Ancóra – Hakan Günday

Ancora_copertina

Al sicuro nelle nostre case occidentali e benestanti ci barrichiamo, spesso, in un’indolenza inerte e irrispettosa, che ci separa dai fatti violenti e disumani del mondo. Lontani dalla brutalità, ci sentiamo protetti e intoccabili, conducendo una vita iscritta dentro azioni già fissate dall’alto.

Ma è solo patetica, sfacciata fortuna.

Non dall’altra parte del mondo, bensì vicino a noi, esistono realtà terribili e difficili da descrivere, che non è facile rendere materia letteraria, per una serie di svariati motivi che, probabilmente, culminano nella vigliaccheria di non voler turbare il lettore.

Eppure proprio il Lettore, coscienza pura nel mondo, dovrebbe venire a conoscenza della malvagità: è questo l’assunto da cui parte lo scrittore turco Hakan Günday, che ha regalato alle stampe una storia cruda e crudele: Ancóra, uscito a fine gennaio per Marcos y marcos e già tra i libri più importanti dell’anno.

Il racconto si apre con la confessione – da parte di un uomo/padre – di un reato, che perentoriamente viene definito peccato, il quale lentamente e inesorabilmente si avvita ai pensieri del protagonista/figlio, sopraffacendolo. È già in quest’ottica che si può interpretare la narrazione stessa: un lungo canto di solitudine del piccolo Gazâ, un bambino di nove anni costretto a sposare il mestiere del padre, uno dei più terribili di sempre, cioè il traffico di esseri umani, persone che cedono la loro dignità a questi mercanti senz’anima, e che sempre più spesso annegano nel Mar Egeo per colpa del sogno di raggiungere un posto sicuro.

È dunque, questa, la storia di un’infanzia interrotta a causa dell’improvvisa consapevolezza del Male nel mondo; Gazâ, non appena dismette i panni di bambino, scopre che può stuprare, che può fare del male, che può uccidere, che deve essere sadico perché quello è il suo destino: loro pensavano che io fossi un mostro e io lo diventai.

Durante una delle sue prime traversate, al piccolo viene regalato un minuscolo origami di carta a forma di rana da parte di un afgano di nome Cuma, che morirà di asfissia per colpa di una dimenticanza dello stesso Gazâ. Immediatamente, la rana diventa il simbolo e il simulacro di ciò che ha fatto, e lo accompagnerà durante il suo percorso: un talismano potente al sicuro della tasca dei pantaloni, pronto ad essere stretto tra le mani nel momento del bisogno, al buio, quando la paura della violenza e dell’autodistruzione si fa più forte.

La voce di Cuma, portavoce della coscienza del protagonista, costringerà Gazâ nei momenti più duri della sua esistenza a confrontarsi con sé stesso, in un dibattito che si svolge tutto all’interno della sua testa.

Se infatti, inizialmente, Gazâ reputa quasi positivamente il suo mestiere (Il mio lavoro consisteva semplicemente nel portare i clandestini alla latitudine e alla longitudine giusta. Conducevamo in paradiso chi fuggiva dall’inferno.), in un secondo momento egli acquisisce una consapevolezza diversa, sporca, calandosi perfettamente nei panni orridi del trafficante di uomini:

Noi trasportavamo carne. Soltanto carne. I sogni, i pensieri, i sentimenti non erano compresi nel prezzo. Magari, se avessero pagato a sufficienza, ci saremmo potuti occupare anche di quelli.

Si fa dunque profetico il preludio di questa storia: l’esergo di Rimbaud (L’unica cosa insopportabile è che nulla è insopportabile) rivela che di intollerabile a questo mondo non c’è proprio nulla, che anche il male inferto diventa una situazione in cui è facile adattarsi, che persino un bambino può diventare un mostro.

La storia si articola infatti in un complesso filo diretto, quasi genetico, con la violenza: se mio padre non fosse stato un assassino, io non sarei mai nato, ed è così che il disforico Gazâ giustifica a sé stesso la radice violenta delle sue azioni, diventando il mostro che nessuno vorrebbe incontrare:

Avevo quattordici anni e ogni dolore che infliggevo per me era solo un gioco, non mi sembrava nemmeno reale.

Tra gli altri, c’è un discorso pieno d’odio che egli rivolge ai migranti, cui prospetta una vita misera (Nessuno permetterà che tu sia più felice o viva più a lungo di loro! Nessuno vorrà che tu possa mai votare in quel paese! Nessuno vorrà mai incrociare il tuo sguardo! Nessuno ti vedrà mai come un essere umano!) in cui emerge che in prospettiva, persino il suo lavoro e il male che egli impone è inutile, rendendosi vittima della sua stessa impotenza. Tutto quindi perde i contorni della realtà: per Gazâ, così come per il lettore, niente è reale, persino il dolore inflitto e quello subito, perché in questa logica tutto perde di senso.

E allora l’unico strumento per riemergere da questo conflitto diventa raccontare per dimenticare, dando forma alle parole solo per calciarle via, farle sparire definitivamente: il racconto – crudo e spietatissimo – diventa la catarsi sia del narratore che del lettore, sopraffatto da tanta violenza ingiustificata e dolente sullo sfondo di una Turchia bulimica, incapace di adattarsi al modello occidentale ma maldestra nella sua veste orientale e inadatta a trovare una propria dimensione: un Giano bifronte tra l’est e l’ovest.

Günday è abile nel fornire il ritratto di una nazione che quando è costretta a schierarsi si sente sospesa: anch’essa, come Gazâ, sta improvvisando la sua identità senza successo.

La narrazione è suddivisa in quattro tempi, a cui fanno capo le quattro tecniche fondamentali della pittura rinascimentale: sfumato, cangiante, chiaroscuro, unione.

Nel corso della storia, tra l’altro, si fa spesso riferimento ai Buddha di Bamiyan, una bellezza distrutta ma che possiede ancora, nonostante il vuoto lasciato, un potere salvifico. La pittura è l’unica disciplina artistica che permette di vedere più scene simultaneamente, una metafora della speranza contenuta nella storia di Gazâ: portare alla luce tutti gli aspetti tragici dei flussi migratori, e trovarvi un rimedio definitivo.

Il ricorso al Rinascimento testimonia dunque un chiaro riferimento alla rinascita, in un libro che affronta gli opposti, e che utilizza la letteratura come grido di rabbia, rivelazione, redenzione. Una storia che riformula il concetto stesso di libertà (Piansi. Piansi quanto mi pareva! È questa la vera libertà. Poter piangere quanto ti pare. E per quello che ti pare…) concedendo al lettore un intenso studio sociologico della violenza, narrata da Günday con pertinenza e compassione.

La vera protagonista di questo racconto si fa, dunque, la morte: non solo quella carnale, ma soprattutto quella dell’anima. La storia di Gazâ ci ricorda infatti che siamo perennemente in guerra contro noi stessi e, sebbene non riusciremo mai a capire fino in fondo certe dinamiche brutali che ci incutono terrore e disdegno, bisogna individuare la violenza (l’unico vero mezzo di comunicazione di questa società corrotta) e disinnescarla.

Günday c’è riuscito elaborando una storia complessa che si rivela essere una domanda semplice ma incisiva: perché tutto questo male, perché?

Hakan Günday, Ancóra, pp. 416, Marcos y marcos, 2016


Questa recensione è apparsa anche su Youbookers.

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