Leggere e scrivere – V. S. Naipaul

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Sir V. S. Naipaul, Premio Nobel per la Letteratura nel 2001, è uno dei più importanti scrittori contemporanei caraibici: nato nei lontani anni Trenta in un piccolo villaggio dell’isola di Trinidad da genitori indiani, si è trasferito in Inghilterra nel 1950 per studiare all’università di Oxford.

Autore prolifico che ha faticato a raggiungere il grande successo, Naipaul ha costellato la sua vita di numerosi viaggi che lo hanno reso un acuto osservatore dei cambiamenti del mondo postcoloniale e ha modellato la sua voce autoriale, sia nella dimensione narrativa sia in quella saggistica, sulla necessità di raccontare gli intrecci di civiltà del nostro tempo.

Il piccolo volumetto Leggere e scrivere – Una testimonianza pubblicato per i tipi Adelphi nel 2002 è in questo senso un prezioso tassello del suo pensiero: si tratta di una breve raccolta di due saggi (Leggere e scrivere e Lo scrittore e l’India) e del discorso per il Premio Nobel intitolato Due mondi.

Il perno della riflessione del primo saggio è la rievocazione memoriale dei tempi in cui, ancora bambino, egli sognava di fare lo scrittore. In un rievocare puntuale, Naipaul svela, con una punta di nostalgia, il suo percorso creativo e la sua formazione letteraria, scissa tra la cultura indiano-caraibica da cui proveniva e quella anglosassone in cui si andava identificando in quegli anni.

La difficoltà a riconoscere sé stesso, a causa della perenne condizione di straniero in qualsiasi terra, lo ha reso sensibile al tema – centrale all’interno di questo saggio – del problema dell’identità in un mondo colonizzato, sia politicamente sia culturalmente:

Per quasi tutta la mia vita adulta ero stato uno straniero, e come scrittore non potevo prescindere da quell’esperienza.

Le vibranti conclusioni sul ruolo della letteratura nel mondo cui è giunto dimostrano la frattura culturale di cui si fa orgogliosamente testimone, intesa come un groviglio indistinto che solo il talento può districare, lavorando in solitudine, plasmando l’intimità segreta dei ricordi in una dimensione tridimensionale e non più onirica, ma tangente e chiaramente pronta ad essere offerta agli altri, che devono in qualche modo trarne insegnamento.

Nel secondo saggio, Naipaul si addentra nei territori impervi della terra natia, l’India, descritta come la ferita più grande: non si tratta infatti dell’esotica terra indiana di Kipling o di E. M. Forster o ancora di Somerset Maugham, né della raffinata India dipinta da Nehru e Tagore, bensì della terra straziata di Gandhi in Storie della mia esperienza con la verità, soprattutto nei capitoli in cui descrive la miseria dei lavoratori indiani.

L’India, questa dolorosa terra d’appartenenza, è infatti un paese soggiogato e lo scrittore, nel rivendicare l’importanza della sua presenza all’interno della sua dimensione narrativa, prova un crudo dolore, causa di una ferita sempre presente, mai superata, al limite utilizzata come materiale per riuscire a vedere oltre la desolazione, per farsi coraggio, per trovare, oltre al sé narrativo, quello più intimo e personale.

Il romanzo era un genere di importazione. Per lo scrittore europeo era soltanto un aspetto della conoscenza di sé. Tutt’intorno c’era un coacervo di altre acquisizioni, ulteriori forme immaginative, altre discipline. Io, all’inizio, non avevo altro. A differenza dello scrittore europeo non sapevo nulla del passato. […] Sicché i romanzi o racconti che si scrivevano partendo dalla propria esperienza immediata erano sospesi nel vuoto, privi di un contesto, privi di quella più vasta conoscenza di sé che i romanzi della madrepatria sempre implicavano.

Infine, nel discorso per il Nobel, Naipaul ragiona sui temi affrontati nel dittico, riflettendo sulla natura della narrativa (ossia, l’esplorazione dell’esperienza immediata di un individuo) e sul ruolo del romanzo (era qualcosa di inventato quasi per definizione. Allo stesso tempo ci si aspettava che fosse vero, che traesse ispirazione dalla vita, sicché un romanzo scaturiva in parte da una sorta di rifiuto della finzione letteraria o dal desiderio di guardare alla realtà per suo tramite).

Per farlo, si avvale di citazioni del Proust dei Saggi contro Sainte-Beuve, in cui il critico francese analizza la differenza tra lo scrittore in quanto tale e lo scrittore in quanto essere sociale; la conclusione, per Naipaul, è chiara: il vero scrittore è colui che possiede il coraggio di mostrarsi attraverso il ricordo e le conoscenze personali al fine di creare una coscienza nel lettore. Il resto, d’altronde, non serve:

Ciò che conta di me sta nei miei libri. Quel che c’è in più, dentro di me, non ha ancora assunto una forma piena. Non ne sono del tutto consapevole; è lì che attende il prossimo libro.

S. Naipaul, Leggere e scrivere – Una testimonianza, pp. 112, Adelphi, 2002


Questa recensione è apparsa anche su Youbookers

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