Bambini nel tempo – Ricardo Menéndez Salmón

Ad arricchire l’elenco delle novità editoriali che inaugurano la stagione autunnale giunge Marcos y Marcos, che si cimenta con una doppia offerta: debutta in questi giorni, infatti, la nuova collana diretta da Paolo Nori dall’accattivante titolo Il mondo è pieno di gente strana, ma è ancora fresco di stampa anche un grazioso libriccino dalla copertina rosso sgargiante su cui campeggiano tanti piccoli spermatozoi bianchi stilizzati, incolonnati come se fossero soldati – o pesciolini in un banco, se si preferisce una metafora meno violenta e, come vedremo, pertinente all’opera.

Si tratta di Bambini nel tempo di Ricardo Menéndez Salmón, uno Bambini-nel-temposcrittore spagnolo dal grande successo in patria e già noto in Italia per Il correttore e La luce è più antica dell’amore, sempre editi dalla milanese Marcos y Marcos.

Se la copertina si segnala dunque per l’audace originalità, il contenuto non risulta essere meno singolare, perché la narrazione di Salmón è organizzata in maniera atipica: è infatti una storia in tre atti, l’uno autosufficiente dall’altro. Una triade che, al contempo, è piena di rimandi strettamente interconnessi.

Nel primo atto (La ferita) si narra di Elena e Antares, una giovane coppia appena investita dal lutto più grande e incomprensibile: la perdita di un figlio.

Per i due – per chiunque si trovi nella loro situazione – non esistono spiegazioni, né tantomeno consolazioni: dopo una privazione così estrema, ciò che un genitore deve necessariamente fare è rialzarsi in piedi, urlare in faccia al dolore e ricominciare a vivere, senza farsi trascinare dal flusso vorticoso di struggimento e agonia che solo una perdita ingiustificata e atroce può generare.

Quella prima notte. Come dimenticarla. Come esprimerla.

Quella prima notte in cui i cani abbaiavano nel buio qualcosa di simile al suo sconforto, e nella grande casa vuota, dove non sarebbero mai più esplose risate, Antares cominciò un’altra forma di ricerca.

Se Antares prova, quantomeno, a resistere, Elena invece si lascia vincere dal tormento e pian piano si allontana dal mondo, dalla gente, dal marito, che presto si scopre incapace di prendere in mano le redini di una situazione sempre più disastrata e disarticolata (C’era una nuova solitudine dentro la solitudine del dolore).

Rispetto all’afflizione del padre, la sofferenza di una madre di fronte la morte di un figlio è, forse, più amplificata e impotente nella sua tragicità, probabilmente per quel rapporto simbiotico che si viene a creare durante la gestazione, in una dialettica di corporalità e affezione atavica. È per questo che lo strazio che governa il cuore di Elena si fa assoluto e definitivo, finché il bambino diventa più presente nella morte di quanto fosse mai stato in vita, finché tutto diventa buio e si realizza finalmente che una soluzione, per la coppia, non esiste.

O, se mai è esistita, si è dissolta insieme alla vita spezzata.

Per sempre.

Il vero lottatore è dunque Antares, che nel secondo atto (La cicatrice) cerca di trovare una dimensione nel mondo attraverso l’unico strumento che gli è stato donato: la Parola, che crea e distrugge mondi, artefice di nuove speranze, portatrice di nuove soluzioni.

Il suo progetto di scrittura è ambizioso ma rivelatore di un bisogno, tutto umano, di rimettere insieme tutti i pezzi di una storia che è giunta a noi frammentaria: Antares si cimenta, infatti, nella ricostruzione dell’infanzia di Gesù, di cui i Vangeli non recano traccia, in una Palestina dal sapore ancestrale, in cui volano aquiloni colorati e si muovono i primi passi di un bambino comune, alle prese – tra le altre cose – col suo primo amore.

Lo scrittore si libera dell’oppressione della perdita del figlio restituendo l’infanzia a chi ci è stato presentato, da sempre, nella sua veste da uomo; e non importa che essa sia totalmente frutto dell’inventiva umana, la storia narrata serve a spiegare la Parola (Tu hai senso soltanto come narrazione): la finzione è sì un imbroglio, ma è necessaria per metabolizzare il mondo ingiusto, crudele.

Nel terzo atto (La pelle) si narra dell’arrivo a Creta – l’isola a forma di pesce – di una quarantenne, Helena, e del suo percorso di accettazione del pesciolino che porta dentro di sé: un feto appena sbocciato, non cercato, ma già inconsapevolmente amato.

Tra la lettura della storia di Antares su Gesù e la conoscenza approfondita di un uomo misterioso, la donna comincerà a definire le coordinate della sua vita.

Se il terzo atto è quello che crea meno impatto durante la lettura, non per questo motivo sminuisce l’importanza di un testo che dichiara fin da subito il patrocinio del Carver più caldo e malinconico, nel suo preciso operare chirurgicamente all’interno dei sentimenti piuttosto che nel suo minimale tratteggio della specie umana.

Con una prosa lirica e sospesa – nel tempo e nello spazio – che rievoca il C. S. Lewis di Diario di un dolore, ma con un taglio più narrativo e meno argomentativo, Salmón dimostra che tutto è importante: non solo i nostri dolori, ma soprattutto la percezione che di essi ne abbiamo, vera testimonianza di ciò che siamo e di come stiamo nel mondo.

Bambini nel tempo si rivela dunque la storia adatta a dare il benvenuto all’autunno (il “capodanno morale” dei più): una storia di dolore che porta in sé, ed è inevitabile, un destino di rinascita.

Ricardo Menéndez Salmón, Bambini nel tempo, pp. 224, Marcos y Marcos, 2015


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

 

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