Le ortensie – Felisberto Hernández

LeOrtensie_copertinaC’è un posto vuoto nel Pantheon dei maestri del racconto breve: dovrebbe essere occupato da Felisberto Hernández, ma lo scrittore uruguayano è troppo impegnato a nascondersi dalla mondanità letteraria per poter accettare siffatta posizione.

Poco conosciuto in patria, dimenticato in Italia dopo un’edizione einaudiana degli anni Settanta a cura di Italo Calvino, da qualche anno Hernández è stato recuperato dalla casa editrice romana laNuovafrontiera, che ne ha già pubblicato tre raccolte: Nessuno accendeva le lampade, Le ortensie e Terre della memoria.

Siccome mi costa molto sollevarmi e raggiungere le altezze dove mi hanno collocato le illusioni che si fa su di me, preferisco chinare gli occhi e il viso sul foglio e sviare il mio amico con questa fuga di segni. Dicono che bisogna cercare di reagire. Sono ormai stufo di provarci, ma penso che se mi lascio cadere fino al fondo della mia tristezza, è possibile che dopo reagisca meglio.

Si scrive Felisberto Hernández, si legge genio e sregolatezza.

Dopo una formazione da autodidatta come pianista, fu spesso accompagnatore col piano della proiezione dei film durante l’epoca d’oro del cinema muto; e solo in un secondo momento, senza apparente motivo, si dedicò alla scrittura.

Forse per questa ragione, o più probabilmente per il suo carattere schivo, eclettico e lontano da qualsiasi precetto, Hernández non si legò mai ad alcun movimento letterario.

È (probabilmente) nella Falsa spiegazione dei miei racconti, un saggio reperibile in Italia nella raccolta Le ortensie, che si evince il particolare approccio alla materia narrata, che vive litigando continuamente con la coscienza ed è paragonata a una pianta che cresce dentro di lui in maniera indipendente.

Scrivere non ha dunque valore salvifico, o catartico, o ancora ludico; è solo un altro tassello di un’anima complicata e, senza ombra di dubbio, in pena: Si aspetta sempre che io faccia qualcosa di insolito. Quello che voglio, a dire il vero, è riposare gli occhi – scrivendo li stanco di meno – , la faccia e l’anima. La scrittura di Hernández si sviluppa come piante arrampicanti al suono di una musica tutta interiore, come fosse un animale aggraziato ma in agguato e pronto a balzare sul proscenio.

Le composizioni narrative si disvelano dunque come lenti movimenti d’orchestra in crescendo e, benché nostalgico, ogni racconto si sottrae alla logica della tristezza dell’esistenza.

Si alzò molto sollevato; ma sapeva che i rimorsi somigliavano a nuvole sospinte verso un punto dell’orizzonte e che la sera sarebbero tornati.

Nella raccolta Le ortensie, l’omonimo primo racconto è un nucleo a sé stante e già riassuntivo dell’intera e sorprendente poetica dell’autore, oltre che anticipatore delle tematiche dei racconti successivi – che sembrano piuttosto una reiterazione di quanto già detto, e non un approfondimento.

Vi si racconta la storia di un uomo fatalmente attratto dalle bambole: ne possiede un cospicuo numero a grandezza d’uomo, vascolarizzate da un sistema circolatorio ad acqua calda, ed egli le dispone ogni sera in teche diverse a seconda della rappresentazione teatrale che vuole inscenare. La monomania si tramuta in follia, quando commissiona una bambola con le fattezze della moglie, di cui ha un presagio di morte, e la chiama Ortensia, proprio come la donna. Le derive che nasceranno da questa situazione sono singolari e affascinanti, esattamente come la sua prosa, che ammalia e disturba.

Inquietante, ad esempio, è anche il racconto Il coccodrillo, in cui un pianista – l’allusione autobiografica è esplicita – prende una decisione estrema: piangere a comando allo scopo di stimolare la compassione negli ascoltatori; ma la sorte gli riserverà una brutta parte, essendo poi egli incapace di porre fine alle lacrime.

Il senso dello sconcerto si intravede anche ne La casa allagata, in cui una facoltosa signorotta invita il protagonista del racconto, un poeta, nella sua dimora, trasformatasi in ampie zone acquatiche simili ad acquitrini e fiumi (con tanto di isolotti ricoperti di piante), per essere allietata dalle storie dell’uomo. La donna è convinta che l’acqua porta dentro di sé qualcosa che ha raccolto in altri luoghi e, non so in che modo, mi consegnerà pensieri che non sono i miei e che sono per me e per questo assume un comportamento incomprensibile agli occhi di chi la osserva.

La prima volta che l’avevo vista era seduta a tavola nello stesso ristorante in cui mangiavo io. Il suo corpo sembrava essersi sviluppato come i dintorni di un villaggio di cui lei non si interessava. Stava tutta nei suoi occhi azzurri. Sulla fronte, bianchissima, si aprivano due grandi onde di capelli biondi che mi ricordavano i tendaggi di una stanza antica; gli occhi si muovevano sotto le palpebre come persone addormentate sotto le coperte.

Un personale uso dell’espressionismo, svelato dalla cura per i dettagli, si scontra con un surrealismo non omologato alla poetica sudamericana e, simultaneamente, aderente in qualche modo ai topoi ispanoamericani: atmosfere oniriche, una natura quasi antropica, oggetti che naturalmente prendono vita, quel vago trascorrere del tempo circolare e ombelicale.

Hernández ha creato un mondo straniante e stravagante, intessuto di storie di ombre in cui rimane sospeso il tema del doppio e in cui la realtà si riveste di una superficie onirica e suggestiva: si tratta di storie che si avvitano su un sottile strato di inafferrabile inconsistenza avanguardista, senza mai raggiungere la dimensione del fantastico.

Non resta altro, dunque, che accogliere l’insolito e stupire dello slittamento verso una dimensione surreale e metaforica che trascende la materia narrata.

Felisberto Hernández, Le ortensie, laNuovafrontiera, pp. 176, 2014

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