziale al mondo che viviamo, in un certo senso lo edifica. Insomma se non ci fosse stato il “malum” originale, il mondo come noi lo conosciamo non ci sarebbe. Il fatto che esista e che nessuno di noi possa sfuggirgli non significa che io lo accetti in maniera vile. La sua presenza mi stimola a produrre azioni che vadano contro di esso. In particolare io sono uno scrittore e quindi il mio modo per oppormi è costruire narrazioni di senso. La salvezza per me sta in questo tentativo di arginare il male con le parole, di provare a definirlo, a metterlo in formalina nella pagina. È uno sforzo immane e forse inutile, molto simile a quello del pastore che cerca di salvare il suo gregge dalla gola del leone, ma questo ho e lo offro.

  1. Il romanzo, in definitiva, può essere considerato uno studio dell’essere umano e della perdita, imprescindibile, di umanità; è in questo contesto che si inserisce il rapporto e la sua riflessione sul corpo, considerato carne pura poi contaminata dal mondo. Se ne esiste davvero una, qual è per lei la corretta interpretazione del senso della nostra presenza fisica nel mondo?

La nostra esperienza del reale avviene tramite il corpo. Facciamo l’amore tramite i corpi, il dolore è una ferita da taglio sull’avambraccio, la paura è una fitta allo stomaco. Il corpo quindi rappresenta il nostro decreto di presenza, il nostro status nel mondo: senza corpo noi non ci siamo, perché non sentiamo. L’essere umano è, prima di ogni cosa, corpo che si muove nel tempo, che agisce, fa e modifica. Quando perdiamo il corpo, perdiamo noi stessi: non è un caso che il nazismo rappresenti la sistematica spoliazione dell’uomo fino alla sua trasformazione in pezzi e cose inanimate. Siamo senza anima perché non abbiamo più un corpo, l’anima in realtà è il nostro corpo che sente.

  1. Tra gli aspetti più interessanti del romanzo c’è lo sviluppo di un racconto estremamente perturbante attraverso una lingua misurata, piana, decisamente stridente con contenuti così forti. Come è riuscito a lavorare e a limare questo linguaggio autentico ma greve?

La mia preoccupazione era essere chiaro. Io volevo che il contenuto del romanzo fosse nitido agli occhi e alla orecchie di chi leggeva. La storia esigeva questo tributo di chiarezza. Proprio la drammaticità, l’oscenità e il perturbante dei temi richiedevano uno stile che andasse in una direzione opposta al compiacimento letterario e stilistico. Nello stesso tempo non volevo essere didascalico, volevo insomma che il romanzo generasse in chi lo leggeva una sorta di leggero fastidio, come una scheggia di legno nel palmo della mano. L’idea era di uno stile che rifuggisse sia gli estetismi del Portiere di Notte della Cavani sia la blanda consolazione de La vita è bella di Benigni. Spero di esserci riuscito: ho tolto gli aggettivi di troppo, ho cercato di costruire dialoghi il più possibile realistici, ho lavorato sulle parti più “pericolose” del testo (la scoperta del quadro, la prima esposizione di Ana, la rappresentazione dell’incendio alla Thyssen) cercando di emendarle di quei passaggi messi lì per il semplice gusto di far vedere quanto ero bravo a scrivere, ciò che è rimasto è lo stretto necessario (in questo senso debbo una grande grazie a Sara Zucchini la mia editor che mi ha aiutato a leggere e a non aver paura di togliere il troppo e il vano).

  1. Primo Levi – e molti come lui – non ha retto al peso della memoria: per lei ha dunque senso rievocare tragedie passate, tentando di inserirle in un’ottica letteraria? Ai giorni nostri, la scrittura può essere ancora intesa come impegno civile? Il ruolo dello scrittore è ancora quello di dare vita ad un atto politico?

Non è mai stata mia intenzione sostituirmi ai testimoni di quei fatti. Il mio romanzo parla anche di deportazione, non è un romanzo sulla deportazione: è più un romanzo sulla sopravvivenza, sul male di sopravvivere a qualcosa di tremendo. Credo che sia nostro dovere di scrittori, di persone che hanno a che fare con l’immaginazione, fare i conti con il nostro passato; esiste ovviamente un livello di conoscenza storica a cui tutti dobbiamo attenerci i fatti, soprattutto rispetto a certi avvenimenti, sono importanti, ma il romanzo ti permette di prendere questi fatti e montarli in certo modo e di creare così delle interpretazioni che non riguardano solo il fatto passato ma che illuminano anche il presente e il futuro. La scrittura è un atto politico sempre, perché ogni scrittura – che sia sensata e che parta delle premesse che ho detto – è un intervento nel reale e nella società. La politica non è una cosa orrenda, come da più parti si pensa: politica sono le persone che stanno insieme e la letteratura ha come compito entrare in relazione con le persone. È una sorta di statuto etico: io quando scrivo entro in relazione con altre persone, che stanno nel mondo, ciò che la mia scrittura produce in loro è politico perché modifica il modo in cui loro stanno insieme.

  1. Il suo libro è stato selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega 2016, un fenomeno che spesso sembra appartenere più all’establishment mediatico che a quello propriamente editoriale. Come ha vissuto questa nuova esperienza, anche in rapporto agli altri scrittori?

L’esperienza dello Strega per me è stata molto utile, e bella. È stata utile perché ovviamente ha dato a Conforme alla gloria un palco che diversamente avrebbe faticato ad avere, è stata bella perché il libro ha raggiunto un numero di persone molto alto, e i commenti, i discorsi intorno a Conforme sono stati importanti sia dal punto di vista letterario che umano. È stata una bella esperienza, perché entrare nei 12 ha significato il riconoscimento da parte di una tecnica qualificata sul valore del libro che poteva concorrere a vincere il premio più prestigioso in Italia. Questa cosa anche dal punto di vista umano ti ripaga degli anni di lavoro, di studio e di fatica. In più si è creato quest’anno credo un ottimo clima tra noi 12, e questo ci ha aiutato a vivere la gara per quello che è, sapendo bene che il valore di ogni testo prescinde la classifica o dalle polemiche. Io ho partecipato allo Strega portando un libro che credo bello, e come me la mia casa editrice, non ho percepito in nessuno dei partecipanti un avversario o un nemico. Ho visto persone che credevano di aver portato al premio un libro bello. C’era rispetto e attenzione, da parte dell’organizzazione e da parte di tutti, per il nostro lavoro e questo mi pare già un ottimo risultato.

  1. Dopo una prova letteraria totalizzante come quella di Conforme alla gloria immagino che non sia facile ricominciare a scrivere; ci sono, tuttavia, già dei progetti in cantiere? Cosa prevede il suo futuro letterario?

Scrivere Conforme alla gloria mi ha prosciugato dal punto vista della scrittura. Non ho al momento nessun tipo di progetto narrativo o di invenzione. Sono tornato con mia grande gioia a leggere a recensire i libri altrui sul La lettura del Corriere, su Il foglio e su vibrisse. Vorrei tornare a studiare e a leggere molto, e poi scrivere qualche saggio; per ora questo è il massimo che riesco a prevedere del mio futuro.

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