Scarti – Jonathan Miles

MILES_Scarti_CopertinaCos’è l’uomo, quel piccolo cuore palpitante di paure, di fronte all’immensità dell’universo?

È un’entità talmente piccola da apparire insignificante persino di fronte a sé stessa, è un ingranaggio superfluo nel complesso sistema della vita.

Un inutile scarto dell’esistenza.

È tra le storie di Jonathan Miles narrate in Scarti che appare, mesta e sublime, la consapevolezza di ciò a cui si riduce la vita umana: una patetica inettitudine.

Una galleria di personaggi ordinari (un padre affetto dalla sindrome di Alzheimer, una figlia di un reduce della guerra in Vietnam, un professore sovrappeso, un uomo innamorato al punto di sposare una causa che non sente sua, un’adolescente novella orfana di padre) è animata dalla bramosia dell’accumulo, materiale e immateriale, la grande malattia della società – non solo americana, ormai.

Sono storie di vite costruite sulle scorie, quel ciarpame di non detto che genera la voglia mai sopita di reinventarsi diversi, migliori.

Ma un’esistenza sprecata è riscattabile, in qualche modo?

Le persone si avventuravano nel mondo barricate dietro un’armatura, ma in realtà desideravano solo che quell’armatura venisse frantumata: era per questo che si ubriacavano nei bar, che insultavano la gente su internet sotto la copertura di uno pseudonimo, forse era anche il motivo per cui si innamoravano.

Ognuno, a suo modo, prova a dare una risposta.

Ci prova chi, come Micah e Talmadgeun analogista accanito, e non poteva fare a meno di vedere il mondo come una matrice di riferimenti interconnessi – sposa la filosofia del freeganismo, per la quale si può beatamente vivere degli scarti delle industrie, boicottando un sistema che produce più di quel che può essere assimilato e un apparato statale che promuove (perché ne affonda le radici del suo successo) il consumismo capitalista.

Votarsi alla ricerca del superfluo per renderlo necessario non è solo un atto politico, ma per questi ragazzi diventa un gesto pieno di affetto e, al contempo, una metafora della narrazione:

Di alcuni oggetti buttati via si riusciva quasi a sentire la storia che si portavano dentro, il calore dei sentimenti che avevano assorbito; era come se uno potesse portarseli all’orecchio e ascoltarli raccontare le loro storie, come le conchiglie confidano i loro ricordi del mare.

C’è poi la lotta sardonica di Elwin, un professore di linguistica che si scontra con la perdita della memoria – e, di conseguenza, delle parole – di un padre e di una sorella più piccola, affetti dalla sindrome di Alzheimer: accettare di seguire il progetto sulle scorie radioattive implica la scelta di buttare via il proprio passato di vivisezionatore della lingua come struttura, optando dunque per il peggior rinnegamento di sé stesso.

Prese in esame il trio degli altri manuali di riparazione che aveva nella borsa – come riparare il matrimonio, l’obesità, il dissolvimento della mente di suo padre, tutti e tre pieni di ottuse direttive tipo “cercare di distaccarsi”, o “ridefinire la propria immagine di sé” o scaricare lo stress causato da parente ammalato “ritagliandosi del tempo per concentrarsi su se stessi” – e li trovò tutti flaccidi e inutili a confronto. Quello che voleva sapere era dove fossero le vere istruzioni che gli servivano: quale giunto usare, quali liquidi controllare, quale bocchetta pulire, quali fusibili gestivano cosa e come sostituirli? Oh, poter essere una macchina: diagnosticabile, riparabile, migliorabile, funzionale.

La risposta di Sara – una vedova dell’11 settembre che scopre, a poche ore dal funerale del marito, di essere stata ripetutamente tradita – è un’incapacità intrinseca di reagire alla condizione di donna avvenente, decidendo di farne un’arma di riemersione sociale, rinnegando dunque gli scarti di un passato troppo doloroso. Al contrario Alexis, sua figlia, lotta per la centralità della memoria del padre divenuto ai suoi occhi modello di santità: senza la capacità di pensare, la ragazza si perde però in incontri sbagliati e scelte di vita ancor più deleterie, abbandonando il progetto di essere felice e, amaramente, perdendo la voglia persino di provarci ancora.

In un flusso di voci discontinue si situa dunque il verboso percorso narrativo di Miles: senza una meta reale o simbolica, si procede tra gli scarti narrativi di una prosa pungente e l’effimera vaghezza delle lunghe subordinate che caratterizzano la sua narrazione.

Scarti non è un romanzo necessariamente negativo, ma di sicuro non offre soluzioni edulcorate, inducendo anzi una tenzone col lettore, che dovrà essere capace di sbrigliare questa matassa per raggiungere “un barlume di candore, il fugace baluginio di un’emozione messa a nudo”. Per ritrovare sé stesso, senza rinnegarsi.

Senza rinnegare gli inutili scarti della sua esistenza.

“È solo che… se ci pensi è buffo”, disse suo padre, piegando la testa da un lato e socchiudendo un occhio. “Tutto il lunghissimo arco della civiltà umana, tutti quegli sforzi tremendi. E tra diecimila anni l’unica traccia intellegibile rimasta potrebbe essere il tuo cartello “vietato entrare” in mezzo al deserto, piantato su un ammasso di spazzatura.

Jonathan Miles, Scarti, 
pp. 577,
 minimum fax, 2015


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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