Senti le rane – Paolo Colagrande

Che fine hai fatto
Ti sei sistemato
Che prezzo hai pagato
Che effetto ti fa
Vivi ancora in provincia
Ci pensi ogni tanto alle rane? *
 

Copertina_senti-le-raneLì nella mediopoli, seduti al tavolo di un bar ci sono tre uomini: ad un certo punto uno dei tre si alza e si avvicina ad un tavolo poco lontano, per chiacchierare con altri. È per il saccente Gerasim l’occasione giusta per raccontare allo stolto Sogliani le vicissitudini di quell’uomo singolare appena allontanatosi, Zuckermann.
Questi, un ebreo convertitosi al cattolicesimo sulla via di Lumbriasco (un po’ come San Paolo sulla via di Damasco: ed è solo una delle tante assonanze e trovate comiche del testo) a seguito di un incidente automobilistico in cui è rimasto illeso, si è fatto pastore cattolico di Zobolo Santaurelio Riviera, poco ridente paesello marittimo, per poi smettere il sacerdozio dopo qualche anno. Tra mille diramazioni del discorso, digressioni articolate e riflessioni di ordine morale, filosofico, linguistico, Gerasim tenta di spiegare il motivo di questa epifania a scadenza.
 
L’intreccio è semplice – qualcuno avrà già indovinato che ad entrare in gioco sarà una donnetta – ma pur prendendo le mosse da clichés consunti, gioca con essi e nel farlo ne prende le distanze, giudicandoli discutibili, se non addirittura inutili.
Il modo in cui la storia viene narrata, però, ha un che di magnetico: il gusto per la divagazione e per l’aneddoto e il racconto interrotto tipico del parlato dimostrano che Colagrande è un cantastorie moderno. Una comicità irriverente e canzonatoria permea ogni strato del discorso, stupendo i lettori con la dissacrazione del sorriso di Monnalisa, dei monaci bizantini, de Il vecchio e il mare, o di Zarathuštra.
In questo linguaggio irridente affiora il marchio animalesco dell’uomo, che quindi corrisponde a un’unica voce, a tratti oscena e sboccata; Senti le rane non è però un romanzo carnevalesco: lì dentro ognuno ha una propria identità, che è sì capace di perdersi nella liquidità del reale, ma non perde mai completamente la bussola.
Colagrande dunque non offre un altro, inutile quadro bozzettistico della provincia, ma uno studio ragionato dell’essere ontologicamente umano. Infatti, è la malinconia la cifra stilistica del testo e il motore della storia, nata quando bisogna cominciare a far quadrare un conto che però è sempre spareggiato:

[…] la malinconia si allaccia a se stessa in una specie di indolenza vegetale, la disperazione invece porta in sé senza saperlo un seme di speranza, una spinta affettuosa, che attinge alle risorse sperdute.

In un monologo (quello di Gerasim) travestito da dialogo si scopre dunque che le divagazioni prolisse in realtà sono utili per comprendere come potrà svolgersi la storia, al di là dell’asciutta tessitura narrativa, anzi la voce narrante viene spesso accusata d’inventare la storia, esattamente come succede a chi racconta in un bar, ed è per questo che Gerasim trova più prudente fermarsi prima che la realtà si corrompa di immaginifico.
E tra una riflessione sulla morte (l’unico futuro plausibile dentro il magma turbolento delle ambizioni), meditazioni approfondite sul corpo umano (costituzionalmente confuso e disarmonico, avvilente per la vista in fase statica e dinamica) e una valutazione della speranza (l’immagine attesa o fantasticata e l’avvenimento empirico), il ragionamento più importante è quello relativo al male, che alberga dentro di noi – per colpa, anche, di un malefico burattinaio, Dio:

La tesi di partenza è che il male dorme nascosto negli esseri umani normali o anche virtuosi e, in generale, in quelle persone che tenderebbero al bene cioè tutte, secondo la filosofia morale, e più queste persone tendono al bene tanto più grande è il male che dorme dentro di loro. […] Poi il bene e il male bisognerebbe capire cosa sono, se esistono nella realtà o se riposano nel mondo illusorio dei fenomeni, ma questo è un altro discorso.

L’avvocato piacentino Colagrande è approdato a nottetempo con questo testo autorevole, ma è una voce originale che nel 2007 si è fatta notare con la pubblicazione con Alet di Fìdeg, la sua prima opera, vincendo il Premio Campiello Opera Prima, per poi passare a Rizzoli e pubblicare un racconto per i tipi Bompiani.

Pare aver trovato nella più famosa delle lezioni americane di Calvino, la leggerezza, la felice sintesi del narrare: una pregevole consistenza di contenuto affidata a un raccontare a volte languido e impalpabile, altre acceso e cospiratore, in un chiacchiericcio quotidiano di cui il lettore si sente partecipe.
Colagrande riesce indubbiamente a travolgere e trasportare, coinvolgendo il lettore nella marea dei fatti che popolano la vita della gente, di quel popolo bue che non capisce niente, è vero, ma prova a rendere tollerabile il lungo, noioso alternarsi del giorno e della notte.
 
Le raneI mistici dell’Occidente, Baustelle
 
Paolo ColagrandeSenti le rane, 
pp. 336,
 nottetempo, 2015


Questa recensione è uscita anche su Youbookers.

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