Campiellathon – La mia classifica

Chi ha detto che le maratone estive debbano necessariamente essere sinonimo di sforzo fisico e copiosa sudorazione? E che la maratona, in generale, sia una competizione di alto livello, organizzata solo per gente temprata da anni di allenamento?

Ben più facili da fronteggiare in quest’afa estiva, esistono anche le maratone letterarie: si affrontano comodamente sdraiati sul divano di casa nell’ora del tramonto, sulla poltrona di un bar con l’aria condizionata, adagiati su una bollente spiaggia, oppure sulle lenzuola fresche del proprio letto prima di dormire.

Diana ha indetto – dopo lo strepitoso successo dello Stregathon – il Campiellathon, cioè la lettura dei cinque finalisti del premio Campiello, la cui premiazione si terrà il 15 settembre.

L’anno scorso questo Premio mi ha permesso di conoscere la delicata prosa di Giorgio Fontana, giovane vincitore con il suo “Morte di un uomo felice” (Sellerio), il cui finale mi ha fatto piangere seduta su una panchina di piazza Castello mentre orde di turisti, a metà tra la curiosità e la preoccupazione, mi lanciavano occhiate per capire cosa mi stesse succedendo.

La commozione che solo le parole ben scritte riescono a creare, ecco cosa.

Forte di quest’esperienza, e del fatto che sono una fiera sostenitrice della buona letteratura italiana, quest’anno non mi sono fatta sfuggire l’occasione di poter affrontare con gusto la lettura di tutti i finalisti, sperando non solo nella scoperta di nuovi scrittori da inserire tra i miei scaffali, ma soprattutto stimolata dal confronto con i lettori appassionati.

Il Campiello è un premio che non ha bisogno di presentazioni: ci ha fatto scoprire scrittori che adesso dominano la scena letteraria italiana, come Valeria Parrella, Marco Missiroli, Alessandro Piperno, Paolo Giordano.

E dopo Giuseppe Berto, Giorgio Bassani, Mario Soldati, Mario Tobino, Gesualdo Bufalino, Antonio Tabucchi, chi sarà il prossimo ad aggiungersi all’albo dei vincitori?

Se facessi parte della giuria, questa sarebbe la mia personale classifica.

5. Cade la terra di Carmen Pellegrino (Giunti) parte con le migliori intenzioni: la voce narrante è quella di Estella, giovane donna che, appena dismesso i panni da suora, inizia a lavorare come governante. L’occasione narrativa è solo la scusa per dare voce agli abitanti di Alento – una cittadina sconosciuCade la terrata che incarna lo stereotipo di tutti i vecchi paesini italiani – vittima degli smottamenti del terreno, che in breve lo rendono uno spazio inabitabile. Tutti vanno via, tranne appunto Estella (che ha giurato obbedienza cieca al silenzio e per questo prepara la cena ai fantasmi di Alento), che si trova a combattere l’oblio in un’ambientazione claustrofobica piena di menzogne e sortilegi dagli echi morantiani, ma che non restituisce l’eleganza magnetica della prosa d’altri tempi. È un romanzo più veloce dei modelli novecenteschi a cui aspira, si consuma fin troppo rapidamente e non lascia quindi riaffiorare il doloroso senso di lotta per tenere saldo nella memoria anche il particolare meno utile, ma non per questo meno degno d’essere ricordato. L’occasione mancata della Pellegrino è quella di narrare con originalità le faglie della memoria, che sono più dolorose delle fratture del terreno, perché inducono a un’agonia lenta e senza destinazione. Non si salva nemmeno la mitologia del paesaggio, che dovrebbe sprigionare una malinconia ricercata dalla sua penna ma non trovata. Estella resta, così, inadeguata a cantare la storia dell’ineluttabilità e della provvisorietà dei borghi abbandonati, storie di solitudini che – pur volendo – non si incrociano mai.

D’altronde, cos’era stato il chiostro se non un altro tentativo di trovare un posto in cui stare? Un posto che fosse anche mio, solo un po’, me ne sarebbe bastato un po’. Quando poi anche quella prova fallì, tornai alle montagne, tornai agli spuntoni dove cielo e pietra si toccano, sperando di avervi un ritorno. Un ritorno al freddo, che ha le sue beatitudini. Alle cose piccole, che hanno confini certi. Alle tombe scosse dei vecchi abitanti. Qui, fra montagna e montagna, cercai di ricomporre i pezzi, perché c’è modo e modo di salvarsi. Della salvezza perpetua ho sempre diffidato, anzi non ci ho mai creduto. La salvezza provvisoria – la salvezza tipica degli scampati, questa salvezza fragile dei sopravvissuti – sento che può appartenermi, come le case abbandonate d’intorno che sembrano rovinarmi addosso, tutte malconce, tutte rotte: assomigliano alle mie ferite, a questo reticolo di crepe. Dovrei forse preoccuparmene, le vedo erompere ancora più spaventose delle crepe delle case che ho intorno. E invece no, traggo forza da esse, vi ho posto varchi per l’aria e la luce. Sono qualcosa. Sono mie. Come una possibilità.

Il tempo migliore della nostra vita _ Scurati4. Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati (Bompiani) – che aveva già vinto nel 2005 con “Il sopravvissuto”, in ex aequo con Pino Roveredo e il suo Mandami a dire – è la storia romanzata della Resistenza italiana, rievocata attraverso un doppio punto di vista: quello di Leone Ginzburg, pietra miliare nella costituzione della casa editrice Einaudi, e quello dei familiari di Scurati stesso. Il testo è, francamente, autocelebrativo fino al parossismo: la storia dell’intellettuale di Odessa è solo la scusante per rivendicare i fantasmi di una storia familiare di cui non si sentiva l’esigenza – e di cui, a conti fatti, non si ravvede l’importanza.

Lo stile acerbo, il fraseggiare asciutto, i toni piatti e per niente coinvolgenti alla fine non restituiscono al lettore né la dignità della figura culturale di Ginzburg, né la difesa del racconto della storia italiana dal punto di vista privato: il risultato è un potenziale inespresso che lascia l’amaro in bocca.

Si narrino, dunque, una accanto all’altra, in una sorta di profano vangelo sinottico, la vicenda tragica dell’eroe intellettuale, della sua stirpe e della sua discendenza, e quella della mia gente, gente comune, le si narrino addirittura fino al punto in cui questa linea genera me, lo scrivente. Il più insignificante.

L'ultimo arrivato _ Balzano3. L’ultimo arrivato di Marco Balzano (Sellerio) è la storia dolceamara di Ninetto, un bambino di San Cono (provincia di Catania) che a nove anni si trasferisce a Milano in cerca dell’autosufficienza economica; alle spalle lascia la madre rinchiusa in un manicomio e il padre vittima della doppia depressione che lo circonda: quella dei sentimenti, a causa della nuova situazione familiare, e quella economica che imperversa nell’isola. La storia di Ninetto è il paradigma della storia imperitura dell’emigrazione infantile italiana, un fenomeno ancora considerevole tra la fine degli anni ’50 e i primi ‘60.

Una volta giunto a Milano, in un appartamento talmente becero da essere definito l’Alveare, Ninetto deve darsi da fare arrangiandosi con lavoretti di fortuna, fino all’assunzione come operaio dell’Alfa Romeo, dove rimarrà stabilmente per ben tre decenni. E se un certo agio economico viene finalmente raggiunto, lo stesso non può essere detto per quello psicologico: il senso di non appartenenza ad una terra specifica, insieme alla confusione dell’instabilità emotiva può condurre, a volte, ad essere vittime della propria ingenuità. Senza cattiveria.

Balzano riesce a rendere con tratti repentini ma incisivi tutta l’acredine della frustrazione di Ninetto, che inconsapevolmente sprofonda nel suo stesso male di vivere.

Arrivano dei momenti in cui non hai nient’altro che la tua storia a cui aggrapparti: se è vero che raccontare le cose vuol dire possederle, la salvezza agognata deve necessariamente partire dalla storia che ci si racconta, dalle parole che cullano e calmano gli animi induriti dalla lontananza e dal gioco, spesso crudele, della vita.

[…] mi viene in mente un’altra lezione del maestro Vincenzo. Una mattina ci aveva parlato di un greco che si chiamava Socrate e che andava in giro a fare interviste alla gente per cercare di capire meglio dove sta la verità. Sembra infatti che a questo Socrate la verità piaceva più di una bella femmina. Penso che se fossi capace non mi dispiacerebbe fare il suo stesso mestiere.

La mappa _ Giacopini2. La mappa di Vittorio Giacopini (Il Saggiatore) è la mia personale rivelazione: con un linguaggio erudito ma mai solenne o stantio, narra la storia di Serge Victor, cartografo alle dipendenze di Napoleone Bonaparte durante la Campagna d’Italia. Giacopini indugia magistralmente nel ritratto di un uomo vittima della sua ossessione privata, ma candida, di produrre una Mappa perfetta, che possa non solo rispettare l’asimmetria scabrosa della natura, ma anche restituire un’immagine e un simbolo del mondo conosciuto (e del paesaggio) che, in quanto copia, superi l’originale, lo surclassi.

Nel suo folle affanno v’è l’ambizioso progetto di ricerca di un ordine e un equilibrio perfetti e, in un clima di assoluta – quanto sensuale – decadenza che ben rispecchia la fine del periodo illuminista, egli si batte affinché prima venga sempre la mappa, quindi l’azione: la cartografia come programma, o, meglio, come prognosi.

“Non farti ingannare da mura, porte, molti alti sul mare, massicciate; ogni città è in sé una cosa informe, molliccia, gelatinosa che trova la sua misura solo in frangenti speciali come questo. Le truppe che iniziano ad accerchiarla sono come le squadre o i righelli necessari per tracciare quel disegno che metta ordine dove è solo vaghezza, imprecisione. Ben squadrata, misurata in scala, spogliata delle apparenze, semplificata, la città da enigma si fa puro cristallo, in trasparenza, alla fine capisci persino cosa fare…” “Sarebbe a dire?” “Sarebbe a dire che prima viene la mappa, indi l’azione.”

Senti_le_rane1. Senti le rane di Paolo Colagrande (nottetempo) è un libro spregiudicato dalla scrittura raffinata, una vera perla nel panorama letterario nostrano: la divertentissima storia è quella di Zuckermann, un ebreo convertitosi sulla via di Lumbriasco, narrata al tavolo di un bar dagli scanzonati Gerasim e Sogliani, figure solo apparentemente accessorie al racconto.

Ne ho fatto una recensione approfondita qui, prima ancora che Colagrande finisse in cinquina; mentre qui potete leggere la mia intervista allo scrittore piacentino.

Nonostante Fìdeg, uscito per Alet, sia già stato insignito del Premio Campiello Opera Prima nel 2007, tifo tantissimo per la nobiltà d’animo e l’eleganza della penna di questo autore che merita nuovamente il plauso di critica e pubblico.

La tesi di partenza è che il male dorme nascosto negli esseri umani normali o anche virtuosi e, in generale, in quelle persone che tenderebbero al bene cioè tutte, secondo la filosofia morale, e più queste persone tendono al bene tanto più grande è il male che dorme dentro di loro. […] Poi il bene e il male bisognerebbe capire cosa sono, se esistono nella realtà o se riposano nel mondo illusorio dei fenomeni, ma questo è un altro discorso.

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