Intervista a Stefano Friani – Racconti edizioni

Solo qualche giorno fa vi ho parlato di Sono il guardiano del faro di Faye, della neonata Racconti edizioni. Ho deciso di approfondire direttamente con Stefano Friani, padre – insieme a Emanuele Giammarco – di questo progetto editoriale che porta sulla scena italiana finalmente un po’ di freschezza.

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  1. L’Italia del 2016 è il Paese delle tristi statistiche dei non lettori e dell’era Mondazzoli. Come nasce un audace progetto editoriale come il vostro?

Una delle narrazioni che abbiamo dell’Italia di questi ultimi dieci-quindici anni è presto detta: un paese gerontocratico che scaccia i suoi giovani brillanti disperdendo forze ed energie che vanno ad arricchire altri paesi. Ovviamente nessuno dice della guerra senza quartiere in tivù, sui giornali e per le strade che facciamo all’integrazione e a
ll’accoglienza delle persone che vengono o transitano da noi e che potrebbero rappresentare risorse e «cervelli» altrettanto validi. Da noi, utilizzando il vessillo del giovanilismo un’intera classe dirigente s’è fatta largo sgomitando e non facendo altro che replicare vecchi stilemi e sistemi. Si continuano a definire «giovani» quarantenni sposati con figli a carico e pancia da apericena e a chi comincia a farsi strada nella vita viene subito affibbiata l’etichetta del giovane, che altro non è se non una deminutio. Ecco, noi vorremmo essere giovani vecchi. Quindi sì, bene l’audacia giovanile, ma coi piedi saldamente attaccati al terreno.

Perdonami il rant, ma devo ancora disintossicarmi del tutto dal vischiume dell’agone elettorale e inizio a non sopportare più l’insistenza morbosa verso le start-up (orrore e raccapriccio).

Un economista sano di mente vedendo quel famoso dato, ovvero che oltre il 50% degli italiani non legge, direbbe: «Che meraviglia, c’è tutto un mercato da conquistare!». Chiaro, non è così semplice e ci si è provato per anni a far leggere i non lettori – e forse ne paghiamo ancora le conseguenze di questo scadimento dell’offerta editoriale. Tuttavia, nessuno prende la cosa per quello che è: una sfida. Stiamo tutti a frignare e a rintanarci nella nostra presunta e illusoria superiorità morale di lettori fortissimi agitando l’indice del j’accuse contro l’analfabetismo funzionale dei nostri connazionali, quando in realtà forse basterebbe dirgli: leggere è divertente.

Quanto ai giganti, a mio modo di vedere, hanno i piedi d’argilla e mancano di una cosa cruciale: la progettualità. Certo, hanno innumerevoli modi di sopperire a questa mancanza, ma quando si pensa al libro come se fosse un qualsiasi altro bene – una scatoletta di tonno o un rossetto – non si va granché lontano. Poi, tutta quest’enfasi su «Mondazzoli» (Mondadori e Rizzoli si rivolteranno nella tomba, poveracci) come un cataclisma per l’editoria italiana non l’ho capita. In realtà non cambia nulla, men che meno per noi piccoli. I monopoli rimangono intoccabili, gli spazi in libreria gli stessi. Non mi pare a rischio la libertà di pensiero francamente.

La nostra storia è banalmente la storia di due ragazzi che a un certo punto stanchi d’attendere l’ennesimo stage si sono dichiarati abbastanza formati da provarci e hanno deciso di buttarsi. Eravamo di ritorno da due bellissime esperienze in trasferta (io a Torino con Einaudi, Emanuele a Milano con Il Saggiatore), ci siamo guardati dal fondo della quarta pinta in un pub a San Lorenzo e dopo un kebab di rinforzo la decisione era presa: «Facciamo una casa editrice!». Ecco vedi, mi hai fatto utilizzare due punti esclamativi nello spazio di una risposta, Severgnini mi toglierebbe il saluto.

  1. Capita spesso in Italia – e in Europa più in generale – che il valore letterario della short story venga bistrattato: in questo contesto, qual è la motivazione che vi ha spinto a investire in una casa editrice di soli racconti?

Molto pragmaticamente che non ce n’era una simile. Io ed Emanuele siamo entrambi appassionati lettori di racconti, troviamo che offrano la medesima soddisfazione di compiutezza di un romanzo nel minor tempo possibile e da lettori voracissimi questo è un privilegio che non possiamo non apprezzare. Il tempo da dedicare alla lettura si va sempre assottigliando, assediati come siamo da smartphone e dalla connessione ovunque e comunque, e il racconto è un rimedio antico a un problema nuovo. Il racconto ha i suoi lettori e generalmente sono dei lettori forti. La cattiva nomea, il fatto che i racconti non vendano, si deve solo a un circolo vizioso che hanno ben illustrato Rossella Milone, una che di buoni racconti se ne intende , e Vanni Santoni, in una panoramica in cui improvvidamente siamo finiti anche noi tra nomi ben più rilevanti direi. Tirando le somme, per noi si è trattato di coniugare passione e calcolo economico.

  1. Nel profilo del vostro sito web dichiarate che il compito di una casa editrice è costruirsi un percorso letterario e tentare di comunicarlo: qual è il vostro?

Sono due elementi distinti che una casa editrice deve tentare di mettere assieme. Noi vorremmo creare una casa per i racconti, un habitat in cui possano finalmente trovare la loro dimensione senza essere sminuiti accanto ai romanzi. Non si tratta di una riserva indiana; avremo autori e autrici così come temi, generi o stili diversissimi tra loro all’interno di uno stesso catalogo. Ma il tutto sarà scelto e curato seguendo un filo rosso, il nostro. Che poi questo giunga sino agli occhi del lettore non è che ci interessi poi molto, è più importante che chi legge si costruisca i propri nessi e i propri cammini attraverso i libri. Essendo noi assai retrò e orridamente romantici, abbiamo ancora l’idea che il lettore, questo strano animale, possa essere fidelizzato (ecco comparire l’abominevole termine del marketing) attraverso una serie di scelte e accorgimenti di qualità. In questo seguiamo la lezione della grande scuola editoriale italiana e francese, praticata da noi da marchi che studiamo e ammiriamo come Einaudi, Adelphi, Il Saggiatore e molti altri.

Sicuramente, come abbiamo anche detto altrove, ci interessa indagare e sondare il concetto di identità e come esso venga declinato in letteratura. Non che sia un trait d’union onnipervasivo dei nostri libri, beninteso. Ma siamo persuasi che ciò che di meglio si trovi in letteratura provenga da chi è in equilibrio precario e sempre da inventare tra le lingue e le identità, da chi non è risolto ed è in minoranza, da chi vive una condizione di spaesamento e di radici malferme.

  1. Quali sono stati – se ci sono stati – gli ostacoli che avete incontrato nel vostro percorso?

stefano-friani-2Bella domanda. In cima alla classifica metterei la burocrazia e il fatto che lo Stato italiano tenti in tutti i modi di taglieggiarti non appena si manifesti anche solo la velleità di aprire un’azienda. Lo Stato preferisce mungerti subito, invece di avere la lungimiranza di aspettare che la tua impresa fiorisca e gli renda la sua pazienza in tasse. Ma tant’è.

Ci siamo poi dovuti fare una cultura quanto a business plan e questioni meramente economiche, cosa di cui si è occupato soprattutto Emanuele con una perizia insospettabile. Del resto, come dice il nostro mentore Luca Formenton: «Siamo umanisti che hanno imparato di necessità a fare i conti».

Ragionandoci meglio non direi che abbiamo incontrato ostacoli insormontabili: i lettori, le librerie, i promotori e la distribuzione finora hanno accolto il progetto a braccia aperte. Il commento più frequente è stato: «Ma perché non ci aveva mai pensato nessuno prima?».

  1. Una curiosità laterale: quali sono i vostri racconti preferiti?

Saprei dirti qual è la mia canzone preferita: con una approssimazione ragionevole si tratta di un lancio di moneta tra Fuel dei Metallica e I Got Mine dei Motörhead, ma se mi ci metto a pensare poi escono I’m Against It dei Ramones, So What degli Anti-Nowhere League, Down Payment Blues degli AC-DC o Back on the Streets dei Saxon o una qualsiasi dei Whitesnake e mi si complicano enormemente le prospettive. Per i racconti funziona alla stessa maniera: m’è capitato di dire Il naso di Gogol’ o The Thing Around Your Neck di Chimamanda Ngozi Adichie oppure The North London Book of the Dead di Self. Non so, ce ne sono talmente tanti bellissimi che è impossibile fare una scelta e men che meno una classifica. Te ne dico uno che ho letto relativamente di recente e che ho amato molto: Something Nice from London di Petina Gappah, un’autrice dello Zimbabwe che spero venga tradotta quanto prima in italiano.

  1. Pubblicare gli autori che scrivono nella nostra lingua è un compito irrinunciabile per ogni casa editrice che si possa dire tale: con questa affermazione annunciate l’inserimento di scrittori italiani nel catalogo 2017. Si tratterà di un cantiere per le nuove leve o potremo sfogliare pagine anche di nomi noti? State già lavorando in questo senso?

Sì, ci siamo presi un anno e mezzo per leggere, studiare e ragionare attorno a ciò che viene pubblicato o aspira a essere pubblicato dai nostri connazionali in Italia. Naturalmente, come tutte le cose che facciamo, la nostra dedizione si è trasformata in una crociata apocalittica e votata allo sfinimento delle diottrie tra gli esordienti, quelli che esordienti vorrebbero diventare e gli autori più di peso. Non che prima non leggessimo i nostri conterranei, ma non li leggevamo con l’ottica e lo sguardo giusto, cioè quello della pubblicazione. Per l’aver pubblicato solo stranieri abbiamo anche ricevuto qualche critica più che ragionevole. Ma la nostra era solo cautela epistemologica. Volevamo e vogliamo trovare una voce che possa dirsi «nostra», un autore o un’autrice di racconti e di Racconti. Accanto a quest’esordio, speriamo felice, vorremmo affiancare un’operazione molto (chissà se non troppo) ambiziosa, ma su questa vorrei mantenere ancora un po’ di riserbo ed esercitare proprio quella cautela di cui sopra.

  1. Quali sono i titoli di prossima pubblicazione?

A settembre pubblicheremo la prima raccolta di racconti di Eudora Welty Una coltre di verde, un classico del racconto statunitense scritto da un’autrice intrisa dell’atmosfera del Sud e che ha raccolto il testimone di Faulkner e Katherine Anne Porter. Un libro che ci interessa per mille motivi: temi come la sconfitta, l’incontro-scontro tra neri e bianchi, una società crudele e grezza, la potenza degli elementi tra le sponde del Mississippi.

A ottobre poi abbiamo Karma clown di Altaf Tyrewala, un giovane autore indiano che dipinge con un umorismo dissacrante e velato di amarezza una brulicante Mumbai che di certo non si trova sulle Lonely Planet e nei libri di letteratura indiana che di solito arrivano sugli scaffali. La traduzione e lo scouting di questo titolo sono della vulcanica Gioia Guerzoni, una garanzia per quello che ci riguarda.

Sempre nello stesso mese, pubblicheremo un altro mostro sacro della letteratura americana e precisamente della letteratura nera americana: James Baldwin. Quasi mi emoziono a dirlo. Un libro che era scomparso da quasi cinquant’anni e che doveva essere ripubblicato: Stamattina stasera troppo presto. Baldwin, uno che nel canone della letteratura statunitense sta accanto a Hemingway per dire, ha vissuto sulla sua pelle nera tutti i conflitti e i sommovimenti del suo tempo: la questione razziale, la povertà, la religione, l’essere omosessuale. È stato un intellettuale amato e disprezzato sia dai neri sia dai bianchi, è dovuto espatriare in Francia (come Chester Himes), ha vissuto la sua omosessualità e il suo esser nero sul suo corpo. Oggi Baldwin è oggetto di una felice e tarda riscoperta: Ta-Nehisi Coates per esempio ne ha fatto un suo punto di riferimento assoluto. Ma a prescindere dalla sua biografia, questi sono racconti meravigliosi e carichi di sfumature e sottotesti.

  1. È passato poco più di un mese dal vostro debutto: qual è il primissimo bilancio di questa esperienza? Cosa prevede il futuro di Racconti edizioni?

A occhio e croce – e croce lo dico assai malvolentieri – direi molti incontri con persone splendide. E astraendo direi proprio incontri. Con libri, testi, autori, autrici, lettori, lettrici. Abbiamo avuto delle risposte incredibili e forse non siamo ancora attrezzati per gestire questo carico di aspettative e di affetto. Siamo cresciuti moltissimo in questo periodo e speriamo che i lettori e che ci segue cresca con noi, affezionandosi a questi quattro scavezzacollo senz’arte né parte.

Prosaicamente abbiamo in cantiere dei libri belli e importanti, siano essi antologie o raccolte, e speriamo che trovino i loro lettori.

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