La questione più che altro – Ginevra Lamberti

La questione più che altro_copertinaMancano diciannove giorni a Natale, venticinque a Capodanno, qualcosa di più all’ultimo esame (l’ultimo da oltre due anni fuori corso), e ogni mattina si sveglia in una pietosa valle a nord della provincia di Treviso: la vita di Gaia – protagonista de La questione più che altro, l’ultimo titolo della collana narrativa.it della casa editrice romana nottetempo – non è esattamente circondata dal glamour, ma è anzi scandita dalla noia e dalla sostanziale incapacità di vivere.

Gaia, emblema dei giovani d’oggi, più che vivere si trascina infatti in un vortice di azioni senza sostanza, esistendo senza vivere davvero:

Oggi mi sono alzata dal letto, ho aperto la porta di casa, sono uscita di casa, fuori di casa c’era la valla dove vivo. La valle dove vivo ha dei difetti oggettivi, tipo quello di essere permeata dalla morte civile, ma a parte questo è un posto esteticamente pregevole. Allora ho dato un bello sguardo panoramico, e pensato che ho bisogno di recuperare concentrazione, di studiare, di rivalutare piani e priorità e in ultima analisi di mettere il broncio arbitrario al mondo, confidando che il mondo accorrerà a comprarmi delle caramelle.

Se Fernando Pessoa diceva che “la letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”, Gaia è il simbolo che la forza di volontà, spesso sfiancata da un’inarrestabile paura del cuore, non basta a condurre la vita a cui si aspira.

La vita paradossalmente non solo non basta, ma è del tutto inesistente, perché non si ha il tempo di viverla; la vita ad esempio non c’è quando si deve concludere forzatamente un corso di studi poco promettente dal punto di vista lavorativo, quando un genitore si ammala di cancro (Hanno trovato delle tracce di polmone nella nicotina e pare possa essere pericoloso), quando una ‘genitrice’ si comporta da bambina, quando ci si deve affannare alla ricerca di un lavoro che – vergognosamente! – lascia solo ventiquattro euro in più rispetto all’affitto da saldare mensilmente.

Non è vita, semplicemente.

Ma l’arma segreta di Gaia è – nomen omen – l’ironia tagliente, quella che le permette di esprimere giudizi insindacabili insieme al lettore, ironizzando in primis su sé stessa, la sua storia familiare e la sua condizione:

Il lavoro al call center ti fa sentire un giovane del tuo tempo. Qualche anno fa ha avuto un momento di breve ma intensa esposizione mediatica, attorno gli si è creata un’aura da Vietnam tale per cui, se ci lavoravi, eri un guerriero. Il lavoro al call center in quanto argomento di conversazione è caduto in disuso, ma in quanto lavoro-lavoro esiste ancora, così tu puoi andarci in santa pace e alle stesse condizioni di prima, senza che nessuno faccia dell’opinionismo sulle cose private dei co.co.pro.

Pur essendo ambientato “in valle”, La questione più che altro è un racconto che non scade mai nel provincialismo abietto, ma fornisce una lente d’interpretazione del mondo e delle persone che permettere al lettore stesso di assimilare un modo di guardare peculiare.

Quella di Gaia è una storia che, con la sua struttura snella, si consuma rapidamente, e che, virando all’economicità della narrazione – e non è un difetto, anzi – consuma non solo sé stessa ma anche l’animo del lettore, stordendolo e mettendolo di fronte ad una quotidianità fin troppo simile alla sua.

È un romanzo che con corrosiva lucidità logora la superficie del mondo fino a raggiungere un contatto con la sua parte più remota, entrando in armonia con la primordiale paura dell’uomo: quella di non sapere come si vive.

Il romanzo ha il pregio di essere sostenuto da una prosa intelligente, che racconta in maniera divertente che nella vita si piange, e simultaneamente narra di momenti divertenti con un fondo di amarezza tagliente.

È ad esempio il racconto impietoso, ma mai crudele, di una delle città più belle del mondo:

A Venezia si trova l’acqua alta. L’acqua alta è quella cosa che ti permette di stabilire l’intensità di un sentimento positivo o negativo, in base a quello che sei disposto a fare con un paio di scarpe scamosciate per raggiungere o evitare un obiettivo dato.

È dunque un ritratto spietato, ma pur sempre umano, dell’Italia, una repubblica che si fonda sul precariato e sugli attacchi di panico, sugli espatriati e sulle comparsate in televisione.

Con sapiente ironia, la Lamberti opera strappi nel cielo di carta caustici in una narrazione che inevitabilmente diventa un affresco poco lusinghiero, ma per questo non meno ottimista, della generazione italiana più discussa: i trentenni appena usciti dalle soglie dell’adolescenza.

Uno sguardo che, mentre vorrebbe professarsi cinico e provocatorio – e in effetti la prosa presenta un’acuta capacità di fotografare l’impietoso stato delle cose – in realtà, con umanità disarmante, scopre sé stesso e il modo timoroso di affacciarsi alla vita.

Ginevra Lamberti, La questione più che altro, pp. 203, nottetempo, 2015


Questo articolo è uscito su Youbookers.

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