Muro di casse – Vanni Santoni

CopertinaMuroDiCasseChi ha vissuto la post-adolescenza tra gli anni ’80 e i primi del 2000 ha conosciuto – chi per via diretta, chi solo per sentito dire o visto al telegiornale in qualche caso sporadico – la realtà dei free party, veri e propri eventi musicali liberi della durata di almeno 24 ore, in luoghi sperduti (cascinali, capannoni, industrie abbandonate, ex vetrerie, uffici smessi, ma anche prati, cave e campi) o sul limitare di piccoli paesini di provincia.

Muro di casse di Vanni Santoni è uno studio storico di questi fenomeni socioculturali, restituito però in chiave narrativa. Il risultato non è uno strano ibrido di cui non si delineano i contorni, ma una piacevole lettura contestualizzata all’interno di un quadro specifico.

Solaris, la nuova collana di Laterza

Insieme a Giorgio Falco, Daniele Giglioli e Guido Mazzoni, il testo di Santoni proprio oggi inaugura infatti una nuova collana per l’autorevole Laterza: l’ambiziosa Solaris, il cui motto è, perspicacemente, “solo chi è nato nel disordine può raccontarlo”. La collana s’insinua dunque in un territorio quasi inesplorato (“un pianeta diverso dagli altri, una serie diversa dalle altre, un saggio e racconto, in coraggioso equilibrio”) cercando di fornire una nuova chiave di lettura di alcuni fenomeni di fine Novecento, che in qualche modo hanno delle ripercussioni sul presente.

In questa linea editoriale s’inserisce con naturalità Muro di casse, a metà tra il racconto e la riflessione (e dell’autore e del lettore), tra il saggio e il reportage, restituendoci la prospettiva di un mondo che sembra lontano, ma quanto mai attuale nel suo modo di rendere viva una realtà ancora presente in altre forme.

Dopo Personaggi precari (una narrazione del e sul precariato), In territorio nemico (un progetto di scrittura collettiva, da lui diretto, sul tema della Resistenza) e il ciclo Terra ignota (un coppia di romanzi fantastici), il libro laterziano ha sicuramente una modalità espressiva inconsueta per Santoni, che però vince la scommessa a pieno titolo: con un linguaggio a tratti sbriciolato, a tratti condensato (con la sensazione che se si leggesse il testo ad alta voce, verrebbe a mancare il fiato), si succedono storie che restituiscono senza toni cattedratici il clima della cultura giovanile di quegli anni (la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: la cosa migliore realizzata dalla mia generazione) nella riscrittura della geografia dei luoghi – e non è un caso che il libro si apra con una cartina geografica dell’Europa: per quei giovani non era concepibile muoversi con voli low cost solo per visitare le capitali, ma lo scopo era vivere una realtà europea completamente differente, cupa e parallela, invisibile e vera, attraverso lunghi viaggi in furgone lungo strade statali e provinciali.

Ogni spiazzo è un mondo e dietro ogni crinale c’è un sound più grosso.

Tra stralci di articoli di giornale, statistiche sulle droghe più assunte (non pedanti, ma inserite in un discorso puntuale, definite storicamente e sociologicamente), lunghi elenchi di tribe storiche e meno storiche (Alcune sono tribe storiche, viste in mille e mille feste, ritrovate in Portogallo o in Repubblica Ceca, altre esistite il tempo di una o due serate, falene nel fuoco di quelle notti, e se la scienza viene pian piano a rendere giustizia ai costumi di quella cultura, chi ricorderà coloro che le hanno dato il sudore e gli anni?), nel terzo capitolo ci si ritrova stupefatti nella lettura di miliziani croati che costringono i protagonisti a mettere a tutto volume un pezzo acid house classico dell’88 mi sa 151 di Armando su cui ballano e ci bevono su e a ogni cambio di basso davano una sventagliata di mitra al cielo, nel primo capitolo invece si legge l’avventurosa cronaca del viaggio Firenze-Portalegre, di ben 2110 chilometri:

che saranno mai per noi, per te poi, abituata come sei a girare per intere stagioni, che saranno mai se c’è in ballo quello che siamo stati, quel che vorremmo ancora essere, se mi accompagna il fantasma di Capelli Turchesi (e a lei, che fantasma, lo spettro di chi, di cosa, la accompagna?) e infatti eccoci, due giorni di viaggio e una notte di festival più tardi, sul cocuzzolo dove abbiamo piantato la tenda, i cani dormono ed è l’alba, l’alba di un festival sparuto e tardivo ma libero, pian- tato coi suoi camper le tende e i soundsystem in mezzo ai colli dove gli ulivi si alternano a pietre rotonde che paiono venute a galla dalla nuda terra come bolle o boe.

E metterci a ballare, bagnati finalmente, e per la prima volta nelle nostre vite, nelle acque di qualcosa di vero.

In stanzoni alti sessanta metri con muri bianchi e neri (ricoperti, cioè, di amplificatori) si muoveva una folla a ritmi incessanti, in cerca di un’altra rinascita: la chiave del ballo, suggerisce Santoni, è un atto sacrale, un rito collettivo che porta alla purificazione del sé come singolo, e porta a una percezione più complessiva dell’uomo. Infatti, la

psicologia dei partecipanti, che vanno al rave per formare insieme uno ‘sfondo’ senza figure”

è chiarificatoria della dinamica molteplicità di questi eventi, mirati a occupare spazi e disoccuparli per riapparire altrove, in un ciclo infinito capace di donare la consapevolezza di vivere qualcosa di più grande, di cui non si riconoscono realmente i contorni, ma entro cui ci si sente vivi, forse per la prima volta.

Perché sognare un quarto d’ora di celebrità se potevi prenderti dieci o venti ore al centro dell’universo?

Muro di casse è più di un saggio in forma di romanzo (di cui non manca la citazione della bibliografia utilizzata: italiana, inglese e francese), è più di una riflessione sociologica, è più di una celebrazione di un movimento che forse sta prendendo pieghe estranee ai princìpi originari: è invece la rappresentazione di una cultura che vuole ancora diventare un villaggio globale, superare le barriere geografiche e culturali, una cultura capace di trascendere il singolo per arrivare ad essere un’unità completa e autonoma:

Fino a quando il sole sorgerà a bruciarci gli occhi e rivelare la realtà distopica del mondo che avete creato per noi, noi balleremo ferocemente con le nostre sorelle e fratelli, celebrando la nostra vita, la nostra cultura e i valori in cui crediamo: pace, amore, libertà, tolleranza, unità, armonia, espressione, responsabilità e rispetto[1].

[1] Dal Worldwide Raver’s Manifesto Project, citato in appendice. 

Vanni Santoni, Muro di casse, 
pp. 144,
 Laterza, 2015

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