La famiglia che perse tempo – Maurizio Salabelle

Chi ritiene che la narrativa italiana debba essere tacciata di tanta banalità da risultare insignificante, oltre ad essere tanto nostrana da rischiare il provincialismo, probabilmente non conosce Maurizio Salabelle, uno scrittore modesto per timidezza ma notevole per talento, una penna dalla cifra sconcertante e, al contempo, malinconica.

Lo scrittoreCopertina_Salabelle cagliaritano (ma toscano d’adozione) che ci ha lasciato giovane nel 2003, con ben sei romanzi pubblicati non ha ancora conquistato tutta la fama che merita. A rinnovare la sua memoria ci ha pensato Quodlibet, che nella collana Compagnia Extra, costellata da testi ‘singolari’, ha pubblicato il bizzarro La famiglia che perse tempo, primo
romanzo di Salabelle, rimasto ancora inedito – come spiega in tutta sincerità Ermanno Cavazzoni nella nota al testo: nel 1987 me lo son letto in treno tra Torino e Bologna, ne sono rimasto ammirato e divertito, e l’ho segnalato a Giulio Bollati, che pure lui ne è rimasto ammirato; così abbiamo telefonato a Salabelle, che è venuto a Torino portando un secondo romanzo che nel frattempo aveva scritto, il quale è stato pubblicato in nome del fatto che (come le uova) era più fresco.


Le premesse per una storia interessante si notano fin dall’esergo, che riporta una citazione di Italo Svevo (“Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo”) che ben introduce nel clima infermo e squilibrato della vicenda.

Il romanzo si apre con una prefazione, che è in realtà un espediente narrativo palesato, perché si inserisce all’interno della cornice romanzesca: vi si scopre che la storia narrata è il resoconto di un periodo tormentato che attraversò la famiglia del narratore – tale Ph. G..

La malattia, che si manifesta per la prima volta nel padre, viene identificata nella cosiddetta perdita di periodi, cioè la progressiva privazione del tempo da lui trascorso:

[…] quest’insieme di giorni, mesi ed anni, trattenuto dentro di sé per un periodo lunghissimo, a un certo punto ha cominciato a fuoriuscire come se si fosse ridotto in particelle atomiche. Nostro padre sta perdendo i suoi vecchi anni, signori, (quelli già consumati ma che si portava ancora addosso come un bagaglio), e questi anni stanno finendo irrimediabilmente nell’atmosfera che lo circonda.

Attorno al padre prima, alla casa e al resto della famiglia poi, il tempo comincia a scorrere più velocemente rispetto alla norma, perché in qualche modo si disperde nell’atmosfera e poi viene assorbito dagli orologi. È a partire da questo momento che la famiglia viene colpita da una serie di malattie strane, dai nomi suadenti (male nero, male della dimenticanza, fuoriuscita del tempo): ci si ammala durante la visione di vecchi film dai nomi improbabili, gli orologi si muovono a velocità differenti in stanze diverse (al punto che se qualcuno fa colazione in cucina, qualcun altro nella propria camera da letto si infila il pigiama per andare a dormire), la casa assume forme e proporzioni strane (al punto che se per qualcuno percorrere un corridoio comporta sforzi notevoli per via della sua lunghezza, per qualcun altro è facile attraversarlo in un paio di falcate).

La storia è inserita in un’ambientazione onirica e surreale, dall’influenza borgesiana nel suo avvitarsi e sbrogliarsi agevolmente, e dal clima à la Boris Vian nella sua riduzione progressiva dell’attività intellettuale e sensoriale normale.

La storia, nel suo concretizzarsi attorno al tema della malattia, rimanda persino alle atmosfere da sanatorio della Montagna incantata di Thomas Mann, dipingendo un efficace quadro di spossatezza generale.

Ma l’abilità di Salabelle non si articola nella felice rielaborazione dei suoi personali maestri di scrittura, bensì dall’originale costruzione narrativa, immersa in un linguaggio che rievoca sensazioni visive e provoca disagio intellettuale.

Mentre mio fratello enunciava […] queste sue teorie complicate, qualcuno di noi osservava la faccia di nostra madre mentre assisteva alla conferenza. A tutti noi sembrava che cercasse di seguire seriamente quei ragionamenti intricati, pensando ora a una voragine e subito dopo a un deserto piatto, mentre in realtà (come capimmo tempo dopo in seguito a una sua confessione) guardava la barba di mio fratello che risultava per lei un’allucinazione.

Salabelle costruisce, stratificandola e poi disarticolandola, una comicità unica, mai artefatta, che mentre prende ufficialmente a bersaglio la relatività einsteiniana, nella realtà si getta nell’impietosa disamina del più canonico dei capri espiatori: l’uomo borghese, con tutte le sue false strutture e sovrastrutture, còlto nelle ipocrite dinamiche dell’istituto familiare, e perso in tutta l’incoerenza del suo modo di vivere.

Con un nitore sorprendente, Salabelle supera i confini oggettivi della sua storia espandendosi in metafore e limpide similitudini che spezzano l’ordine naturale della narrazione (e della logica) e s’inseriscono in un’affabulazione geniale, affascinante, dando vita ad una prosa che non si ferma all’acuta dissacrazione ma rivendica una poeticità d’altri tempi:

Con una lentezza che dava l’idea dello spalancarsi di un portone blindato sistemò l’immagine della metropoli e ne schiacciò le strade col palmo. Quel duplicato della città mi sembrò subito un labirinto in cui anche i tracciati delle strade erano scritti in lingua straniera. In un groviglio di linee nere e di scarabocchi pieni di frecce (di cui era difficile capire che direzione seguissero) si ripetevano isolati nei quali non avevo ancora mai messo piede. Tristemente mi resi conto che quel disegno non aveva nulla a che fare con la mia città, in cui avevo vissuto tanti anni e dove mi ero sempre aggirato con brutti abiti.

Ma non solo: il testo è un elenco divertente di stramberie mai vuote e di metafore che si avvitano su loro stesse senza, per questo, sembrare prosaiche. I dialoghi sono surreali: ognuno è perso all’interno della propria malattia, e le rimane fedele nella volontà di non concentrarsi su altro. Le ragioni e le contraddizioni della natura borghese dell’uomo sono rintracciate, dunque, nell’agghiacciante narcisismo che lo contraddistingue.

La famiglia che perse tempo svolge l’ostico compito di rivelare la falsa – quanto vanagloriosa – moralità borghese, rendendo complice lo stesso lettore, vittima della sua dissacrazione in atto senza rendersene davvero conto. È quindi una storia che si presta come testimonianza dell’artificialità dell’uomo nel mondo, che si muove in esso senza capirne le regole, lasciandosi assuefare dagli stereotipi che lo rendono, appunto, malato e fuori dal suo tempo.

Maurizio Salabelle, La famiglia che perse tempo, 
pp. 168,
 Quodlibet, 2015


Questa recensione è uscita anche su Youbookers.

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