Intervista a Giorgio Ghiotti

Non molto tempo fa ho scritto sullo squisito Rondini per formiche, edito da nottetempo un paio di mesi fa. Oggi è ospite di questo spazio Giorgio Ghiotti, che racconta della sua formazione letteraria, della sua doppia anima di poeta e narratore e della Storia come memoria affettiva.

  1. Classe ’94 e già hai una solida pubblicazione alle spalle: chi è il giovanissimo Giorgio Ghiotti? Qual è il tuo percorso da scrittore?

Quali sono le tappe che hai dovuto affrontare prima della pubblicazione?

GiorgioGhiottiHo iniziato a leggere prestissimo per volere di mia nonna, Silvana, una maestra d’italiano con tanti libri di Natalia Ginzburg in casa. E proprio Natala Ginzburg è stato il mio primo scrittore “da grandi”. Una sera, avevo dimenticato un libro di Geronimo Stilton a casa mia (credo fosse Il mistero della piramide di formaggio) e sarei rimasto a dormire da nonna, così quando le ho chiesto: “Mi leggi una storia?”, lei ha iniziato a leggere “Valentino”. Per me è stata una folgorazione, e da allora, se incontro una persona riccioluta, subito ho un piccolo sobbalzo del cuore. I ragazzi di Natalia sono sempre riccioluti, e risoluti, ma come guerrieri di una battaglia già persa, come l’ultimo soldato nell’isola di Lubang. Ho iniziato a scrivere poesie semplicissime, poi ho smesso per anni, e qualche anno dopo ancora ho ripreso. Nel frattempo ci sono stati i racconti; ne ho scritti tanti, li amo moltissimo. In verità la prima cosa che ho scritto appena imparato a scrivere, è questa frase qua, scritta su un biglietto del Natale 2000 con una calligrafia incerta, tremolante per il grande sforzo: “Ora che so scrivere inizia una strada di parole”. E’ bellissimo, adesso, camminare su quella strada. Da lettore, prima di tutto, e da scrittore poi.

  1. Quali autori e quali titoli inseriresti nel tuo scaffale d’oro? Qual è il tuo ideale di letteratura?

Oltre a Natalia Ginzburg (“Caro Michele” e “La città e la casa”, insieme a “Valentino”): “Aracoeli” di Elsa Morante, Moravia dei racconti romani, Gianni Rodari (tutto tutto tutto, benedetto!), i racconti di “Angelici dolori” e “L’infanta sepolta” di Ortese, Juan Rulfo, “Aura” di Fuentes (ci pensi alla potenza della scena in cui, come in un’allucinazione o in un sogno, bruciano i gatti sulla terrazza? E poi si scopre che non era vero), continuo? Sì, ma con qualche nome della mia amata poesia: Caproni, Saba, Penna, Lamarque, Rosselli, Cavalli, Frabotta, Cucchi, Raboni… Il mio scaffale ideale ha pareti elastiche. Mi domandi qual è il mio ideale di letteratura: è quello ben rappresentato dai nomi che ho appena fatto, e ancora tanti altri.

  1. Il tuo esordio è avvenuto con una raccolta di racconti, adesso hai appena dato alle
    stampe un romanzo: credi che nella brevità della short story ci sia poco spazio per la maturità stilistica e per la creatività letteraria? Eppure il racconto sembra essere, forse non ancora in Italia, la forma letteraria tipica dell’età contemporanea.

Cosa ti ha spinto a scrivere Rondini per formiche?

Assolutamente. Penso anzi che la forma breve sia perfetta e in grado di regalare un piacere immenso difficilmente raggiungibile con la forma più estesa del romanzo. L’idea del poco spazio nella short story per la maturità stilistica e la creatività letteraria è molto italiana (per tradizione, non per altro). In moltissimi paesi dell’America Latina (basti pensare al Messico) il racconto è invece il punto di arrivo per tanti scrittori, non la partenza per approdare poi al romanzo. Scrittore come Pacheco, Fuentes, Pitol, Elena Garro, prima durante e dopo l’avventura del romanzo hanno continuato a vedere nel racconto un mezzo insostituibile e privilegiato per trattare determinati temi, personaggi, ambienti.

Ho scritto Rondini per formiche partendo da Tommaso, il protagonista. Volevo che fosse un entusiasta silenzioso, pieno desideri (tanti disillusi e traditi), immerso nella letteratura tanto da raccontare la sua vita proprio come un romanzo. Per questo, quando incontra Michele la prima volta in palestra, se ne innamora subito. Per il corpo nudo, rigido, giovane di Michele? Per la sua testa riccioluta? (Riccioluta!) No, se ne innamora perché lui chiede a Tommaso: Raccontami una storia. Vero amore.

  1. Il protagonista del romanzo è Tommaso, giovane sognatore ostinato a ritrovare forme di sé nella letteratura. Com’è nato questo personaggio e il suo modo di interagire col mondo? Quanto c’è di autobiografico?

Di autobiografico c’è una certa idea di mondo saccheggiata dai libri, c’rondini-per-formicheè la scoperta del desiderio, c’è la collana di perle che mia nonna (la nonna di “Valentino”) metteva sempre al collo, e che invece nonna Lorenza, nel romanzo, usa per morire. Tutto è autobiografia, e non parlo di questo romanzo: è autobiografia ogni gesto che compiamo, ogni parola scritta – anche la lista della spesa – , anche un articolo di cronaca – la faccenda l’ha affrontata, mi pare in modo perfetto, Yourcenar.

Persino la provincia è autobiografica. Io non ho mai vissuto in provincia. Però è reale il desiderio di scriverne, di appropriarmene, di appropriarmi di quella parte più romantica della provincia che ha in testa chi, come me, non l’ha vissuta. Io sono nato a Roma e qui vivo. Un tardo pomeriggio di due anni fa eravamo seduti a un bar trasteverino io, Chiara Valerio e Nicola Ingenito, e loro (che hanno abitato a lungo la provincia) mi hanno iniziato a raccontare di quando, bambini, facevano il biglietto del treno per arrivare alla città più vicina con una libreria per comprarsi un romanzo della Woolf, o chi per lei. Per me c’era qualcosa di eroico in quello spostamento, in quella volontà di lettura, eppure qualcosa mi sfuggiva, perché fin da piccolo, se volevo un libro, bastava fare cento metri e arrivare alla libreria più vicina. Ho cercato, attraverso la storia di Tommaso e Nicole, di raccontarmi (un po’ come fa Tommaso) la provincia, di appropriarmene.

  1. Fin dal titolo del romanzo – un verso di Amelia Rosselli – è evidente lo stretto rapporto che intercorre tra il tuo testo e la poesia. Hai, d’altronde, pubblicato già due raccolte poetiche, per cui il genere non ti è estraneo: la tua narrativa è dunque influenzata, in qualche modo, dalla poesia? O sono due scomparti diversi?

Moltissimo. C’è nella poesia un ritmo, una cura della parola, un suono che mi affascina. Ho studiato per 12 anni pianoforte, e nelle pagine di alcuni scrittori senti la stessa musica che partirebbe da uno spartito se qualcuno sedesse a un pianoforte e suonasse. E quella musica vuol significare qualcosa, qualcosa anche al di là delle parole. Questa prosa poetica, questa musicalità della parola, la ritrovo tanto negli scrittori sudamericani (non a caso Pacheco, oltre che romanziere, è autore di una trentina di raccolte poetiche), e in Italia in scrittori come Elisa Ruotolo, Milena Agus, Simona Vinci. A volte è un Moderato cantabile, altre un Allegro con brio.

Quel che è proprio della poesia, e che mi piace ritrovare nella prosa, è il gusto per l’immagine forte, un’immagine come una ferita, netta, che racconta moltissimo con poco.

  1. In Rondini per formiche c’è un costante richiamo ad eventi storici più o meno contemporanei; non si tratta però di un mero elenco di fatti, ma di una personale cronaca (quasi feroce) della storia italiana e mondiale: in questo peculiare procedere narrativo c’era il bisogno della ricerca delle condizioni che hanno generato il mondo contemporaneo o la semplice volontà di creare un dialogo con il passato?

E’ volontà di dialogare col passato non attraverso una memoria storica, ma memoria personale. Nella Storia, Tommaso ritrova se stesso e il senso di quello che è stato. Quando ricorda, per esempio, l’annuncio al telegiornale della scomparsa di Federico Caffè, sta ridando vita anche ad una “prima volta”: la prima volta in cui sentì crescergli in petto un moto di ribellione contro una discriminazione di genere, perché Caffè aveva studiato violino da ragazzo e Alfonso, il padre di Tommaso, se ne esce dicendo che il violino è da femmina. E’ una memoria affettiva quella di Tommaso, infedele, imperfetta, ma è l’unica memoria che ha, e la coltiva con devozione per consegnarla ai lettori.

A me è accaduto lo stesso: quando scomparve Caffè, io non ero ancora nato. Però ho ascoltato i racconti di mia madre che all’epoca studiava Economia al Castro Laurenziano, e quella mattina doveva parlare con lui della tesi. Attraverso i racconti degli altri la storia di ognuno s’infittisce, si accresce, diventa più storie e quindi si fa più preziosa.

  1. Nel romanzo appare lapidaria una frase: L’unica prova della verità è la finzione.

È la tua personale dichiarazione di poetica? Cosa intendi esattamente?

E’ una frase che va bene per Tommaso, uno che ai sogni consegna statuto reale e alla realtà pure (serissimo, afferma d’aver perso la sua verginità a quattordici anni in sogno con Fermat, matematico morto trecentoquarantotto anni prima). Per lui è vero quel che è autentico, dunque le storie che legge nei libri, il sesso che vi apprende, le parole che scopre, sono verissime, e non importa se i personaggi esistono solo nei romanzi. Le rondini che Anita vede morire davanti all’ingresso del suo palazzo non esistono, non sono vere, perché non rientrano nell’universo Tommaso. Le formiche sì, invece, cieche come sono, sottoterra, bravissime sicuramente a inventare un mondo che non possono vedere.

  1. La tua prolificità mi fa pensare che tu stia già scrivendo altro: quali sono i tuoi progetti futuri?

Per ora, preparo gli ultimi esami universitari e raccolgo materiale per scrivere la tesi di laurea, in poesia contemporanea, leggo e scrivo con allegria, con pazienza, qualcosa di nuovo.   

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