Into the wild truth – Carine Mccandless

Into the wild truth_Sovra.inddTra le cose che hanno inevitabilmente segnato la mia post-adolescenza – quel traumatico momento di passaggio all’età adulta – c’è il film Into the wild (2007, per la regia di Sean Penn), che consumò tutte le mie lacrime, mi aprì le porte al mondo della letteratura americana della natura selvaggia (Thoreau, per citarne solo uno) e m’insegnò a gestire il rapporto conflittuale con la solitudine che caratterizzava quel particolare momento della mia vita.

Non sono più riuscita a vedere il film, troppo doloroso per la mia immaturità emotiva, ma mi sono spesso fatta accompagnare dalla sua colonna sonora, magistralmente composta da Eddie Vedder: un intreccio di suoni dolci e melanconici, densi nella loro brevità e tintinnanti al punto da scuotermi la coscienza ogni volta che ne assaporo qualche passaggio in particolare.

 

La storia di Chris McCandless, in realtà, era già nota da tempo: un giovane californiano appena laureatosi a pieni voti, decide di abbandonare tutti i suoi averi e avventurarsi nella terra fredda e aspra dell’Alaska per mettere alla prova sé stesso e le sue abilità di sopravvivenza nella natura selvaggia. Ma qualcosa, evidentemente, va storto e Chris trova la morte a soli 24 anni.

Se già, prevedibilmente, al momento della morte erano usciti parecchi articoli giornalistici che ne approfondivano la scomparsa, nel 1998 ad avere un grande successo fu il libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer, un giornalista che si era innamorato della storia del giovane e che aveva deciso di indagare la sua storia per ridare dignità ad una figura che stava diventando preda di facili incomprensioni – accusato, tra le tante cose, d’essere un cieco idealista, arrogante e menefreghista della società. Per portarlo a compimento, Krakauer si avvalse dell’aiuto della sorella di Chris, la piccola Carine, che gli mise a disposizione racconti privati e testimonianze dirette del fratello, come lettere e diari.

 

Ma in realtà la storia che era stata raccontata era parzialmente vera, e per quasi vent’anni Carine si è portata dentro un peso più grande di lei: le scelte di Chris, agli occhi di un pubblico che aveva sentito una storia superficiale, erano condannate e biasimate dall’opinione pubblica.

Trovato il coraggio di narrare le tristi vicende di una storia familiare complessa e dolorosa, Carine ha finalmente potuto dare la versione completa dei fatti tramite il suo Into the wild truth, edito Corbaccio e in uscita in questi giorni.

All’interno della storia si entra pian piano, in punta di piedi, proprio dall’esterno: la storia si apre con l’arrivo di Carine nella sua vecchia casa d’infanzia, descrivendola con circospezione e trovando, ad ogni angolo, un ricordo nostalgico del fratello: dunque il racconto vuole essere una catarsi della donna, portatrice di un’esperienza di vita fuori del comune.

Chris era partito per trovare pace e felicità.

Sofferente ma con voce ferma – chiara dimostrazione del suo coraggio – Carine capitolo dopo capitolo svela le violenze, i giochi sporchi, le grosse liti di una coppia di genitori incapaci di prendersi cura persino di loro stessi. Nonostante tutto il male, la donna però non giudica mai i due (al limite, li considera responsabili della scomparsa del ragazzo, ma non della sua morte), e cade spesso vittima della speranza che essi possano cambiare:

Adesso capiranno, pensavo. Cambieranno. Dovevano perdere un figlio perché accadesse, ma adesso succederà, e io posso render loro le cose più semplici.

Ma non sarà così. Non sono cambiati nemmeno quando Chris, che allontanatosi volutamente da loro e dalCarineMcCandlessla loro misera vita di apparenza in una società viziata dalle loro buone – apparenti – maniere è andato incontro ad una morte dolorosa e solitaria; non sono cambiati davanti alla pressione mediatica; non cambieranno mai.

Così diventa facile, alla luce della lettura della verità svelata, giustificare il profondo bisogno del benestante Chris di lasciare per sempre tutti i suoi averi, di abbandonare la sua vecchia identità e crearsene una nuova per affrontare il viaggio della purificazione (che diventerà, ormai sembra chiaro, quello della morte), di affrontare un intenso percorso di conoscenza approfondita delle leggi della natura, leopardianamente maligna. Centotredici giorni in Alaska vissuti intensamente e altrettanto intensamente fatali: il passaggio in cui Carine legge il diario del fratello di quei giorni sul bus magico e scopre che durante il sessantanovesimo giorno aveva deciso di ritornare, perché debole e affamato, ma che non c’era riuscito perché il fiume che aveva attraversato in precedenza si era ingrossato per lo scioglimento dei ghiacci, è uno dei più toccanti.

 

In questo racconto tuttavia non c’è esibizionismo, non c’è una venerazione abnegante del fratello, non si limano i contorni leggendari della sua figura, ma vive una lingua piana e senza rancori, consapevole di ridare finalmente integrità ad una storia che per troppo tempo era stata mal compresa.

La storia finalmente svelata, raccontata per anni duranti gli incontri nelle scuole, ha un insegnamento fondamentale: niente è più importante della verità, l’assunto ideologico su cui si è basata l’intera vita, ed ogni singola scelta, del coraggioso, spaventato, felice, tradito Chris.

 

Durante la presentazione del libro avvenuta in casa Corbaccio lo scorso 16 Maggio, così ha concluso la riflessiva Carine: alla fine puoi scegliere se farti distruggere, o reagire.

Se Chris ha reagito mettendo in pericolo sé stesso in una natura aspra e selvaggia, Carine invece ha finalmente deciso di raccontare la verità: reagire è un carburante che ci proietta verso il futuro, e anche gli errori devono essere sapere accolti come un dono, perché da essi si impara.

Con dolore.

Sempre.

Carine McCandless, Into the wild truth, 
pp. 384,
 Corbaccio, 2015


Questo articolo è uscito anche su Youbookers.

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