Intervista a Gabriele Di Fronzo

gabriele_di-fronzo-d257Qualche tempo fa ho recensito Il grande animale, l’esordio letterario di Gabriele Di Fronzo per nottetempo, un’opera struggente nella sua alchimia linguistica e tematica.

Ho voluto approfondire la conoscenza di questo giovane scrittore promettente, ed ecco cosa ne è uscito fuori dalla chiacchierata fatta insieme: la considerazione del dolore miniaturizzato per essere gestito al meglio, la riflessione sul cambiamento, la scoperta delle sue fasi lavorative. E, alla fine, ho scoperto cos’è il Vuoto per Di Fronzo, e mi sono fatta annientare dalla sua verità. 

  1. Prima di addentrarci nei meandri de Il grande animale, mi piacerebbe sapere chi è Gabriele Di Fronzo, quali libri ti hanno formato, qual è il tuo ideale di letteratura.

I romanzi sono per me covi in cui rintanarsi nonostante dentro, in qualche occasione, addirittura senza avvisaglie della loro presenza in certi casi, ci siano persino dei mostri. Tra le cavità dove mi trovo più a mio agio, dove mi sento meno in difetto, posso dirti che ci sono – tra i contemporanei e viventi – quelle scavate da Peter Handke, Yoko Ogawa, Herta Müller, Kevin Canty, Olivier Adam, Jean-Philippe Toussaint, Marcel Beyer, Fleur Jaeggy, Ferdinando Camon, e dai fumettisti Charles Burns, Daniel Clowes e Jason.

 

  1. Il grande animale è il tuo primo romanzo, un esordio cristallino, potente, e che sta riscontrando successo di critica e pubblico: da dove deriva l’urgenza della tua scrittura?

Credo che ciascun libro, anche per lo stesso autore, e questo immagino valga anche per gli scrittori più ripetitivi, detenga la sua peculiare urgenza. Posso quindi dirti, non della premura della mia scrittura in generale, ma di quella dalla quale nel dettaglio è scaturito Il grande animale. Per il momento ho esperienza solo di questa. Con il prossimo romanzo, infatti, a chissà a quale altra opportunità dovrò rispondere. Per quanto riguarda questo, dunque, ho desiderato incapsulare in una bolla piccola e chiusa un cosmo esteso, irraggiungibile in ognuna delle sue direzioni: una riduzione spaziale ed emotiva, come far entrare una balena in un cassetto del trumò. Miniaturizzare il trauma per renderlo un dolore che il mio protagonista si illudesse di poter gestire: questa la traiettoria del romanzo.

  1. Nella pratica lavorativa di Francesco Colloneve c’è una ritualità disarmante nel suo districarsi tra gli eventi più o meno intralcianti della quotidianità: immergersi nel vortice macchinoso di gesti conosciuti, imbalsamando i sentimenti, è la sua maniera di lottare contro il dolore dei ricordi, al sicuro da ogni mutamento, oppure è il modo in cui riesce a raccontarsi al mondo?

Nessuno è al riparo dal cambiamento e il cambiamento ahimè spesso va nella direzione opposta a quella che si dice il verso giusto. Il protagonista del mio romanzo sceglie di trascorrere il suo dolore, alla stregua di quanto fanno le bestie, fermo lì dove è stato ferito. La sua è una lotta sul posto, un combattimento nel quale si produce immobile, questo perché il suo racconto esige non la fuga, ma la contemplazione.

  1. Introdotta da un incipit maestoso, la storia di Francesco è rappresentata da un certo rigore di tono, che presenta delle momentanee aperture al mondo – piccoli spiragli di luce atti a rompere il gelo della sua quotidianità – che non scadono mai nel sentimentalismo: la stesura di un racconto così complesso ma di ampio respiro non dev’essere stata immediata. Quali sono stati le fasi di lavoro sul testo?

Tre sono state le tranche del lavoro. Per cronologia e metodo anche facilmente riconoscibili. 1. Un periodo obbligatorio e felicissimo di prescrittura, i mesi al Museo Regionale di Scienze Naturali, tra manuali di tassidermia anche ottocenteschi (la teoria che mi avrebbe dato un idioletto per il mio protagonista e voce narrante) ed esemplari imbalsamati (l’osservazione della pratica altrui con cui mi sarei assegnato uno sguardo). 2. La scrittura, sì. 3. E in ultimo le revisioni: a seguito delle moltissime riletture, ne ho avuto altrettante. Minutissime, ma parecchie. I piccoli ripensamenti. I grandi dubbi. Anche perché cosa passava al vaglio una volta, non era affatto detto sarebbe sopravvissuta alla lettura successiva. C’è sempre un lungo processo di decimazione di errori, imperfezioni, e potenzialmente questa terza fase non ha una conclusione, occorre darsela artificiosamente.

  1. La narrazione è percorsa da immagini terse ed è presentata in un linguaggio tecnico ed elitario, profondamente immerso nel suo spettro di significa(n)ti; si direbbero le caratteristiche della poesia: c’è stata durante la fase di scrittura – o in generale nella tua formazione – un’influenza di questo tipo?

Sono tuttora un lettore disordinato di poesia. Milo De Angelis, Mario Benedetti, Ivano Ferrari, Seamus Heaney, Billy Collins, sono alcuni tra gli autori che leggo. Ogni mia lettura – passata e contemporanea alla scrittura de Il grande animale – ha necessariamente potuto convergere, anche a mia insaputa, nel libro. Anche l’influenza di quello che riteniamo non ci interessi, di quei libri che consideriamo lontani, i brani che crediamo invisibili, di cui non abbiamo mantenuto a nostro dire memoria, è tenace quanto se non di più, credo io, di quello che abbiamo sottolineato e che consapevolmente ha contribuito alla scrittura nel suo farsi.

  1. Francesco Colloneve ha una voce e un passato che costringono a fare i conti con la caducità della vita, asse centrale della narrazione insieme al tema dell’abbandono: un atteggiamento disincantato del mondo, o una totale accettazione di esso?

È lo stratagemma cui si affida in questa finale contesa tra lui e l’abbandono. È l’incanto per una possibilità di smarcarsi dal dolore cui a parte Colloneve stesso non crede nessuno. Ma lui sì, e questo ci deve bastare. Perlomeno a me è più che sufficiente per riconoscerne un’onorevolezza. È un esperimento singolare per cavarlsela in un conflitto esageratamente fuori dalla portata di qualunque individuo. Secondo Carl Gustav Jung la nevrosi è tentare una soluzione individuale, che si rivela ahinoi inutile, a un problema generale. E in effetti ecco cos’è quel che fa il protagonista del romanzo, pretende di risolvere il lutto congegnando una tecnica sentimentale intima, privatissima. Che sia risolutiva per davvero o no, non deve importarci un granché.

  1. Fare del Vuoto materia letteraria sembra una meta irraggiungibile, persino pretenziosa, eppure sei riuscito a narrarne le dimensioni, costringendo il lettore a fare esperienza della perdita in prima persona. È dunque il Vuoto il grande animale contro cui dover lottare ogni giorno?

È la distanza dell’assenza. È non trovar posto neppure per uno spillo a momenti in cui non si pensa a chi non c’è più. È il riverbero inesauribile dell’addio.

  1. Quali sono i tuoi progetti in cantiere?

Vorrà essere una storia d’amore, questo so al momento.

Ho voluto approfondire la conoscenza di questo giovane scrittore promettente, ed ecco cosa ne è uscito fuori dalla chiacchierata fatta insieme: la considerazione del dolore miniaturizzato per essere gestito al meglio, la riflessione sul cambiamento, la scoperta delle sue fasi lavorative. E, alla fine, ho scoperto cos’è il Vuoto per Di Fronzo, e mi sono fatta annientare dalla sua verità.


Questa intervista è uscita anche su Youbookers.

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