Sono il guardiano del faro – Éric Faye

Cos’è il coraggio?

Tra gli infiniti volti che esso può assumere, c’è sicuramente la scelta di aprire una nuova casa editrice; se poi la suddetta sia specializzata esclusivamente in racconti, tale coraggio può mutarsi – agli occhi dei più – in rischio e follia.

COP_faye.inddMancava ancora, in Italia, una realtà dedicata alla short story, un’officina editoriale che ne rivendicasse la rilevanza letteraria: il vuoto è stato finalmente colmato da Racconti edizioni, che ha esordito al Salone del Libro di Torino sotto una buona stella.

Il catalogo è già ricco di titoli interessanti: Appunti da un bordello turco dell’irlandese naturalizzato romeno Philip Ó Ceallaigh e Lezioni di nuoto del canadese (ma di origini indiane) Rohinton Mistry sono infatti affiancati da Sono il guardiano del faro di Éric Faye, una raccolta di straordinario talento.

Nove storie scritte dal 1990 al 1997, d’impronta fantastica, sviluppano nel loro arco narrativo una riflessione metafisica che culmina nel racconto finale, omonimo della raccolta.

I narratori – tutti maschi, quasi fossero un’unica voce – sono inseriti all’interno di situazioni surreali e sembrano inseguire una domanda della quale, tuttavia, è superfluo conoscere la risposta: è la potenza della solitudine che li seduce e li costringe a seppellire il ricordo del mondo, per non viverlo.

Inetti sì, ma non à la Svevo – piuttosto antieroi – questi protagonisti declinati all’interno di un’atmosfera buzzatiana dell’assurdo (viene, non a caso, dichiaratamente citato Il deserto dei tartari) giocano a nascondino con la vita, costantemente minacciati dall’inafferrabile.

Non si può scrutare impunemente il mare aperto senza venire tentati, un giorno, dall’idea della partenza.

L’unica via per la sopravvivenza è dunque la fuga dalla realtà: che sia su un treno in corsa senza fermate o sul pendio di un’improbabile muraglia, sulla cima di un faro emarginato dalle rotte nautiche o in un monastero sconosciuto, il protagonista/viaggiatore del mondo si ferma a riflettere lontano dalla forza gravitazionale della quotidianità, fino alla rivelazione che l’unico vero limite dell’uomo è sé stesso.

L’esistenza è fatta di piccole morti successive, annidate una dentro l’altra. Una telefonata a cui non rispondiamo. Una corrispondenza interrotta; una lapide su cui non portiamo più i fiori. Un giorno, nella biblioteca del monastero, ho riaperto l’atlante del mondo per provare a contare le mie morti precedenti. I nomi delle capitali in cui avevo vissuto, gli appartamenti che avevo abitato, non aspettavano altro per tornarmi in mente. E i nomi delle strade e quelli di donna.

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta da Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente.

Il racconto più lungo della raccolta – e, simbolicamente, anche l’ultimo – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia brio alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa magnetica verso la dissoluzione del mondo razionale e in completo annichilimento interiore.

Storie di uomini schiacciati dalla burocrazia, lunghe peripezie in una realtà trasfigurata, episodi di estraniazione accidentale: sarebbe facile individuare il fil rouge di questa raccolta nella descrizione della solitaria condizione umana, ma qualcosa di più sotterraneo e incomprensibile si cela dietro a queste narrazioni dall’atmosfera onirica e surreale; qualcosa che dialoga direttamente con il lettore e di cui il resto del mondo deve necessariamente essere estromesso.

Éric Faye, Sono il guardiano del faro, 
pp. 148,
 Racconti edizioni, 2016

 

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