Intervista a Ginevra Lamberti

Dopo aver letto La questione più che altro (qui la recensione), intelligente e sarcastica opera prima della veneta Ginevra Lamberti per nottetempo, è arrivato il momento di conoscere meglio questa giovane scrittrice dagli occhi blu. Dalla riflessione sulla salute dei blog nel 2015 al ricordo dei libri d’infanzia, dalla gestazione del libro all’importanza della comicità ‘per non cadere nel melodramma e nel vittimismo’, ecco l’interessante quadro che ne è uscito fuori.

ginevra_lamberti1. Chi è Ginevra Lamberti? Raccontaci chi sei, cosa ami.

Amo non pensare troppo a chi sono sennò mi viene l’ansia. Almeno per ora, poi magari ci lavoro su e ne riparliamo verso la terza età, se tutto va bene.

2. Prima di addentrarci nel mondo della scrittura, mi piacerebbe sapere quali libri ti hanno formato e qual è il tuo scaffale d’oro. Qual è il tuo ideale di letteratura?

Da bambina il primo libro che ho letto è stato Il Mago di Oz e ho precocemente empatizzato con L’Antologia di Spoon River, forse per la frequenza insana con cui nonna mi portava al cimitero. Adesso, in linea di massima, mi piacciono i libri dove ho l’impressione che la scrittura racconti più cose della storia. Ho anche un debole per i libri che mi fanno ridere per non farmi piangere o meglio che mi fanno ridere per poi farmi piangere. Leggo e rileggo Paolo Nori e Ugo Cornia, Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni. Ho molto amato l’Aldo Nove di Amore mio infinito e quando mi sono imbattuta in Cartongesso di Francesco Maino ho provato qualcosa di simile al sollievo. Spostandosi verso la Russia, Zoo o lettere non d’amore di Šklovskij è stato fulminante, così come Mosca-Petuškì di Venedikt Erofeev, Daniil Charms, e di recente i Taccuini di Marina Cvetaeva. A voce bassissima per questioni di pudore nomino Dostoevskij, dal momento che le letture dei suoi grandi romanzi, e in particolare di Delitto e castigo, li ricordo come momenti belli della vita.

3. In varie interviste hai fieramente rivendicato la nascita del tuo blog (inbassoadestra.net) nel 2009, anno in cui ‘istituzionalmente’ i blog sono stati dichiarati morti e sepolti: suppongo che il suo ruolo abbia rivestito un’importanza rilevante nella pratica della tua scrittura. Secondo te, letteratura ebloggingsono strumenti diversi utilizzati per narrare la stessa cosa o, al contrario, sono due pratiche simili che si soffermano su aspetti diversi della realtà narrativa? E, soprattutto, ha ancora un senso avere un blog nel 2015?

Ora come ora non credo che abbia troppo senso avere un blog per avere un blog. Riformulando, se l’obiettivo è raggiungere un più ampio numero di potenziali lettori mi pare di capire che al momento quelli si raggiungano con maggiore efficacia percorrendo altre vie virtuali. Oggi si tratta di Facebook, dove molti si stanno cimentando nell’utilizzo dei post per scopi narrativi, domani plausibilmente si tratterà di qualcos’altro. Credo che si tratti di strumenti con cui si può provare a fare ciò che si preferisce, ma non è detto che ci si riesca.

La questione più che altro_copertina4. Raccontaci della gestazione deLa questione più che altro: com’è nata questa narrazione che si cala all’interno della quotidianità di una personalità ipocondriaca ma fortemente ironica, alle prese con l’Italietta delle comparsate in tv e la ricerca di un lavoro soddisfacente? In definitiva, da dove deriva l’urgenza della tua scrittura?

Nel 2010, tornata da un periodo di studio in Russia (quello peraltro che ha dato vita al blog inbassoadestra.net) mi sono laureata. Non ho mai pensato seriamente di cercare di trasformare la mia laurea in lavoro, non so se per eccesso di realismo o per eccesso di confusione mentale. In compenso l’idea di farmene qualcosa della scrittura non era ancora passata, quindi ho iniziato a prendere appunti che erano soprattutto esercizi ed esperimenti di stile, tornando a una dimensione privata e trascurando sempre di più il blog. Non sono partita da una storia, primariamente volevo capire come fare quello che volevo fare.

5. La protagonista deLa questione più che altro si chiama Gaia, che ha in comune con te l’iniziale del nome, l’origine veneta, i noiosi lavoretti che tu stessa hai praticato, come la centralinista in un call center; hai sicuramente riversato un po’ del tuo vissuto dentro questa narrazione, ma quanto è forte – e totalizzante – la matrice autobiografica nella scrittura?

L’urgenza di capire come fare quello che volevo fare nasceva anche dal voler evitare di essere fagocitata dall’autobiografia. Quindi la matrice autobiografica è forte, ma non è totalizzante.

6. La comicità nel testo è prorompente, ed è quasi una bomba ad orologeria che si palesa soprattutto in situazioni “delicate” (mi vengono in mente più di un paio di scene col padre ammalato), e tuttavia non esplode mai, mettendo anzi il lettore in qualche modo a suo agio, anche grazie all’uso di una lingua ‘quotidiana’ ma intensa nel suo schernirsi dalle Paure più profonde. Come hai lavorato su di essa? 

Standoci male, non credo ci fosse altra maniera. La malattia e la morte di mio padre hanno in effetti bloccato la stesura del libro per più di un anno. Ho anche pensato di lasciar stare la scrittura e all’epoca non era un pensiero particolarmente amaro. Un giorno, vai a capire dopo quanti altri di sedimentazione silenziosa, ho ricominciato e mi è parso evidente sia che la terza e ultima parte era sua, del genitore, sia che l’obiettivo era di fare il possibile per non cadere nel melodramma e nel vittimismo. Un aiuto enorme mi è stato dato in questo senso proprio da lui, maestro comico per quel che mi riguarda, e troppo in tutto per stare stretto in un corpo.

7. Leggendo La questione più che altroho ritrovato un certo carattere orale del racconto, ma la tua narrazione non si riduce a questo elemento. Inoltre, è sotteso un forte legame con la musica (in una scena vengono direttamente citati i Verdena), che comincio a pensare sia una parte indispensabile del tuo processo creativo.

A casa mia si è sempre parlato molto e raccontato moltissimo, dunque il gusto per la narrazione e un certo modo di scrivere derivano anche dalla tradizione orale della mia famiglia. La musica utile al mio processo creativo è quella che quando arriva trova già terreno fertile nella memoria e innesca collegamenti con l’infanzia, l’adolescenza, l’università, il lavoro, l’altro ieri che ero al supermercato eccetera…le radio locali e revival, per esempio, in questo campo sono una fonte inesauribile di spunti.

Oralità e musica: l’obiettivo era creare un certo ritmo nella narrazione?

Non me lo sono posto da subito, quando nella stesura le cose hanno iniziato a prendere la loro piega definitiva ho capito che il ritmo era una delle basi su cui tutto stava in piedi e ho iniziato a lavorarci in modo conscio.

8. Ho già citato l’ironia sferzante di Gaia, che lungo tutto il corso della narrazione ne fa sfoggio senza risultare artefatta – forse perché involontaria; ma si può anche ravvedere nel racconto una certa nota di fondo di malinconia: è giusto affermare che Gaia si serve del sarcasmo come arma di difesa nei confronti di un mondo che, per certi aspetti, si dimostra crudele con lei? 

Gaia usa il sarcasmo come arma di difesa nei confronti del ridicolo, che ha vampirizzato il mondo che la circonda e lo riconosci perché è proprio di chi si prende molto sul serio.

9. La questione più che altroè il tuo primo romanzo, nonostante le diverse prove narrative già venute alla luce con importanti testate (le riviste letterarie Nuovi Argomenti e Colla, solo per citarne un paio), il che è sufficiente ad etichettarti come scrittrice esordiente. Dal tuo punto di vista, qual è la situazione dell’editoria italiana?

Temo di non avere le competenze per rispondere a questa domanda. Posso però dire che mi ritengo molto fortunata ad aver pubblicato con Nottetempo, oltre che per questioni di professionalità, perché è come un posto in cui mi sento bene.

10. Quali sono i tuoi futuri progetti?

Continuare a elaborare sistemi per pagare l’affitto e scrivere quanto più possibile. Finora ha funzionato.


Questa intervista è anche apparsa su Youbookers.

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