A merenda con Becky Sharp

È un pomeriggio milanese di luglio e al centro di una terrazza ventilata e circondata dalPenelope-Poirot_copertina verde si erge una tavolata imbandita di leccornie e un gruppo di blogger pronti a immortalare l’essenza di Becky Sharp, pseudonimo di chi ha appena dato alle stampe per i tipi di marcos y marcos il gustoso Penelope Poirot fa la cosa giusta, un giallo intelligente e dalle tinte rosa.

Penelope Poirot era incrollabilmente persuasa che per essere artisti non si dovesse coltivare un’arte particolare ma, soltanto, vivere artisticamente. E nessuno poteva insegnarle come declinare quell’avverbio, perché lei, in questo, non ammetteva consigli: l’arte ce l’aveva dentro.

Pronipote del ben più famoso Hercule, Penelope Poirot è una petulante critica gastronomica che decide di sospendere temporaneamente l’attività per redigere le sue memorie biografiche e, soprattutto, per perdere il peso accumulato negli anni di
lavoro. Per farlo, decide di investire il suo tempo nel fast wellness promosso da Villa Onestà, nelle colline del Chianti: una clinica salutistica new age in cui sformati di zucchine scondite assicurano il felice connubio di depurazione del corpo e stimolazione della mente.

Ma, complice quel fare svenevole e lezioso, Penelope mostra subito la sua essenza un po’ bislacca: porta tacchi dodici persino nei campi, ha sempre un parere su tutto, nega di avere il vizio del fumo, e per questo mangia quintali di caramelle alla violetta. Su tutto sovrasta un ilare aspetto tracagnotto – o botticelliano, come lei stessa ama definirsi.

O meglio: è una donna-krapfen, per dirla alla Velma Hamilton, la neo segretaria (Troppo allergica all’autorità per lavorare sotto padrone, troppo timida, pudica e diffidente per farsi travolgere dalle rivoluzioni di costume, si risolse a fare la segretaria di famiglia) che si professa di fede anarchica e che da anni coltiva l’idea di diventare una zitella in piena regola – ma che poi cede immediatamente al fascino del giardiniere Primo Baldan.

Con humor tipicamente british, si dipanano le maglie di una trama che culmina con l’assassinio dell’attrice teatrale Anita Dall’Orso durante il corso della prima, precoce, nevicata novembrina sulle colline toscane.

Con natali del genere, ma senza che nessuno glielo chieda, la goffa Penelope – con la sicumera e la silhouette dello zio, ma sicuramente non il genio – si sentirà investita del potere di svelare il colpevole del terribile omicidio.

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Chi non ha conosciuto il guilty pleasure della lettura vorace dei gialli di Agatha Christie nelle estati della preadolescenza?

Tuttavia, la sensazione che questo genere sia ancora considerato becera paraletteratura è dominante: ma la Sharp è riuscita a trasformarlo in materia metanarrativa del racconto e a farlo esplodere in un romanzo raffinato. Il risultato è un omaggio ironico e parodico del genre, così amato dalla scrittrice da essere considerato dalla stessa un porto sicuro, l’unico in grado di soddisfare il bisogno di consolazione.

Penelope è dunque l’elemento-chiave di una parodia totale: non solo del genere in assoluto, ma anche della formazione della Sharp, che ammette di sentirsi adesso più una Velma. Sono lontani per lei i tempi del disordine creativo, a cui osa avvicinarsi Penelope: adesso per lei la scrittura è un modo per fare ordine ed è stato utile, in questo senso, navigare all’interno del rapporto tra le due donne, una relazione in continua crescita e oscillante tra l’affetto sincero e l’abitudine a condividere forzatamente gli stessi spazi.

La scrittura, che non è pianificata (“Scopro l’assassino e la vittima man mano che scrivo: sono i miei stessi personaggi a prendere la mano”), è da lei paragonata alla cucina, un luogo in cui è doveroso riuscire a dosare gli ingredienti, che ammette essere orientati in questo romanzo più sul versante femminile: “Le donne del mio libro le ho sentite in modo viscerale, il mio è un romanzo al femminile e non me ne vergogno” esclama soddisfatta.

Penelope Poirot fa la cosa giusta è un romanzo ambientato negli anni ’90: la Sharp confessa di sentirsi ancora una donna del secolo scorso, ma poi giustifica le ambientazioni temporali per metterle a servizio di un genere narrativo che è nato lontano dalla tecnologia dei nostri tempi. E le descrizioni, alcune foriere di un certo lirismo, aiutano nel gioco ambiguo del fornire al lettore degli stereotipi e, contemporaneamente, tentare di rinnovarli: prendere in giro diverse pratiche narrative dall’interno ha permesso alla Sharp di dare vita a un umorismo dalle tinte universali.

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“Non mi riconosco nelle forme di autoritarismo e sacerdotismo intellettuale, per questo ho scelto l’anonimato”: scoprire chi si cela dietro il nom de plume di Becky Sharp non è dunque importante, ciò che conta è lasciar parlare le sue storie. E non è un caso che la scelta dello pseudonimo sia ricaduta sul nome della protagonista de La fiera della vanità di William M. Thackeray, una grande tessitrice di trame e, soprattutto, l’unico personaggio della narrativa ottocentesca consapevole di indossare una maschera.

“Per me, scrivere vuol dire divertirsi”, dichiara la Sharp con un largo sorriso sul volto: ed è tutto quello che un lettore può chiedere al suo narratore – che sia ancora viva la meraviglia della voce che scorre libera, come un fiume in piena, e appassionando travolge ed emoziona.

Becky Sharp, Penelope Poirot fa la cosa giusta, pp. 336, marcos y marcos, 2016

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