Appalermo, Appalermo! – Carlo Loforti

Tra i finalisti del Premio Italo Calvino della XXVIII edizione c’è un’interessante voce ironica: è quella del giovane Carlo Loforti, che per i tipi di Baldini&Castoldi ha appena dato alle stampe l’esordio sgangherato Appalermo, Appalermo!, cronaca di una formazioneparabolica discendente in una Palermo dei giorni nostri corrotta e provocatoria.

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Il protagonista è Mimmo Calò, un uomo dal profilo ambiguo e autoreferenziale, dal credo sessista e devotamente calcistico: l’archetipo dell’uomo medio italiano, fondamentalmente. Un uomo rozzo e spesso arrogante, che di mestiere fa il giornalista sportivo in una tv locale, ma che è costretto ad abbandonare la professione per questioni – in Sicilia? Strano ma vero! – di racket.

La soluzione improvvisata è quella di aprire una sfincioneria, un locale cioè adibito alla vendita della tipica pizza alta siciliana che risponde per l’appunto al nome di sfincione, ma le traversie che l’antieroe Calò deve attraversare sono plurime e variegate, dalla lunga e stancante trafila burocratica alla patita rapina in banca. Tali strambe vicende si accavallano rapidamente l’una sull’altra fino al punto di rendere incontrovertibile l’idea che nelle mani di Mimmo tutto si smonta fino alla perdita di credibilità: egli stesso, lentamente, riconsidera il suo posto nel mondo, declassificandosi con tono schietto e pur sempre ironico.

La voce di questo protagonista impertinente s’impone quindi con fare filosofico, ma ha un sostrato di cafonaggine e qualunquismo che irrita il lettore, circondato da luoghi comuni piazzati qui e là in un testo pregno di dinamiche prevedibili.

Mimmo è il tipico uomo da bar a cui piace parlare a vuoto di concetti astratti (la famiglia, l’amicizia, l’onore), al fine di sentirsi democristianamente stimato da una società che egli stesso rifugge.

Qualunque ruolo essa abbia nella tua vita, la femmina è sospettosa. A priori. Le donne sono poi pesantemente ridicolizzate e rese in maniera approssimativa: dalla madre di Mimmo, le cui uniche caratteristiche sembrano essere l’avarizia e la tirannia, a Barbara, moglie-bomboniera petulante e furba solo a convenienza.

Piuttosto divertente è invece l’apparato finale, un mini glossario che più che istruire sui termini dialettali disseminati nel testo, ha l’intento di rendere ancora più reale la sorniona dimensione culturale siciliana entro cui sono inserite le vicende:

A TINGHITÉ: espressione di chi ci tiene a precisare che ciò di cui si sta parlando, è stato caratterizzato da un’eccezionale e insolita abbondanza. È usato soprattutto quando si parla di cibo, qualora questo sia stato elargito con sufficiente generosità. E cioè durante una qualsiasi riunione di famiglia.

Il romanzo si rivela dunque brulicante di personaggi folli ma verosimili, di situazioni che, pur essendo inventate, restituiscono una fotografia reale della Sicilia del nuovo secolo, lontana dalla tradizione scanzonata di Camilleri, dalla letteratura di denuncia di Sciascia o dal barocchismo elegiaco di Bufalino.

È per questo che le risate durante la lettura non mancano, ma lasciano in bocca un’amarezza difficile da ammettere: la Sicilia di Loforti come metafora di un’Italia che non avanza è un’impietosa realtà da cui bisogna, necessariamente, emanciparsi.

Carlo Loforti, Appalermo, Appalermo!, 
pp. 336,
 Baldini&Castoldi, 2016

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