Intervista a Virginia Baily – Una mattina di ottobre

Virginia Baily ha sedici anni quando per la prima volta visita l’Italia, di cui si innamora perdutamente. Non appena rientra in Inghilterra, confessa ai genitori di voler imparare l’italiano – che tuttavia comincerà a studiare solo all’università: è così che nasce l’amore indefesso della scrittrice per il Bel Paese, in particolare per Roma, vera protagonista del suo primo romanzo edito in Italia proprio in questi giorni per l’Editrice Nord, cioè Una mattina di ottobre.

Una mattina di ottobre

Vi si narra la storia di una ragazza, Chiara Ravello, che nel 1943, durante uno dei rastrellamenti degli ebrei, incontra lo sguardo di una donna che sta per essere deportata e decide di salvare il suo piccolo bambino, lì ai suoi piedi spaventato.

Parallelamente Maria, una giovane ragazza del Galles degli anni ’70, scopre una dolorosa verità: l’uomo che l’ha cresciuta non è il suo vero padre.

In una prosa chiara e avvolgente, la Baily accompagna il lettore nell’intreccio di queste due storie, facendo emergere in sottofondo una dichiarazione d’amore potente all’Italia.

La scorsa settimana abbiamo incontrato la scrittrice inglese, e ne abbiamo chiacchierato con lei. Tra una riflessione sulla lingua e una considerazione sullo statuto del racconto in Europa, ecco cosa ci ha rivelato.

  1. Una mattina di ottobre è il suo secondo romanzo, il primo pubblicato in Italia. Prima di addentrarci nella storia di Chiara e Daniele, saprebbe raccontarci come ha gestito le ansie da secondo romanzo? Com’è nata, nella sua mente, proprio questa storia?


In effetti si, c’era dell’ansia. Dopo l’uscita del primo libro in realtà c’è stata una pausa, perché venivo da un percorso faticoso: finire il libro, trovare un agente, farlo pubblicare; e poi non avevo più pensato a quello che sarebbe successo dopo. C’è stato un periodo in cui mi sono chiesta E adesso? Cosa devo fare? e poi ho semplicemente realizzato che il passo successivo era scrivere un altro romanzo, perché effettivamente ero diventata una scrittrice. Ma ci ho messo un po’ a realizzarlo.

Quando ho ricominciato a scrivere sapevo di voler dare vita a un dramma ambientato in Italia, anzi a Roma, perché la amo. L’idea del primo capitolo, quando Chiara Ravello salva quel bambino perché incontra lo sguardo di una donna sconosciuta, l’avevo in mente da molto tempo, difatti pensavo che era una cosa che avevo letto nel famoso libro di Giacomo Debenedetti (16 Ottobre 1943, ndr.) ma poi, quando l’ho riletto, ho scoperto che quell’episodio non esisteva; o meglio, ce n’era uno simile – cioè quando una donna ha tentato di salvare una bambina ma non c’è riuscita perché gridava e piangeva troppo.

Quando ho realizzato che quella era una fantasia mia, mi è subito venuta in mente l’immagine di questo bambino sconosciuto, Daniele.

Ma scrivere di guerra mi sembrava troppo difficile, avevo voglia di scrivere di una ragazza britannica che viene a Roma e impara qualcosa su sé stessa. Avendo questi due nuclei narrativi, ho lavorato affinché si incontrassero attraverso un legame solido.

  1. Virginia BailyL’incipit ci porta dritti nel cuore e nell’azione della storia, rivelando un gusto per la narrazione diretta e senza orpelli, badando tuttavia alla psicologia dei personaggi e alle riflessioni descrittive. Inoltre, sfrutta l’espediente della narrazione in più piani temporali. Quali sono state, durante la stesura, le sue influenze letterarie?

La mia ispirazione più grande è stata senza dubbio la letteratura italiana, testi come Due donne di Moravia, La Storia di Morante, l’opera di Ginzburg. Un’altra fonte è stata il cinema neorealista, in particolare Roma città aperta di Rossellini ha influenzato molto nella costruzione dell’immagine di Roma ai tempi della guerra, ma anche il personaggio di Anna Magnani in Mamma Roma. In realtà, sono stati importanti per me anche i film di Fellini del dopoguerra.

C’è un brano nel libro in cui Daniele incontra la donna che diventerà la sua compagnia in un jazz club degli anni ’50: deriva dalla mia idea, quasi ossessiva, di un Daniele perennemente accompagnato da una trombetta, magari senza saperla suonare bene ma in ogni caso amandola visceralmente. Allora mi sono chiesta chi poteva ascoltare lui negli anni ’50: facendo un’indagine, ho trovato che un famoso jazzista nel 1956 ha soggiornato a Roma e ha registrato un programma per Raiuno. Mi sono immaginata Daniele lì, ad assistere alla sessione jazz: questo per me è il modo di lavorare a un libro, trovare cioè un’armonia e una sintesi tra la realtà e la fantasia, che si intrecciano costantemente.

  1. Scrivere di guerra non è mai facile, soprattutto se si tratta di una storia ambientata nella Roma così tanto già ritratta da registi neorealisti e da scrittori. Oltre al puntuale lavoro storico, quanto è stato importante per lei individuare un punto di vista originale, come il personaggio di Daniele Levi?

Certo, scrivere di guerra è difficile, ma il punto è che io volevo partire dalla mia esperienza di Roma, che ovviamente è simile all’esperienza che ha Maria. Non ho dovuto pensarci molto, perché sapevo quello che volevo portare alla realtà (della finzione).

Una mattina di ottobre è la storia, in qualche modo, del mio affetto per la città che durante gli anni cambia, forse adesso è meno intenso, ma è sempre lì: ogni volta che arrivo a Roma tiro un sospiro di sollievo e osservandomi intorno esclamo ad ogni secondo “Oh, che bello!”.

Roma è il mio stimolo.

  1. Analizzando brevemente il suo romanzo precedente, Africa Junction, ho notato dei motivi ricorrenti: entrambi i romanzi hanno infatti come protagoniste donne alla ricerca di un’identità, ed è inoltre presente un modello socio-geografico a specchio (Inghilterra/Africa e poi Inghilterra/Italia): crede che la letteratura abbia il compito specifico di portarci in un Altrove differente capace di aprire fasci di luce sulla nostra individualità?

Si, è corretto. È precisamente così.

E poi nel primo romanzo c’era uno specchio vero in cui Adele, la protagonista, ha pensato di vedere un’amica del passato, per cui l’idea di un mondo che si specchia in un altro era già presente. Per me, un modo per sentirsi più vivi è andare altrove, dove si è estranei: è lì che ci si trova, e non allo specchio, che ci deforma e ci rende esotici.

E poi, Chiara parla inglese ed è una traduttrice, Adele nel primo romanzo insegnava francese e spagnolo: quest’idea della ricchezza che porta la conoscenza di un’altra lingua probabilmente deriva dalla mia esperienza personale.

Sarebbe bello se gli inglesi imparassero altre lingue, ma non lo fanno in alcun modo, tronfi del fatto che l’inglese sia una lingua universale. Perdono tanto, e non sanno nemmeno cosa si perdono. Non lo immaginano assolutamente.

  1. Lei conosce bene la lingua italiana, come definirebbe il rapporto con essa? Inoltre, ha sicuramente avuto modo di dare un’occhiata alla traduzione di Giuseppe Maugeri, si ritiene soddisfatta? Mi viene in mente il caso di Francesca Marciano, scrittrice italiana molto celebrata in America che ha scritto in inglese e poi, per la sua ultima opera, ha scelto di farsi tradurre, per non rischiare di rielaborare nuovamente il testo.

Non conosco il caso della Marciano, ma sono molto soddisfatta dalla traduzione di Maugeri, che tra l’altro ho conosciuto proprio oggi. Non è stato esattamente un lavoro di collaborazione, anzi lui ha lavorato in autonomia, e mi ha fatto solo qualche domanda qui e là. Dirò di più, leggendo il libro in italiano ho trovato qualche espressione o qualche termine che nella mia testa non corrispondeva a quello che volevo dire quando l’avevo scritto in inglese, ma confrontandomi con lui ho capito che il mio italiano deve ancora migliorare e comprendere di più alcune sfere di significato che per un non nativo in lingua romanza può essere complicato afferrare immediatamente. Per cui ho imparato qualcosa da questa traduzione: sono capace di leggere in italiano ma non ancora di scrivere.

Tra l’altro, se potessi scegliere di nuovo il mio prossimo traduttore, sceglierei lui senz’altro.

  1. Per concludere, lei dirige Riptide, una rivista letteraria di short stories: oltre a parlarmi in breve della nascita della rivista, saprebbe indicarmi come mai la scelta di quel genere letterario e non, ad esempio, la poesia (arte in cui lei stessa si confronta)? Ritiene la short story il genere letterario perfetto e quindi da celebrare o, ad esempio, un’arte ancora poco apprezzata – una realtà, quest’ultima, parecchio italiana?

Quando io e la mia collega abbiamo creato la rivista, in Inghilterra non c’erano molti posti in cui poter pubblicare racconti brevi, paradossalmente per la poesia ci sono molti più spazi. Tuttora, la short story è un genre letterario molto trascurato, non gode della fama che ha in America ad esempio, per cui c’è ancora molto lavoro da fare, nonostante stiano nascendo numerosi premi. La strada è ancora lunga. Anche per l’Italia tutto ciò è un peccato, perché la sua tradizione letteraria in questo senso è immensa, e ci sono tantissimi racconti molto famosi che andrebbero riletti anche adesso.

Chissà, forse arriverà il momento giusto anche per il racconto breve, che non è solo la forma perfetta per i nostri tempi per via della sua brevità, ma proprio perché è una narrazione complessa che merita maggiore rivalutazione, in Inghilterra così come in Italia.

Una mattina di ottobre, Virginia Baily, pp. 407, Nord, 2016


Questa intervista è uscita su Youbookers.

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