A merenda con David Thomas

Non-ho-ancora-finito-di-guardare-il-mondoDopo La pazienza dei bufali sotto la pioggia, David Thomas torna in Italia – e sempre per la lungimirante marcos y marcos – con Non ho ancora finito di guardare il mondo: la struttura narrativa resta la stessa, brevi storie lunghe qualche frase o un paio di pagine, ma la potenza letteraria si espande, confermando il valore del racconto breve come mezzo per raggiungere il lettore senza vezzi e senza intermediazioni.

Una merenda con Thomas offerta dalla casa editrice era l’occasione ghiotta per approfondire questa narrazione peculiare e così viva, in qualche modo autonoma da ogni canonizzazione del genere.

La prima riflessione dell’autore non poteva non ricadere sulla scrittura: un fatto privato, è vero, ma anche invenzione, che deriva dai dettagli più insignificanti e che poi restituiscono un sentimento specifico attraverso i racconti.

Thomas è l’uomo dell’istante: tratteggiando scorci di vita (confessioni, prese di posizione, rimpianti) si occupa di offrire distinte fotografie di emozioni e di un’umanità in crisi. Ordinarietà, storie comiche, finali tragici: Non ho ancora finito di guardare il mondo non è una semplice raccolta di racconti, ma un insieme di pennellate che illuminano un mondo di solitudine, miseria, tristezza, disadattamento sociale.


È dunque una narrazione di abitudini, di rimorsi dolorosi, di pensieri fugaci, di intolleranze invereconde e di ricerca di quiete silenziosa. Spesso di un accorato urlo di amarezza. È bene sottolineare che non si tratta, tuttavia, di vuoti esercizi di stile, ma di monologhi pregni di vita, in cui l’identificazione è istintiva e imprescindibile.

Quella di Thomas non è quindi una provocazione, ma un modo di dirigere lo sguardo: la lente dello scrittore, infatti, non distorce la realtà, ma registra dettagliatamente e presta le sue osservazioni alla sensibilità del lettore, che per questo motivo non è legato ai personaggi ma a ciò che essi rappresentano.

Stanotte mi sono chiesto a lungo se sarei in grado di accettare quel difetto che fa riemergere certe paure infiltratesi in me come acqua nella terra. Mi sono chiesto se non sia più forte di me, se non finirà per ridurre il mio amore a qualcosa che non è all’altezza, a qualcosa che si può schiacciare tra due dita. Non so se devo fuggire da questa donna perché risveglia i miei demoni, o se devo seguirla perché la amo. Ecco come sono ridotto.

MerendaConThomasAlla domanda sul senso della vita, Thomas candidamente risponde che la vita non ha senso, perché troppe ingiustizie sono state perpetrate (cita ad esempio i cinque genocidi più importanti del Novecento), e la letteratura è solo uno dei modi per prendere le distanze – sebbene ravvicinate – da questo mondo crudele.

E l’uomo, plasmato all’interno di questa malvagità, è destinato a rimanere insoddisfatto, persino da sé stesso, e a rincorrere sogni che probabilmente non realizzerà mai:

Non posso dimenticare che, siccome la terra è rotonda, non raggiungiamo mai i nostri sogni, che continuano a sorgerci davanti come soli lontani.

Il senso di speranza, tuttavia, non è assente dal senso ultimo del testo; così come suggerisce il titolo, l’uomo non ha ancora smesso di cercare sé stesso attraverso il mondo: può sempre capitare di trovare qualcosa di definitivo e poetico; qualcosa per cui, finalmente, valga la pena vivere. La ricerca, ça va sans dire, è ancora aperta.

David Thomas, Non ho ancora finito di guardare il mondo, marcos y marcos, pp. 196, 2016

Annunci