L’altra figlia – Annie Ernaux

L'AltraFiglia_copertinaOgni scrittore, si sa, ha il suo personale sacro fuoco, quella propensione tematica cui non riesce a sottrarsi e che declina sotto forme diverse. Nel caso di Annie Ernaux la riflessione narratologica si fa più complessa: ad ogni libro essa stessa si fa inedito materiale narrativo, ridefinendo così i contorni del romanzo autobiografico – non più semplice sequela di fatti, ma genuina indagine letteraria sul senso della vita.

Dopo i due successi portati in Italia da L’Orma Editore – rispettivamente Il posto e Gli anni – è ne L’altra figlia che Ernaux tocca vertici insuperati e affida le sue memorie più infelici al racconto, trasformando il bisogno personale di consolazione in alta letteratura.

Nello stile scarno cui ci ha abituati, Ernaux disegna con lievi tratti un quadro struggente senza, tuttavia, artifici o leziosità: con pudore, la penna immortala una tragedia che si fa epica universale del dolore.

È l’estate dei dieci anni quando la piccola Annie ascolta per caso una conversazione della madre, che racconta a una cliente dell’altra figlia, morta seienne a causa di una difterite solo due anni prima della nascita della stessa Annie. Il giudizio incontrollato della madre scivola come un’ascia sul capo della giovinetta: “era più buona di quella di lì”, dove quella lì è proprio Annie.

È l’evento che segna l’abbandono dell’infanzia e che accompagna la ragazzina in una nuova vita, in cui un greve senso di segretezza sbriciola ogni volontà affettiva e relazionale.

Un accordo di tacito silenzio si abbatte infatti sulla famiglia Ernaux, e di Ginette non si parlerà mai apertamente:

Tra loro e me, da quel momento, ci sei tu, invisibile, adorata.

Una lettera postuma alla sorella è dunque l’unico mezzo per riemergere da questa sotterranea disgregazione interiore; Annie, che può confrontarsi solo con tracce residuali di una persona mai vissuta (Non ti ho mai immaginata reale), elabora una missiva di frasi brevi: è un discorso franto per colpa di un dolore taciuto troppo a lungo.

Appare evidente che Ernaux voglia restituire l’esistenza a Ginette partorendola attraverso la scrittura, senza tuttavia riuscirci pienamente.

Sempre più, nello scriverti, mi sembra di incedere nel pantano di una landa spopolata come nei sogni, dove tra una parola e l’altra devo percorrere uno spazio riempito di una materia incerta. Ho l’impressione di non avere una lingua per te, di te, di non saper parlare di te se non attraverso la negazione, in un perpetuo non-essere. Sei fuori dal linguaggio dei sentimenti e delle emozioni. Sei l’anti-linguaggio.

Un dualismo soffocante perché mai esploso si incarna, perciò, nello spietato senso di colpa e nel risentimento che attraversa ogni strato di Ernaux, fino ad appiattirne l’esistenza (e l’essenza di scrittrice) sulla scomparsa della sorella:

Bisogna dunque che tu morissi a sei anni affinché io potessi venire al mondo ed essere salvata. […] Ma scelta per fare cosa. A vent’anni, dopo essere discesa nell’inferno della bulimia e del sangue mensile prosciugato, è arrivata una risposta: per scrivere. […] Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza.

Una lettera che tenti di resuscitare, attraverso la parola, una sorella mai conosciuta è l’unico mezzo per scendere a patti con la percezione di un’esistenza corrotta e irrisolta: la soluzione è riportare alla luce zone di sé morte insieme a Ginette – prima ancora di venire alla luce – scavando in zone d’ombra private e, spesso, prive di speranza.

Ciò che sto facendo qui è rincorrere un’ombra è una delle frasi di commiato lanciate nel vuoto bianco della pagina, ed è tutto ciò che resta per spiegare quanto sia impossibile, e tragico, confrontarsi con l’assenza:

La tua esistenza passa solo attraverso l’impronta che hai lasciato sulla mia. Scriverti non è altro che fare il giro della tua assenza. Descrivere l’eredità d’assenza. Sei una forma vuota che è impossibile riempire di scrittura.

Annie Ernaux, L’altra figlia, L’orma Editore, pp. 81, 2016

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