Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà – Luis Sepúvelda a #BCM15

Bookcity Milano 2015

luis-sepulvedaDopo la lectio magistralis sulla sostenibilità tenuta dal primo ospite di Bookcity Milano, il norvegese Jostein Gaarder (di cui trovate il resoconto qui), un altro grande scrittore amante della biodiversità e della natura è stato ospite del festival letterario milanese più atteso dell’anno: il cileno Luis Sepúvelda, da anni legato a un particolare impegno politico e civile, che manifesta esplicitamente nella sua letteratura.

In un auditorium gremito di gente – tra cui, lecitamente, tantissimi bambini – Sepúvelda, in un perfetto italiano, ha raccontato a cuore aperto le esperienze di vita che più l’hanno segnato, tra pezzi di balene che ancora porta al collo (simbolo di un viaggio in Patagonia a soli 16 anni) e tavole di panettieri austriaci fatti rivivere come banchi di scrittura.

Grazie alle domande del conduttore Luca Crovi, è emersa poi la sua personale routine della pratica di scrittura e ha svelato che – un po’ come Tolkien – l’origine del racconto delle sue favole più famose si lega a momenti particolari vissuti con i figli e, successivamente, i nipoti. Con grande umiltà ha spiegato che la vera forza della sua scrittura sta nell’accettare i loro consigli e le critiche, per impreziosire o – in qualche caso – rivoluzionare l’andamento di una storia.

Se la parte più creativa della sua scrittura giunge dopo mesi di riflessione (la prima stesura avviene di getto, rigorosamente a mano su una Moleskine, nella zona più tranquilla della casa, la cucina), è però sui particolari che è capace di soffermarsi veramente a lungo: è per questo che, con una punta di orgoglio, ha rivendicato la sua ossessione da cesellatore delle parole.

Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà

Storia-di-un-cane-che-insegnò-a-un-bambino-la-fedeltàL’occasione dell’incontro era, come ogni festival letterario che si rispetti, legata alla presentazione dell’ultimo libro dell’autore: Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, appena uscito per i tipi Guanda.

Lo scenario della storia si apre su un cane che sta dando la caccia ad un indio, guidato da uomini bianchi, in mezzo ai profumi penetranti della terra bagnata e dei colori cangianti delle foglie. Il lettore pian piano apprende la vera storia del cane: cresciuto tra la gente della terra, è stato strappato a questa comunità e privato della sua libertà, istigato da uomini miserabili a compiere azioni scorrette.

È una storia di perdite e di ritrovamenti, di cattiveria e di purezza d’animo, di dolore e di fedeltà.

È un racconto intriso di malinconia che è però in grado di lasciare un sentimento di speranza ai lettori di ogni età.

Come rivela lo stesso scrittore cileno, il racconto, di per sé, è un omaggio al suo prozio, un anziano indio mapuche (una piccola comunità il cui nome deriva da Mapus, Terra, e Ce, Gente), una sorta di pedagogo abituato a narrare ai bambini storie nei villaggi, intorno al fuoco, e non attraverso lo spagnolo, bensì con un’altra lingua, la Mapudungun, i cui temi principali erano legati, perentoriamente, alla natura.

Un popolo, quello dei Mapuche protagonisti del racconto, profondamente legato alla Natura, e che – tra le altre cose – lo dimostra ad esempio non tagliando mai un albero (per fare il fuoco) prima di averne piantati almeno altri due. Un popolo originario del Cile meridionale, orgoglioso del suo passato, che non conosce la scrittura e che per questo si è affidato alla lunga tradizione orale.

L’oralità, tra l’altro, è un elemento che ha da sempre caratterizzato il materiale narrativo di Sepúvelda e che in questo racconto trova lo spazio per diffondere la morale del popolo cui appartiene ai suoi lettori.

Il razzismo è, infatti, il tema portante: gli stessi Mapuche vengono scacciati dal loro villaggio, e la loro triste storia viene narrata attraverso lo speciale punto di vista del cane, che rimane stupito dalla differenza abissale che corre tra il popolo cui apparteneva, amante e rispettoso della natura, e quello cui deve necessariamente legarsi, caratterizzato dall’uso di fucili e dalla totale mancanza di rispetto nei confronti del diverso – meravigliosa dimostrazione, invece, della beltà della Natura.

Senza negare l’influenza di Jack London, Sepúvelda racconta però di aver voluto adottare il punto di vista del cane, allo scopo di entrare in contatto diretto con la natura, creando un rapporto profondo con la vita, istituendo un senso della felicità diverso e più alto.

Ed è curiosa la storia dell’ispirazione di questo racconto: mentre lo scrittore si trovava in una scuola di musica, una sera un bambino profondamente triste raccontava alla sua insegnante di aver appena perso il suo cagnolone, e la donna lo rassicurava dicendogli che doveva avere fiducia, perché i cani hanno un senso particolare della fedeltà e un giorno, proprio per questo motivo, il suo cane sarebbe ritornato.

Tristezza, fiducia, fedeltà, come si diceva prima.

La presenza del cane, tra l’altro, è simbolica, perché quasi del tutto estranea alla fauna originaria del Cile, in quanto animale importato dai conquistatori spagnoli nel XVI secolo. Nella lingua dei mapuche infatti ‘cane’ si dice trewa, una crasi tra due parole che sta ad indicare un ‘animale che apprende ad essere fedele’, quindi che non lo è per natura.

La storia del protagonista di questa breve narrazione si fa dunque paradigmatica e universale, e coinvolge il cuore di ogni amante degli animali e della natura.

Il nuovo libro in anteprima

Per la felicità dei presenti, lo scrittore cileno ha infine svelato in anteprima alcuni particolari del suo prossimo lavoro.

Riluttante al concetto di autobiografia, che trova “una dimostrazione scandalosa di vanità”, Sepúvelda ha deciso di regalare certi avvenimenti importanti della sua vita ad un personaggio letterario, che assume dunque la funzione di alter ego manifesto: si tratta di Juan Belmonte, l’indimenticato protagonista di Un nome da torero (Guanda, 2004).

Le premesse di questa nuova storia (ambientata inizialmente nel 1917, durante la Rivoluzione d’Ottobre in Russia) sono accattivanti: è il racconto di un cosacco che si era unito, durante la Seconda Guerra Mondiale, alle forze tedesche delle SS; dopo la guerra, una giovane rimasta incinta di quest’uomo si reca in Brasile a partorire quello che poi è diventato il più sanguinario assassino per conto di Pinochet. Belmonte sarà l’unica forza in grado di lottare contro questo Male Supremo.

E noi non vediamo l’ora di scoprire in che modo.

Luis Sepúvelda a BookcityMilano2015 ha presentato:

Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, pp. 97, Guanda 2015


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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