Isola grande, isola piccola – Francesca Marciano

Lo statuto del racconto in Italia non gode di buona salute: nonostante alcuni fenomeni isolati (tra cui ‘Dieci dicembre’ di George Saunders, che ha destato attenzione in particolare su Twitter lo scorso anno, o ‘Uscirne vivi’ di Alice Munro, fresca di Nobel), le raccolte di racconti vengono ignorate o, peggio, reputate di minore autorevolezza rispetto al romanzo.

Un’eccezione a questo trend negativo è invece il risultato del lavoro di Francesca Marciano in Isola grande, isola piccola, uscito un anno fa negli Stati Uniti con il titolo The other language per la casa editrice Pantheon (che appartiene al gruppo Penguin Random House), arrivato persino tra i  finalisti del The Story Prize, e che finalmente è giunto in Italia per Bompiani.

Isola grande, Isola piccolaScrittrice – e sceneggiatrice per i più importanti registi italiani – che ha vissuto per anni a New York e per un breve periodo in Kenya, la Marciano si è imposta nel mondo editoriale americano prima di giungere in patria. Non è un caso, dunque, che le sue storie siano tutte nate prima in lingua inglese, per rimodellarsi solo successivamente con i suoni, i costrutti e le geometrie della lingua latina.

A destare attenzione è il fatto che quest’ultimo lavoro non è frutto di auto-traduzione, ma del sapiente lavoro di Tiziana Lo Porto, che ha realizzato una traduzione raffinata, capace di premiare l’osannata eleganza della lingua originale e di restarle fedele negli intenti – nell’articolare con abilità, cioè, periodi complessi e nella scelta di termini inusuali ma incastonati come diamanti perfetti all’interno di una prosa poetica e seducente.

La Marciano ha dunque preferito non intervenire limando e modificando i suoi racconti, dimostrando per questo una forte onestà intellettuale che in qualche modo si riversa nella fierezza dei suoi personaggi.

L’esergo di Derek Walcott posto alla fine della raccolta (To change your language/ you must change your life) raccoglie il significato univoco della centralità del linguaggio in questi racconti, perché si rivela un momento di allontanamento dall’essere, un amuleto utile per accedere ad una nuova vita.

La nuova lingua era sgorgata come un flusso, una metamorfosi istantanea di cui era totalmente ignara.

Il fil rouge che lega queste narrazioni è la consapevolezza della lingua come mezzo per raggiungere un’altra realtà, prima non solo lontana, ma spesso impensabile: queste protagoniste sono tutte messe alla prova in una dimensione che non è quella d’appartenenza, permeata da una cultura diversa di cui si devono imparare le regole che la dominano attraverso il linguaggio, appunto. E la lingua, che è plurale, ambigua, sfuggente, per questo non può essere pensata come a qualcosa di innocente, ma è uno strumento che ri-modella mentalità, comportamenti, destini:

Quell’estate Emma comprese che una delle molte strade per sopravvivere al dolore era trasformarsi in una persona completamente diversa.

Sembra che presto o tardi si palesi ad ogni personaggio che affidarsi ad un’altra lingua implica che essa dopo un tempo indefinito restituisca una parte nuova, unica e irripetibile di ciò che esso è realmente.

Ma il cambiamento del titolo originale (da The Other Language a Isola grande, isola piccola) dimostra una variazione del tema centrale affidato alla stampa italiana: questi racconti non solo si fanno rappresentanti di una riflessione linguistica, ma si prestano anche alla perfetta figurazione del cambiamento.

Si tratta di racconti che hanno per protagoniste quasi sempre le donne, personaggi vulnerabili, spesso lontani da casa, inclini alla lotta interiore, affetti da una particolare forma di cecità nei confronti della consapevolezza e colti nel momento della realizzazione di un senso generale di straniamento – dal mondo, da sé stessi.

A quel tempo abitavo vicino via dei Riari, in un piccolo monolocale in fondo alla strada, ai piedi del Gianicolo, e mi ricordo la sensazione dei miei vestiti intrisi di malinconia mentre uscivo in strada.

Una ragazzina alle prese con la morte anomala della madre e una vacanza all’estero in una nuova dimensione familiare, una donna candidata ad un premio cinematografico importante decide di regalarsi un abito Chanel che non potrà indossare, una ragazza a New York si mantiene insegnando l’italiano ed elaborando un ideale romantico di quel che lei definisce ‘il sistema italiano’, una donna in vacanza in India col marito sogna il suo ex ragazzo e assiste allo sgretolamento del suo matrimonio in un attimo, nell’espace d’un matin.

New York, Grecia, Africa, India, Venezia, Roma: ambientazioni diverse per donne diverse, colte in momenti differenti della loro vita, molto spesso ritratte in un clima di sospensione. Tutti insieme, questi racconti potrebbero in effetti formare il racconto di un’unica vita, ma alla fine è il lettore che gestisce gli spazi vuoti tra queste tranches de vie, ricostruendo una composizione a propria immagine e somiglianza.

I racconti non sono perciò permeati da un senso di attesa che genera ansia, ma si dipanano in un clima secco, quieto. Le pagine sono governate da una chiarezza emotiva che connota, come dicevamo, anche la lingua, e che concepisce una prosa estremamente libera, asciutta ma tagliente. Sono storie di eco lontane, illuminazioni provenienti dal passato ma ancora vive, di sguardi essenziali, di riflessioni esistenziali.

Quello della Marciano è senz’altro un materiale narrativo potente, che segna un punto di svolta nell’arte complessa del racconto breve in Italia, disvelando il bandolo di una matassa letteraria che finalmente siamo pronti ad accogliere.

Francesca Marciano, Isola grande, isola piccola, 
pp. 336,
 Bompiani, 2015


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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