Io e Henry – Giuliano Pesce

Io-e-Henry_copertina

Tra gli esordi italiani di quest’anno c’è Giuliano Pesce, che con il suo ‘Io e Henry’ è appena uscito in tutte le librerie con fare quasi prepotente, con quella copertina gialloaranciata e un titolo secco, ma efficace.

In realtà, il pur giovanissimo Pesce non è al suo primo, vero esordio: già qualche anno fa aveva dato alle stampe per i tipi de Il foglio letterario un testo dal titolo poetico (La parziale indifferenza), ma è con Marcos y marcos che adesso si affaccia sulla scena italiana con maturità.

Tagliaferro è il protagonista di questa storia strampalata: non appena viene piantato dalla moglie, la maschera dell’uomo perfetto e del giornalista tutto d’un pezzo comincia a sgretolarsi nei dedali di un dolore mai svelato per intero. Nell’incedere di giorni sempre uguali gli capita, però, un compito ingrato assegnatoli dal giornale per cui lavora: recarsi al Centro di salute mentale Villachiara per un’intervistetta al direttore.

Nell’occasione conosce Henry, un degente che lo ammalia con le sue chiacchiere da matto e che, tra le altre cose, gli rivela di dover recuperare il documento più importante dell’umanità: il Registro-01. L’avventura, ovviamente, è presto servita.

Essenzialmente, la narrazione si articola in due movimenti: dapprima ci si muove con passo leggero in un minuetto in tempo moderato e poi ci si lascia trasportare da un allegro che rapidamente conduce a un inatteso climax dell’azione.

Il racconto si dipana in capitoli brevi farciti di dialoghi dal ritmo irresistibile, su cui aleggia un umorismo leggero ma incisivo. Il personaggio di Henry, un pazzoide colto e imprevedibile, è capace di destabilizzare Tagliaferro (e il lettore insieme a lui), senza mai risultare macchiettistico:

Era impossibile stabilire con certezza se il vecchio Henry credesse o meno in quel che diceva, se volesse effettivamente comunicare qualcosa o se gli piacesse solo raccontare storie. Io stesso, che l’ho conosciuto meglio di chiunque altro, non avrei saputo dire se il vecchio Henry avesse anche una sola, vera opinione (eppure ne esprimeva a migliaia).

Sebbene il motore dell’azione sia l’interruzione di una storia d’amore, essa non ne diventa il perno, che si sposta su un baricentro avventuroso e, contemporaneamente, beffardo.

Ad esempio, è singolare la sottesa ironia metalettaria dei “nomi in codice” della cerchia di Henry: tra un Bukowski e un Emerson – lo stesso Henry fa di cognome Thoreau – appare chiaro il messaggio che niente è da prendere sul serio, nemmeno l’alta letteratura.

Una narrazione, dunque, di scarsa complessità e che procede in modo relativamente lineare, nonostante le digressioni ora di tipo avventuristico e on the road ora citazionistiche: tali intrusioni si collocano però al di fuori della cornice eminentemente realistica del libro.

Uno dei meriti del racconto è dunque un tipo di narratività che tenta di rompere le maglie della rappresentatività e di offrire una storia ambigua e meno canonica.

L’acceso dibattito tra Henry e Tagliaferro, centrale nelle vicende, è una disputa continua che verte su vari aspetti e, quasi senza avviso, conduce allo scintillante finale.

Alla luce dell’epilogo, appare perciò vibrante la riflessione sulla comunicazione, sempre più presente e invadente ma, paradossalmente, meno comunicativa.

Viviamo soffocati da miliardi di sogni, pensieri, opere, azioni e fantasie, persi in quella che consideriamo una massa di estranei, di cui in realtà siamo unica parte integrante, liquefatti nella comunicazione al punto che nessuna opinione può restare davvero isolata, se non per pochi secondi. Nessuna voce può cantare un assolo, non in questo mondo, in cui la libertà dei singoli, nella purezza della loro esistenza, è solo promessa, e mai mantenuta.

Un racconto pop dalle riflessioni acute: la letteratura italiana non è mai stata così in salute.

 

Giuliano Pesce, Io e Henry, p. 288, Marcos y marcos, 2016


Questa recensione è apparsa anche su Youbookers.

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